Giuseppe Grattacaso
Ultimo banco

Smemorata maturità

Senza riti collettivi e senza brindisi a decretare riscatto e liberazione, senza prova d'italiano e con l'incertezza che avvolge il colloquio in mascherina: arriva il più anomalo degli esami di maturità. Ci sarà qualcosa da ricordare?

Ricordo piuttosto nitidamente la sera del 30 giugno del 1976. Cominciava infatti, sarebbe dovuta cominciare, la mia notte prima degli esami. Allora, in verità, non si chiamava così, o meglio non era entrata con questo titolo nell’immaginario di tutti. Era una notte prima degli esami senza la ben nota canzone di Antonello Venditti, che sarebbe stata composta e concessa al pubblico dei maturandi, e della più ampia schiera di quelli che un tempo lo erano stati, solo nel 1984. Meno che mai c’era traccia del film diretto da Fausto Brizzi, con Giorgio Faletti a interpretare il celebre prof denominato La Carogna, che dopo la sua uscita nel 2006 sarebbe diventato senza alcun merito particolare, se non quello di un banale sentimentalismo, una delle tappe di avvicinamento all’esame di Stato.

Esisteva anche allora qualche rito propiziatorio, che si esauriva però tutt’al più nell’ambito delle mura domestiche. C’era, questa sì immancabile, la telefonata da congiurato di un compagno di classe. Arrivava di solito a tarda sera, se non proprio durante la notte, non ancora detta prima degli esami. L’amico giurava di conoscere le tracce dei compiti di italiano del giorno dopo, assicurava che la soffiata gli era arrivata da persona fidatissima, che non c’era da nutrire alcun dubbio sulla veridicità dell’informazione. Altrettanto immancabilmente le tracce passate per telefono sottovoce dal convinto compagno di classe si sarebbero dimostrate false poche ore dopo. Nel mio caso, la telefonata di rito arrivò un po’ prima dell’orario di cena, che era anche più o meno l’orario di inizio del Tg1. Il cospiratore portava e porta tuttora il nome di Pasquale.

Quell’anno erano successe un po’ di cose, più o meno come sempre, ma anche un po’ più di sempre. A gennaio, per esempio, era uscito il primo numero del quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari, erano stati arrestati dopo un conflitto a fuoco i brigatisti Renato Curcio e Nadia Mantovani, e il film Ultimo Tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, già nelle sale da qualche tempo, era stato condannato al rogo per oscenità e ne erano state bruciate le copie. Tutte cose che, pur limitandoci a queste sole, ci danno l’idea di come l’Italia che abitavamo in quei giorni fosse parecchio diversa da quella attuale; in preda, quella, a dottrine ricorrenti e a recenti paure, che allora però non arrivavano fino ai timori pandemici vissuti negli ultimi tempi. Nei mesi successivi, in California, era stata fondata la Apple Computer da Steve Jobs e Steve Wozniak e il Portogallo aveva approvato, il 25 aprile, la Costituzione democratica, che poneva fine a una dittatura durata alcuni decenni. In Friuli a maggio c’era stato il terremoto, che allora ancora si valutava con la scala Mercalli (X grado, in questo caso), che aveva ucciso quasi mille persone e devastato alcuni paesi. Nello stesso mese di giugno avevo votato per la prima volta alle politiche: si parlava del possibile sorpasso del PCI ai danni della Democrazia Cristiana, ma il sorpasso in effetti non avvenne, anche se il Partito Comunista ottenne il massimo dei consensi di sempre con 12,6 milioni di voti, pari al 34,3% dei votanti.

Insomma, quella sera del 30 giugno del 1976 Pasquale mi sussurrò nella cornetta del telefono con trepidazione da complotto eversivo gli argomenti delle tracce del compito di italiano previsto per il giorno successivo. È cosa sicura, confidò. Lo ringraziai, ma gli dissi che non avrei passato parte della notte a cercare di mettere insieme qualche frase ad effetto né a preparare foglietti da utilizzare in caso di bisogna. Almeno nello scritto di italiano ero abbastanza sicuro del fatto mio. Fai come vuoi, mi commiserò il carbonaro, te ne potresti pentire. Faccio come voglio, pensai io, le indicazioni saranno fasulle, come quelle di ogni anno. Tornai in soggiorno. Mia madre mi aspettava con la camomilla (rito propiziatorio familiare). Cominciai a raccontare ai miei il contenuto della telefonata, quando le trasmissioni televisive vennero bruscamente interrotte. Sigla del telegiornale, Il notiziario comincia con diversi minuti di anticipo. Edizione straordinaria (ancora in bianco e nero, ma sarà questione di poche settimane e, con notevole ritardo rispetto a molti paesi europei, partirà anche da noi la tv a colori). La prova di italiano che apre da sempre, come vuole la logica oltre che la tradizione, la kermesse degli esami di Maturità (in seguito più banalmente Esami di Stato) è rimandata. Una malaccorta suora di Vigevano, preside di uno dei tanti istituti parificati a matrice cattolica, aveva confidato le tracce, aprendo la busta sigillata, a un sedicente ispettore scolastico che le aveva chiesto di farlo per telefono, per poter controllare la rispondenza con le scelte volute dal Ministero. Il controllo si era propagato a macchia d’olio e, telefonata dopo telefonata, in poche ore aveva raggiunto Salerno e il mio compagno di classe Pasquale e anche me, ultimo scettico destinatario di quella catena di sant’antonio nazionale. Io, empio e sconsiderato officiante di un rito come tanti altri inutile, trasformato in quel caso in evento di reale consistenza, ero stato il destinatario, come mi aveva assicurato Pasquale, di un’informazione assolutamente veritiera quanto illegale.

