Anna Camaiti Hostert
Cartolina dall'America

Michael Jordan, l’eroe

Un docufilm in dieci puntate rinnova il mito di Michael Jordan, uno dei più grandi campioni di basket di tutti i tempi. Un eroe generoso e carismatico che sapeva vincere da solo e al tempo stesso sapeva caricare i suoi compagni

Quando alla fine degli anni ’80 sono sbarcata a Chicago, il basket mi interessava, certo, ma essendo per storia familiare legata al calcio non gli badavo più di tanto. Poi una sera per caso ho guardato una partita dei Chicago Bulls e l’ho visto: elegante nei movimenti, alato e bello come un dio greco, nero come la pece, i capelli rasati a zero, il sorriso ironico e divertito di chi è sicuro di vincere sempre e tutto; e le cose sono cambiate. Anche il basket. Veloce, preciso, tempestivo, Air Jordan (cosi soprannominato oltre a His Airness per la sua capacità di elevazione) che facesse dei tiri da sotto il canestro o da metà campo entravano sempre come se ci fosse stata una calamita che dalle sue mani attirava la palla dentro. Un acrobata. Faceva delle cose che nessuno aveva mai fatto prima con una naturalezza che accompagnava ogni suo movimento anche quelli più azzardati. E aveva uno spirito competitivo forse anche esageratamente forte, ma sempre entro i limiti onesti delle regole del gioco sportivo E io sono diventata una fan dei Bulls e di Michael Jordan di cui mi sono pazzamente innamorata (ovviamente in senso sportivo…).

Ho capito che quell’atleta rappresentava quello che Mohammad Alì aveva rappresentato per il pugilato. Anche chi non amava quello sport si sentiva attratto da lui e dal suo modo di giocare. Non poteva fare a meno di godere di un atleta raro e allo stesso tempo di uno spettacolo di vero intrattenimento. Jordan era diventato un’icona della cultura popolare americana.

Insegnavo alla Loyola University e ricordo ancora di avere detto ai miei studenti a pochi giorni da una finale importante che se mi avessero procurato un biglietto in prima fila per vedere la partita dei Bulls sarebbero stati promossi a prescindere. Scherzavo ovviamente, ma rischiavo di essere licenziata se questo, per qualche motivo, fosse accaduto. Già il fatto di averlo detto, se si fosse venuto a sapere, mi esponeva a critiche pesanti da parte dei colleghi e dell’amministrazione dell’università.  Ho rischiato lo stesso, anche se sapevo bene tuttavia che non solo sarebbe stato impossibile, quei posti venivano riservati mesi prima, ma anche così costoso da essere irrealizzabile.

Alle partite dei Bulls negli anni ’90 c’era il mondo dei Vip dello spettacolo che pagavano cifre astronomiche per godersi quello show: da Jack Nicholson a Madonna, a Spike Lee a molti altri. Perfino Obama ha dichiarato che a quei tempi non poteva permettersi i biglietti per le partite dei Bulls, neanche quelli non in prima fila.

Ho inoltre scritto un saggio, presentato a un convegno sulla cultura popolare, dove paragonavo Michael Jordan a una divinità ellenica, non solo sul piano estetico per l’eleganza e l’armonia del suo corpo e dei suoi movimenti, ma anche per le sue performance stellari, quasi non umane. Ricordo ancora che una sera avevo ospite una cara amica venuta dall’Italia per fare un corso di specializzazione in medicina e c’era una partita dei Bulls in Tv. Ci siamo messe insieme a guardarla. Michael era già famoso. Come sempre accadeva, i giocatori entravano in campo da uno stretto corridoio che veniva dagli spogliatoi. Ad un certo punto la camera che li inquadrava di spalle si è abbassata e ha fatto un primo piano delle loro gambe. Alla mia amica che stava osservando divertita i rituali dell’inizio partita ho fatto notare che il terzo giocatore che stava entrando era Michael Jordan. Tutti avevano le tute che coprivano i numeri delle loro maglie. Sarebbe stato facile altrimenti riconoscere Jordan che da sempre portava il numero 23, ma la giacca della tuta lo stava coprendo. Ridendo l’amica mi ha fatto osservare che lo avevo riconosciuto dal suo incedere, non esattamente una cosa normale. Ma credo che negli anni ’90 tutti fossero pazzi per i Bulls, per Michael Jordan e per il loro carismatico allenatore Phil Jackson. È stato un periodo magico, quello in cui la squadra di Chicago ha vinto tutto quello che si poteva vincere, superando ogni record fino ad allora stabilito, cambiando il volto del basket e determinando il successo indiscusso di Michael Jordan divenuto un’icona a livello mondiale e uno dei giocatori più pagati del mondo. Hanno vinto sei campionati in otto anni.

Adesso è uscita una docuserie televisiva in dieci puntate intitolata The Last Dance. Parla appunto di quegli anni, attraverso la voce conduttrice di Michael Jordan che con molti altri atleti, allenatori, giornalisti sportivi, guardie del corpo ne fa un quadro andando avanti e indietro nel tempo. Diretto da Jason Hehir ha tra i tanti testimoni molti giocatori dei Bulls tra cui Scottie Pippen, John Paxson, Charles Oakley, Horace Grant, Denis Rodman e Tony Kukoc. Ci sono anche molti atleti di squadre contro cui i Bulls hanno gareggiato.

