Giuseppe Grattacaso
Ultimo banco

L’esame di Leonard

Leonard è nato nello Sri Lanka ma è in Italia da quando aveva un anno. Per lui, l'esame di maturità è un passaggio particolarmente importante: il segno di una scommessa vinta. Ma è una scommessa vinta anche dalla scuola pubblica

È una bella giornata di sole, tira una brezza leggera, la temperatura a metà mattinata è piacevole. Sembra una di quelle estati di qualche anno fa, quando ancora non si parlava di effetto serra e l’aria condizionata non rappresentava una necessità imprescindibile già alle dieci del mattino. L’aula è posta al primo piano e affaccia su un parco verdeggiante. Prima di raggiungerla, Leonard deve consegnare una autodichiarazione nella quale attesta che non ha la febbre, e non l’ha avuta nei tre giorni precedenti l’esame, che non è stato in quarantena o in isolamento negli ultimi quattordici giorni, che non ha avuto alcun contatto con persone positive, per quanto di sua conoscenza, negli ultimi quattordici giorni.

Ragazze e ragazzi ostentano sicurezza quando varcano il portone dell’edificio in veste di candidati (non c’è da sbagliare, a denunciarne lo status di maturandi basterebbero gli sguardi, quando non sono sufficienti gli abiti): per quanto di loro conoscenza, non hanno avuto contatti con contagiati da Covid-19 nelle ultime due settimane. Se c’è qualcosa che li preoccupa non è il virus, ma la loro preparazione e l’impatto con l’esame senza quelle prime giornate tutti insieme, l’attesa delle tracce dei compiti scritti, i riti scaramantici da un banco all’altro, gli amuleti sul foglio col timbro della scuola, lo studio delle facce dei commissari esterni, non è poi tanto male quella d’inglese, mi sembra che sorrida anche. Invece a loro tocca giocarsela tutta in un’ora, seduti al banchino al centro dell’aula, i commissari a una certa distanza e senza che sia chiara l’espressione del viso, coperto com’è dalla mascherina. Che importa, tanto, presidente escluso, si conoscono già. D’altra parte la piccola claque dei compagni di classe, che non supererà la soglia d’entrata, è pronta al sostegno a distanza. In qualche anfratto è nascosta la bottiglia di spumante che accoglierà l’ormai maturo dopo il colloquio, per un rito che appare stanco già al terzo candidato della serie, ma che va comunque rispettato.

Leonard è elegantissimo. Completo blu cobalto e camicia bianca. Delicato e misurato nei movimenti, dinoccolato quanto basta alla gioventù e all’altezza, quando supererà il portone nel senso dell’uscita, gli inevitabili scatti fotografici lo immortaleranno come già maturo anche per le riviste di moda. Del resto vorrebbe continuare a studiare per diventare un tecnico della produzione dell’abbigliamento, confesserà poi alla fine della prova d’esame. A questo sono serviti i cinque anni di istituto tecnico economico, indirizzo amministrazione, finanza e marketing, che in verità si sono dilatati di un paio di unità («da adolescente ho capito tante cose e ho cominciato a soffrire per me e per gli altri, questo ha condizionato il mio percorso scolastico»).

Ora, direzione verso l’interno come attestano le frecce sul pavimento che sembrano indicare il percorso in un cantiere e invece conducono verso le aule sede delle prove d’esame, Leonard consegna la dichiarazione, come tutti i candidati che lo hanno preceduto, pulisce le mani con l’apposito detergente, si affida al nume di tutti gli esaminandi, e poi si incammina verso l’aula dove si svolgerà il suo esame. È quella che affaccia sul giardino. Insieme pare dirigersi verso il suo futuro, che non si sa bene ancora verso dove guardi, ma al quale lui comunque continua a sorridere dall’altezza del suo abito blu cobalto. Intanto nel percorso – cortile corridoio scale altro corridoio con sterzate varie – è guidato dalle frecce gialle e nere.

Leonard è nato in Sri Lanka. Aveva solo un anno quando con i suoi genitori si è trasferito in Italia. Nessun problema con la lingua dunque. «Ero un bambino che guardava alla vita con un atteggiamento molto positivo, malgrado qualche problema di bullismo a causa del colore della pelle che ho dovuto affrontare alle scuole elementari». Poi sono venuti gli anni delle scuole superiori, con qualche problema in più anche in ambito familiare. L’idea sempre più forte di smetterla con la scuola e di andare a lavorare. «In effetti, per mantenermi ho dovuto lavorare anche quando frequentavo la scuola. Così spesso la mattina arrivavo tardi o durante il giorno avevo poco tempo per studiare. Ho fatto il muratore e soprattutto il cameriere. Per fortuna i professori sono stati comprensivi, parecchi di loro non mi hanno fatto pesare il fatto che non riuscivo a seguire con continuità. Durante le lezioni cercavo sempre di essere attivo, forse ho fatto troppe domande agli insegnanti, ma era un modo per poter studiare meno il pomeriggio».

Ad aspettarlo fuori c’è una ragazza, che sembra aver fatto della serenità il suo punto di forza. «Con lei ho un legame molto significativo. Mi ha cambiato la vita, mi ha fatto credere in me stesso. Mi ha permesso di valorizzare alcune mie caratteristiche, che nemmeno sapevo di avere».

Quando supera le ultime frecce che portano all’uscita, Leonard ha ancora il suo atteggiamento controllato, quasi imperturbabile. «In effetti – confessa – sono molto ansioso. Stanotte non ho quasi mai dormito, avevo dolori allo stomaco. Mi ha molto rassicurato il sorriso con cui mi hanno accolto i professori».

Come avrà fatto Leonard a vedere il sorriso rassicurante dei professori sotto la mascherina, non è dato sapere. Di certo, in questa mattina resa gradevole dalla brezza e dall’aria tersa, il suo sorriso è ancora più luminoso: «Nel mio paese di origine si crede molto allo studio e io mi portavo dietro il peso di aver mollato per un paio di anni. Anche per questo per me oggi è una giornata importante. Finalmente mi sento davvero maturo. Ho telefonato a mio padre e a mia madre e ho cominciato a ridere. Ce l’ho fatta anche io, ho detto».

Deve essere l’effetto di questa aria, del sorriso di Leonard, del suo abito blu cobalto, del rito dello spumante e degli applausi che accompagnano l’uscita dei candidati, che sarà pure un rito stanco ma come tutti i riti a qualcosa dovrà pur servire, ma a me sembra che oggi ce l’abbia fatta anche la scuola, che malgrado tutte le sue lentezze, le sue acrobatiche burocrazie, le incomprensibili macchinazioni di certe procedure, poi in fondo ancora esiste come luogo della crescita e dell’incontro. E ha dimostrato di riuscire ancora a funzionare anche in tempi di emergenza sanitaria e di confinamento. Pur dentro i suoi confini un po’ asfittici, quelli che hanno caratterizzato la scuola di sempre e quella degli ultimi mesi, Leonard è cresciuto, si è confrontato con i propri limiti e con le paure, ha capito che la sofferenza non è mai solo la propria, ma va messa in relazione con la sofferenza degli altri. La scuola poi in fondo dovrebbe servire a questo, a riconoscersi, a trovare tra le sue pareti sbiadite un po’ della propria vita.

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