Giuseppe Grattacaso
Ultimo banco

La “brutta” scuola

La ministra Azzolina promette una rivoluzione (anche) della bellezza: il dopo-Covid sarà l'occasione per rinnovare gli spazi scolastici. Ma se gli edifici scolastici perderanno la loro tradizionale bruttezza, sarà una vera rivoluzione. Verso un nuovo senso estetico...

Dall’Ultimo Banco, il paesaggio della classe posso godermelo tutto. Mi basta anche solo lo sguardo annoiato durante l’ora della professoressa che, quando spiega, sembra abbia tra le mani i grani di un rosario, per rendermi conto quanto voglio bene a questo luogo, e quanto esso sia brutto, irrimediabilmente lontano da ogni modello estetico che ne faccia un ambiente confortevole. Brutto senza possibilità di redenzione.

Eppure è questo il luogo che abbiamo desiderato nei lunghi mesi di confinamento, quando la professoressa sgranava il rosario nel territorio protetto dello schermo del computer e noi tutti potevamo beneficiare di una sedia più comoda, di spazi meno angusti, avevamo il privilegio di poggiare i piedi, nell’occasione custoditi all’interno di ineguagliabili pantofole, su pavimenti che non ricordassero quelli di una caserma, per la qualità delle mattonelle e per la determinazione usata nella pulizia. Perché in fondo, l’abbiamo già detto e scritto, gli effluvi di antiche amicizie, il tanfo delle interrogazioni, la fragranza degli amori, anche quelli di un solo mese o quelli tendenti all’infinito fatti unicamente di sguardi e rossori, continuano a impregnare l’aria, a depositarsi sui banchi, a vagare intorno ad attaccapanni di cui non si ricorda più l’anno di fabbricazione. Malgrado i fiumi di varechina e l’anestetico intervento di battaglioni di cattedratici disturbatori, questo è il luogo dove la memoria delle generazioni si incontra e dove i sentimenti si affinano, la sfera affettiva e le passioni si perfezionano insieme a conoscenze e competenze, se proprio è necessario ribadirlo.

I mesi refrattari agli incontri, quelli del lockdown e dell’affetto dimostrato a forza di scambi di gomitate, se non altro sono serviti a farci riaprire gli occhi sulla scuola, sui suoi abitanti, i provvisori e i lungoconfinati, sulle sue aule, almeno all’apparenza irriducibili ad ogni ipotesi di salubrità. Ce lo dice anche la ministra dell’Istruzione Azzolina nella sua “lettera alla comunità scolastica” di recente invio. I ragazzi italiani non aspettano altro che tornare nelle loro aule, perché la scuola «è scambio, è accoglienza della diversità come valore irrinunciabile, è interculturalità, è confronto, è il luogo in cui si apprende, si cresce, ci si prepara al domani, alla vita». Insomma, esulta la ministra, «la scuola genera una convivialità relazionale intessuta di linguaggi affettivi ed emotivi».

È proprio così, solo che confronto e convivialità a partire da settembre dovranno realizzarsi all’interno di ambienti che garantiscano un minimo di sicurezza sul fronte Covid. È un’occasione, dice la ministra, per ripensare alcuni elementi portanti del sistema educativo e per rinnovare gli spazi che ne sono teatro. «La ripartenza del Paese – è il sunto ministeriale – non può che passare dunque da un nuovo slancio innovativo della scuola. La scuola di settembre sarà responsabile, flessibile, aperta, rinnovata, rafforzata».

A pensarci bene, sarebbe dovuta essere così anche la scuola del settembre scorso, quello dell’anno 1 a.C., l’ultimo prima di Covid-19. L’anno che ha dato i natali alla prima pandemia del nuovo millennio, verrà ricordato anche per una scuola più vitale, capace di leggere i tempi in cui vive, consapevole e perciò forte della sua centralità nel sistema Paese?

In attesa della buona novella, la ministra alle prese con la decennale penuria di spazi abitativi scolastici e costretta dalla nuova era pandemica, suggerisce «in un’ottica di integrazione e di alleanza con il territorio» (che è un’affermazione che al di là di ogni contenuto, anche del più ragionevole, mi genera reazioni che vanno dalla labirintite alla febbre da fieno) di “esplorare di più” le possibilità che si offrono sul territorio, “dai teatri ai musei”.

Quanti teatri e quanti musei ci sono nella provincia italiana da rappresentare una soluzione possibile? Comunque mi viene da immaginare una seconda superiore che fa lezione accomodata nei palchetti di terzo ordine, e una prima accomodata nelle più costose poltroncine di platea, con gli insegnanti che pontificano dal palcoscenico, con mattatoriale risolutezza, se si fa eccezione della famosa prof alle prese col solito salmodiante rosario.

Noi che solitamente sediamo all’ultimo banco siamo fiduciosi. Ci aspettiamo di leggere di una vociante scolaresca delle medie che fa lezione destreggiandosi a distanza di sicurezza tra le gitanti macchine fotografiche di altrettanto ciarlanti orde turistiche giapponesi sotto un dipinto del Botticelli o di Leonardo. Intanto vorremmo che si guardasse un po’ anche alla piacevolezza, se non proprio alla bellezza, dei luoghi dove siamo costretti a vivere gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza (i provvisori) o buona parte della vita (i lungoconfinati).

Ma come di fa a insegnare la bellezza arrogante e orgogliosa delle opere d’arte e letterarie, la presunta, disperata e vanitosa esattezza delle scienze, come si fa a porsi domande filosofiche di inesauribile incompiutezza in un paesaggio così esteticamente malsano?

Chiunque dovesse entrare in un bagno come quelli che siamo soliti frequentare noi frequentatori dell’ultimo banco, se fosse collocato non in una scuola ma all’interno di un ristorante, si recherebbe subito dal proprietario per salmodiare bibliche geremiadi, come da insegnamento della prof, e teppistiche minacce, costruite in anni di paziente sopportazione all’interno della “comunità scolastica”. Un flaconcino in più di liquido detergente per le mani non ci salverà da tanta bruttezza. L’inseparabile mascherina (usa e getta, ma la conserviamo per settimane con ammirevole cura) dovremmo tenerla sugli occhi per non accorgerci di tanta immorale bruttezza.

È vero, le scuole erano così anche cinquanta anni fa. Le stesse, di eguale difettosa ospitalità, pur senza piani di evacuazione e maniglioni antipanico. Ma mentre allora anche le nostre case erano brutte, i bar meno accoglienti, i negozi di abbigliamento, le macellerie, gli studi dei dentisti tutti abbastanza sgraziati, ora non è più così. Sono diventati più gradevoli anche gli ospedali e le fabbriche, anche i bagni dei circoli ricreativi, mentre gli edifici scolastici continuano ad essere dei luoghi abbastanza disgustosi, nel senso se non altro che mancano di gusto.

Eppure vivere in uno spazio elegante e confortevole aiuta a essere migliori, ad apprezzare quello che abbiamo intorno, a trascorrere con più entusiasmo le nostre giornate. Perciò il mio primo suggerimento, che non so bene se è una proposta concreta o una provocazione, è rendere più belle le aule delle nostre scuole, farne dei luoghi in cui anche noi dell’ultimo banco non saremmo sempre costretti a guardare fuori dalla finestra.

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