Giuseppe Grattacaso
Ultimo banco

Gli scomparsi

Radiografia degli scomparsi, anime in pena del mondo. Vaganti per contratto fin dal giorno dell’iscrizione, guadagnano metri e posizioni, fino ritrovarsi in un banco isolato a un palmo dalla cattedra. Ma con la testa continuano a vagare

I primi a sparire sono stati gli studenti cinesi. Si chiamano Alessandro Cristina Andrea Stella Stefano, ma il cognome ne rende evidente l’origine prima ancora che il prof, il primo giorno di scuola all’appello, alzi gli occhi dal registro e ne scopra la timidezza e gli occhi a mandorla. Sono scomparsi appena pochi giorni dopo che nella provincia dell’Hubei fosse decretata la fase di emergenza. Noi a chiederci cosa fosse giusto fare, chiudiamo non chiudiamo, e loro già in quarantena. Noi a spendere dibattiti televisivi sulle mascherine, se sono solo un tormento o servono anche a farci stare meglio, virologi ed epidemiologi, direttori di giornali e filosofi a dire forse sì forse no, noi poi a capire dove mai fosse possibile reperirli gli aggeggi infernali, e loro già tutti sprangati, parrucchieri e ristoranti sushi compresi, e già tutti bardati di dispositivi fermavirus made in China.

Ma di qualcun altro si era già perso le tracce, prima che gli studenti cinesi segnassero la strada per l’intera popolazione scolastica, la grande marcia verso i territori della didattica a distanza. Si tratta degli Scomparsi per propria naturale vocazione, per inclinazione costituzionale o per ancestrale condanna. Sono gli sbandati, i fuori di testa, quelli che dopo due mesi di scuola sono già persi, i vagabondi senza dharma e senza costrutto vaganti da una scuola all’altra, ma anche da un banco all’altro dell’aula. Vaganti soprattutto, ogni volta che sia possibile, nei corridoi dell’edificio scolastico.

Ogni classe infatti ha dei posti assegnati di diritto che, incredibilmente, rispettano un antico e non scritto statuto, che si rinnova tacitamente di aula in aula, di decennio in decennio, da un liceo a un istituto professionale. A nulla valgono le corse su per le scale il primo giorno di scuola, gli sprint spalla contro spalla chi entra vittorioso nell’aula. Prima o poi le cose si mettono a posto, le postazioni si sistemano secondo consolidate gerarchie. L’ultimo banco nella fila accanto alla finestra, dove è seduto chi scrive questi articoli, è in fondo un posto da privilegiati, si può guardare fuori senza essere immediatamente sgamati, si ha una visione di insieme sugli abitanti di quel microcosmo, che permette di capire situazioni relazionali e stati d’animo. Nel banco davanti, il penultimo della stessa fila, siede la più brava o il più bravo della classe: da lì si diramano conoscenze e suggerimenti, sguardi rassicuranti e sbuffate insofferenti. Da lì anche, di tanto in tanto, viene inviato qualche pizzino in latino o in cifre arabe. Lo smistamento è di pertinenza però di chi siede all’ultimo banco lato interno.

All’ultimo banco sul fronte opposto, quello ingoiato dall’angolo buio dell’aula, in posizione di rigido supplizio sono le anime perse, gli intelligenti arrovellati dai dubbi esistenziali e da non risolte faccende amorose, i tormentati, le personalità dubbiose e angustiate, a tal punto che  l’angustia si tocca con mano anche il giorno dell’orale dell’esame di Stato. Al primo banco della stessa fila, insomma accanto alla porta, ci sono le due più studiose della classe, sono ragazze, invariabilmente, e sono amiche da sempre. Sono le aprifila durante le esercitazioni nelle simulazioni di eventi sismici. Dopo la presunta scossa tellurica, il campanello che squilla con movimento ondulatorio, dietro di loro l’intera classe, docente compreso, si irreggimenta con naturalezza e senza possibilità di errore.

L’organizzatrice della classe (è una ragazza anche in questo caso, ogni maschio che si proponga deve riconoscere il proprio fallimento al secondo tentativo di mettere insieme anche un semplice aperitivo) siede nella fila di centro, se c’è la fila di centro, comunque in postazione centrale e strategica. È mediamente dotata nelle faccende scolastiche, ma regolamenta come nessuno saprebbe fare la vita della classe: disciplina le interrogazioni programmate, propone le date per i compiti in classe, raccoglie fondi da dare in beneficenza e quote per le gite scolastiche. Nei suoi confronti la popolazione organizzata esprime un misto di riconoscenza e di odio, a ondate successive. Qualunque sarà il suo futuro, continuerà a organizzare cene con gli ex compagni di scuola anche negli anni a venire.

Ma loro, gli Scomparsi per vocazione, non ancora scomparsi di fatto, sono anime in pena. Vaganti per contratto fin dal giorno dell’iscrizione, guadagnano metri e posizioni, fino ritrovarsi, se lo spazio dell’aula lo consente, in un banco isolato a un palmo dalla cattedra.

Si chiamano anche loro Alessandro Cristina Andrea Stella Stefano. Ma hanno anche nomi provenienti da altre etnie. Molti già non c’erano prima che il lockdown venisse decretato, erano a distanza di insicurezza, la loro, prima della didattica a distanza. Sono non presenti spesso anche quando alzano la mano all’appello, anche ai tempi della didattica in presenza, i saltuariamente presenti, i non pervenuti, alle prese con i loro calcoli, fin dall’inizio dell’anno, per evitare la bocciatura per numero di assenze e puntare piuttosto sull’altra, tutta insufficienze e onore.

Sono i primi però che si sono rivisti per strada. Salutano di lontano, vogliono essere riconosciuti dal sorriso che bisogna leggere negli occhi ridenti e fuggitivi al di sopra della mascherina. Dicono quest’anno passo anche io, e quando lo dicono l’occhio ridente ha un appannamento, così non vale, lo sanno. L’anno prossimo voglio studiare, devo farcela a passare, dicono poi, sapendo che il proposito potrebbe presto rivelarsi una patetica bugia, essere annoverata sotto la voce “una delle tante”, però ora vogliono crederci, perché non è mica tanto bello essere scomparsi così senza l’onore delle armi e essere promossi senza un briciolo di gloria.

Sono scomparsi anche dalla didattica a distanza, perché loro c’erano e non c’erano come sempre del resto, però non avevano modo di manifestare il disagio che li perseguita e che li rende già scomparsi anche prima di esserlo. Presenti senza essere bulli e senza fare casino, senza poter chiedere di uscire e senza provvedimenti disciplinari, che soddisfazione c’è.

Sono alla ricerca di un posto, uno dove possano stare fermi almeno per un po’, e perciò continuano a vagare da un banco all’altro, da una scuola all’altra, in cerca non sanno di cosa.

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