Giuseppe Grattacaso
Ultimo banco

Aprite le finestre!

Tenere aperte le finestre della aule non significa solo, in tempi di coronavirus, far circolare l'aria; significa soprattutto aprirsi al mondo; coniugare la scuola con la curiosità. E far circolare le idee, senza aver paura delle correnti...

Finestre chiuse, finestre aperte. La ministra dell’Istruzione adotta inaspettatamente uno sguardo lungimirante e, con anticipo di quattro mesi, ci informa che le scuole riapriranno a settembre, gli studenti popoleranno nuovamente le aule e allora sarà cura di tutti, per la salute pubblica, tenere aperte le finestre. Ogni volta che si può.

È una raccomandazione non da poco che, per come la vedo io, se dovesse diventare norma, o almeno atteggiamento consolidato, darebbe un volto nuovo alle nostre scuole. Mi spiego.

In uno studio che risale al 2013, il Berkeley Lab dimostrò che l’apertura delle finestre nelle aule scolastiche migliora notevolmente il rendimento degli alunni, anche dei più piccoli, e l’economia delle famiglie, in quanto riduce considerevolmente le assenze per malattia. È noto come gli spazi chiusi all’interno delle città, anche le stanze delle nostre abitazioni, siano spesso più inquinati delle strade. Del resto, in epoca di paura da coronavirus, l’apertura delle finestre riduce in maniera sensibile i rischi di contagio, purificando e facendo circolare l’aria. Il Berkeley Lab, fondato nel 1931 da Ernest Orlando Lawrence è un laboratorio del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, gestito dalla Università della California. È uno dei più grandi centri internazionali nel campo della fisica, dell’informatica, delle scienze della terra e ambientali. Non certamente un dispensatore di fakes.

Ma per quello che mi riguarda il problema delle finestre non si ferma qui. È più ampio, non interessa solo le finestre, ma anche le persiane. Anche i vetri. I nostri atteggiamenti.

Una delle mie ultime lezioni di quell’anno scolastico ebbe come argomento proprio la necessità di aprire le finestre. In quella seconda liceale non ancora avvezza ai miei comportamenti, mi vedevano spesso comparire alla prima ora di lezione e fermarmi prima di varcare la soglia dell’aula. Non entro se gli avvolgibili non sono sollevati e se non aprite per qualche minuto le finestre, dicevo. Dopo un paio di settimane mi bastava rimanere fermo alla porta per ottenere che la luce naturale invadesse l’aula, che una leggera brezza muovesse i fogli sopra la cattedra.

Cercai di spiegare ai ragazzi che il mio comportamento non è frutto di un’ossessione, almeno non del tutto: mi mette tristezza entrare in un’aula dove la luce proviene dai gelidi neon al soffitto, peraltro insufficienti a un’adeguata illuminazione (ci deve essere sicuramente uno studio anche su questo aspetto: comunque le aule delle nostre scuole sono tra le peggio illuminate dell’occidente).

Non si tratta solo di questo. Non guardare quello che c’è fuori del mondo ristretto in cui viviamo mi sembra un atteggiamento che si scontra con l’obiettivo stesso di ogni percorso culturale, a maggior ragione di quello educativo.

In molte aule i vetri delle finestre sono zigrinati oppure opachi. Credo si voglia ottenere che i ragazzi non guardino verso l’esterno. È un modo infelice di utilizzare le finestre e di considerare la loro presenza in un ambiente vitale. È come se la scuola sostenesse di essere autosufficiente e che quindi, per tutto quello che è necessario imparare non serve chiedersi e capire ma bastano quei pochi metri quadrati invasi dai banchi, in cui restiamo tutti un po’ stipati e costipati, costretti, per forza di cose e di spazi, al lockdown dell’immaginazione. Pochi metri quadrati in cui il distanziamento sociale sarà possibile ma solo a turni, metà classe per volta. È come se urlassimo a finestre chiuse (e quindi solo per noi ce la cantiamo e ce la urliamo) che della realtà esterna ci interessa poco, anzi che può solo distrarci da un sano processo di conoscenza.

Invece la sanità, quella fisica e quella del sapere, esige altri comportamenti. È bene aprirle le finestre, dissi ai ragazzi e ripeto spesso. Ogni tanto fa bene rischiare di perdere qualche parola dell’insegnante guardando fuori, scoprire che in fondo l’esterno non è così cattivo, anche visto da qui, ché oltre la finestra c’è un giardino (fortuna!) e ci sono i rami di un albero e sopra qualche volta c’è anche un usignolo, e se allunghiamo il collo possiamo vedere il cielo. Ogni distrazione, in fondo, ci fa scoprire che esiste altro e, dopo un po’, ci riporta al consueto con più desiderio di conoscere.

Insomma, aprire le finestre non è solo salutare per lo stato fisico degli alunni, ma anche per la loro curiosità culturale e per il benessere mentale, e migliora, sì migliora, anche se può sembrare strano,  la qualità dell’insegnamento.

A volte entro in aule che hanno le persiane abbassate o le finestre opache incredibilmente sigillate anche in primavera, perché l’insegnante che mi ha preceduto ritiene che in questo modo gli alunni si concentrino meglio, non si perdano in astratti ragionamenti dietro il saltabeccare di un merlo o di un passerotto; non pensino, in una bella giornata di sole, che forse sarebbe meglio essere fuori di lì.

Ma i ragazzi – fin troppo abituati a vivere nel buio delle loro lunghe notti e delle stanze solitarie, convinti che la luce sia innanzitutto quella proveniente da un qualche schermo, sia esso dello smartphone o della tv ad uso playstation – che insegnamento ricavano da questa scelta? Siamo poi tanto sicuri che la loro disattenzione dipenda solo da quello che vedono fuori e non, almeno in parte, anche da quello che accade all’interno delle pareti scolastiche?

Antonio Tabucchi scrive, nel racconto Forbidden Games, contenuto nel volume Si sta facendo sempre più tardi, «le finestre a volte non hanno imposte, si aprono su orizzonti ben più larghi di quelli reali». Sta parlando delle finestre che sono nella testa, ma sta parlando anche di Parigi e della Provenza, dove le finestre, con le loro belle imposte, hanno un peso evidente nel paesaggio della città e nella vita delle abitazioni. Mi dico che nessuna finestra della mente possa aprirsi se non si aprono anche le finestre reali, siano esse collocate nelle case o nelle aule delle scuole.

Quando la mattina, prima dell’inizio delle lezioni, entro in sala professori, spalanco le finestre per far cambiare l’aria. L’aula affaccia su un piccolo chiostro secolare. Mi sembra così che un po’ di vita e di rinnovamento (non solo dell’aria) si facciano largo tra i mobili antichi e in verità un po’ tetri. Sta di fatto che dopo pochi minuti le finestre sono di nuovo chiuse. C’è sempre qualcuno alle mie spalle che ha paura delle correnti.

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