Coprodotta da ESPN il famoso canale sportivo americano insieme a Netflix, la serie doveva uscire in giugno durante le finali del NBA (National Basketball Association), ma a causa della sospensione degli eventi sportivi per il coronavirus è andato in onda a partire da aprile e si è concluso negli States in questo mese di maggio solo pochi giorni fa. Il titolo viene dal campionato finale dei Bulls del 1997-98 su cui la serie si concentra. Ricorda l’allora giocatore dei Bulls, Steve Kerr: «Phil [Jackson] aveva sempre un tema che caratterizzava ogni nostra stagione e, visto che quello sarebbe stato l’ultimo anno che giocavamo insieme – il management aveva ormai preso al proposito una decisione irrevocabile – nel modo tipico di Phil anche questa aveva già un nome».

«Siamo arrivati agli allenamenti, al nostro primo incontro ufficiale come squadra – ricorda Bill Wennington un altro giocatore dei Bulls – e nella prima pagina della nostra guida già laminata spiccava la dicitura The Last Dance».

«Ho parlato con i giocatori di quanto fosse importante per noi essere uniti in questa nostra ultima avventura – Jackson ha detto – cosi l’ho chiamata The Last Dance».

Michel annunciò immediatamente che non sarebbe mai tornato nei Bulls senza Jackson e che avrebbe terminato lì la sua carriera.

Il documentario parte dall’arrivo di Michael Jordan nel 1984 a Chicago come recluta (a rookie) nei Chicago Bulls dall’università delle North Carolina e ci porta per mano avanti e indietro nel tempo, attraverso la sua carriera folgorante con performance che sono una gioia per gli occhi tanto che non ci si stanca mai di vederle e rivederle, con quella sua buffa espressione con la lingua di fuori quando va a canestro e quella sua elevazione che ha fatto dubitare della suo appartenere al genere umano. La sua personalità viene fuori nei dettagli anche nelle parti meno oleografiche di mito del basket quando forza i suoi colleghi ad avere ritmi forsennati e una resa che li avrebbe dovuti portare alla vittoria, rimproverandoli a volte anche violentemente per la loro mancanza di competitività.

La sua, infatti, era proverbiale. Addirittura ci fu uno scontro fisico con Kerr che ancora lo ricorda senza tuttavia alcuna animosità, ma ricorda anche che Jordan era un motivatore eccezionale, un vero leader inflessibile e duro con loro ma prima di tutti con sé stesso. Ci sono in particolare due episodi che vengono descritti per illustrare la sua personalità e la sua smisurata competitività. Il primo quando all’inizio della sua carriera si infortunò e il medico gli diagnosticò che se avesse continuato a giocare senza riposare per un certo periodo di tempo, avrebbe avuto il 10% di probabilità di rifarsi male e di terminare lì la sua carriera. Jordan rispose che avrebbe giocato prima del tempo di riposo suggerito, perché era la finale e non poteva permettersi di lasciare la squadra. Quando gli fu fatto notare dal manager che il rischio che correva era grande; era come se, avendo mal di testa, gli fossero state offerte 10 pillole per farglielo passare di cui 1 avvelenata Jordan rispose: «Dipende da quanto cazzo forte è il tuo mal di testa» e giocò la sua partita.

E l’altro accade nel 1997. I Chicago Bulls e gli Utah Jazz si fronteggiavano per la finale dei campionati di quell’anno. Le due squadre avevano giocato quattro partite ed erano in parità in un torneo di 6. Ne avevano vinte due ciascuno. Alla quinta Michael prese un avvelenamento da cibo e il giorno dopo si trascinò in campo visibilmente debilitato, quasi non si reggeva in piedi, si appoggiava a Scottie Pippen che lo sorreggeva, era completamente fuori fuoco fino a che negli ultimi minuti di partita, non si sa come, e questo alimenta la leggenda del suo non essere umano, ha tirato fuori una grinta incredibile e i Bulls hanno vinto la partita 90 a 86 proprio grazie ai suoi magici lanci.

Molti altri sono gli episodi descritti in questa serie che delineano la personalità di questo grande atleta alcuni anche poco edificanti come la sua addiction nelle scommesse, il suo essere estremamente permaloso e a volte vendicativo sia nei confronti dei suoi compagni di squadra che di atleti di altre squadre. Ma a detta di tutti però Jordan è stato un leader incomparabile che li ha motivati e li ha guidati spesso anche in disaccordo con il manager della squadra Jerry Krause con il quale c’è sempre stata una tensione non indifferente.

Su tutti gli episodi della serie non si può tuttavia tralasciare quello tristemente famoso della morte del padre di Jordan, James, assassinato nel 1993. La scomparsa del padre che lo aveva seguito in tutta la sua carriera fu un colpo durissimo per Michael il quale l’anno successivo si ritirò per andare a giocare a baseball. Rimase lontano dal basket per due anni quando nel 1995 ritornò per rivincere con i suoi Bulls ancora tre campionati prima di ritirarsi definitivamente. Il primo di questi nel 1996 contro i Seattle Supersonics. Alla fine della partita dedicò la vittoria alla sua famiglia, ma soprattutto a suo padre (questa era infatti era la sua prima vittoria senza di lui e al giornalista che lo intervistava disse che era sicuro che da qualche parte lo stesse guardando), per poi scoppiare in un pianto dirotto a singhiozzi che non riusciva a controllare negli spogliatoi, disteso in terra con la palla in mano. Questo è il Jordan, capace di forti emozioni, che vogliamo ricordare come il più grande atleta di basket di tutti i tempi.

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