Per la prima volta, unica fino ai giorni nostri, la prima prova che da sempre è il compito di italiano venne differita di qualche giorno e derubricata, per forza di cose, a seconda. Vigevano, che aveva dato i natali al maestro protagonista del romanzo di Lucio Mastronardi pubblicato nel 1962 e diventato l’anno successivo film con la regia di Elio Petri e l’interpretazione di Alberto Sordi, assurgeva alle cronache e agli sberleffi nazionali per una sconsiderata preside, che era anche una incauta suora. La suora di Vigevano.

Ci ho ripensato a quella notte del ‘76, visto che, per la seconda volta a distanza di un bel po’ di anni non si produrrà l’attesa collettiva di migliaia di studenti, impegnati a fantasticare impossibili hackeraggi al blindatissimo sito ministeriale (ormai da anni il plico che contiene il compito di italiano è inviato in via telematica) o a imbarcarsi in ispirati vaticini al fine di predire le tracce della prova di italiano (cosa uscirà quest’anno? quasi fossero numeri al lotto, e un po’ in effetti lo sono).

Covid 19 ha lasciato in piedi l’impalcatura esame di Stato, ma si tratta di una struttura priva di parte della costruzione e in quanto tale a rischio di fatiscenza. Quest’anno per le ragazze e i ragazzi che affronteranno l’esame conclusivo dell’ultimo ciclo di studi, la notte prima degli esami è una questione da vivere in forma privata, a distanza di sicurezza, nella riservata diffidenza del quasi dopo epidemia, così come privata, schermata e senza passione è stata l’ultima parte dell’anno scolastico, quella che doveva essere la più intensa, dal punto di vista umano, didattico ed emotivo. Se il lockdown ha portato gli studenti ad assumersi il peso di diligenza e serietà fuori ordinanza, l’esame rischia di abitare gli incubi futuri per l’ampio margine di insicurezza che comporta. Indecisione che non riguarda tanto, come sempre, la propria preparazione o il sottoporsi all’inevitabile incertezza della ruota della fortuna, quanto per le domande che è inevitabile porsi sul rispetto del protocollo. Parlerò con la mascherina? è meglio che porti il mio computer così non ho problemi a toccare senza guanti quello della scuola? chi scelgo tra madre, padre, fidanzato e sorella maggiore, visto che potrò farmi accompagnare da una sola persona? E poi, cosa significa che potrei dichiarare di essere un “soggetto fragile”? Fragile di fronte alla vita, nella preparazione oppure cagionevole di salute?

C’è da dire che un minimo di dubbio attiene anche al dopo prova. Che gusto ci sarà a brindare alla fine della scuola, al termine dei cinque anni di sofferenza e passione, se non ci sarà nessuno ad aspettare fuori (divieto di assembramenti)? Il video ormai adottato come prescrizione obbligatoria in cui lo studente viene ritratto mentre maledice l’edificio che lo ha ospitato negli ultimi anni ha davvero ancora senso se si considera che ogni studente di quinta negli ultimi mesi ha desiderato ardentemente di entrarci, in quell’edificio, proprio per ritrovare quell’atmosfera fatta di amicizia e disperazione, quel puzzo di brutti voti e pavimenti mal lavati (mal sanificati, si direbbe ora), contro cui tante volte aveva imprecato?

Così è la maturità di quest’anno, pardon esame di Stato, senza prova scritta di italiano e senza nemmeno la seconda prova. Senza riti collettivi e senza brindisi a decretare riscatto e liberazione. I candidati un giorno ricorderanno privi delle necessarie infiorettature il più anomalo degli esami, la cui singolarità oscurerà anche la maturità del 1976.

Ah, per la cronaca, affrontai la traccia che chiedeva di commentare le parole di don Milani tratte dalla Lettera a una professoressa: «È solo la lingua che ci fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui, perciò tentiamo di educare i ragazzi a più ambizione». Non mi andò così male.

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