Giuseppe Grattacaso
Ultimo banco

La foto di classe

Per il ragazzi dell'ultimo anno di liceo arriveranno la fine della scuola e poi la Maturità ma il loro ciclo non sarà veramente concluso: troppe sono le cose, i sogni, le illusioni, le emozioni che avranno lasciato in classe, quest'anno

Il culto dei selfie e la miriade di scatti consentiti dalle fotocamere digitali degli smartphone non hanno cancellato la cerimonia della foto di classe, polverosa e anacronistica liturgia, ma con il valore propiziatorio che spesso viene concesso alle funzioni rituali. Le abbiamo tutti in fondo a qualche cassetto, quelle foto di cui un po’ ci vergogniamo, ma dalle quali sarebbe impossibile separarsi. Acquista maggiore valore nella memoria di tutti la foto dell’ultimo anno, quella con dentro gli occhi già l’aspettativa adrenalinica della “notte prima degli esami”, quella con i volti che hanno ancora i tratti dell’adolescenza, ma che rassomigliano sempre di più agli adulti che diventeremo. È la foto in cui gli studenti si aggrappano quasi con disperazione agli esseri umani indistinti e confusi che sono stati a che ancora sono. Lo vedi da come se ne stanno abbracciati, da come sorridono con imbarazzo, dalla paura che risiede in alcuni di quegli sguardi.

La foto di classe dell’ultimo dell’anno ha caratteristiche che si ripetono nei decenni: un ragazzo con gli occhi chiusi, qualcuno a cui proprio un attimo prima hanno scompigliato i capelli, la bella che si atteggia a vamp, uno che è innamorato e guarda di lato invece che verso l’obiettivo. Ma soprattutto deve essere una foto brutta, rigida pur nella sua organizzazione plastica da dimostriamo di essere felici, antiquata per scelta stilistica.

Ci ho pensato quando ho letto la mail di Martina, che frequenta la quinta classe in un liceo linguistico e mi ha scritto dopo la pubblicazione dei primi articoli di questa serie di Ultimo banco. Gli studenti delle quinte di quest’anno non avranno nemmeno la foto da collegare al cerimoniale dell’abbandono dei banchi di scuola, tutt’al più lo screenshot dell’ultima videolezione. Non è la stessa cosa: vuoi mettere il gioco delle posizioni, la mano sulla spalla, gli sfottò, i respiri accelerati che si cerca di modulare ai fini del sorriso in sintonia con lo scatto? È certo il minore dei mali, ma accade spesso che siano proprio i mali meno considerati a fare la differenza, a metterci di fronte alle oscurità più persistenti.

«Ho perso il controllo – scrive Martina –. Ero abituata ad affrontare un problema alla volta, con calma, con razionalità; adesso le paure si accumulano e non so da dove partire per riprendere in mano la mia vita. C’è l’esame di maturità che è sempre più vicino, c’è il futuro, c’è la scelta di un’università che sarò obbligata a fare senza un orientamento adeguato, c’è il test d’ammissione per il quale non trovo il tempo di prepararmi».

Eccoli, i ragazzi alle prese con l’Esame di Stato, che per loro e per tutti continua ad essere ancora la leggendaria Maturità, perché quell’esame ancora oggi un po’ ti mette tra le mani un patentino per fingere di essere grandi. Eccoli, loro, quelli speciali, gli Scomparsi, gli esaminandi in tempo di Covid-19, affrontare un percorso di avvicinamento alla prova senza l’esempio delle generazioni che li hanno preceduti, senza i cerimoniali propiziatori, insensati e delicati, in qualche modo fatati e miracolosi, che hanno accompagnato il cammino verso la Maturità dei fratelli maggiori, dei genitori. Il viaggio di istruzione a Parigi o a Barcellona, l’assenza catartica e la gita in treno per il cerimoniale dei “cento giorni”, la foto di classe, l’uscita da scuola per ultimi l’ultimo giorno di scuola, passo lento e occhi gonfi. Niente.

Confessa Martina: «Non me la sto mica cavando bene. Stamattina sono passata a scuola in motorino per riprendere dei libri che avevo abbandonato sotto un banco. Quando sono uscita mi sono fermata di fronte alla facciata dell’Istituto e ho pianto un po’. Non so, quell’edificio sempre tanto odiato è riuscito a smuovermi qualcosa di profondo, si tratta di mura che racchiudono alcune delle mie risate più vere, delle mie lacrime più sincere, delle discussioni più animate e delle amicizie più forti. Lì dentro c’è una parte della mia vita piuttosto consistente e stamattina, dopo aver realizzato che probabilmente quella sarebbe stata la mia ultima o penultima volta lì dentro, sono stata sopraffatta da un grande senso di vuoto. Ho perso di vista chi sono e mi sono domandata chi sarò, se avrò il tempo di pensarci e di capirlo fino in fondo».

Ce ne eravamo dimenticati che “lì dentro” questi ragazzi non studiavano solamente, ma trascorrevano la loro vita. Lì dentro amavano, soffrivano, crescevano, provavano a sentirsi adulti. Martina me lo ricorda, lo fa presente a tutti con parole accorate e precise, che scavano nel vuoto e nell’incertezza di questi mesi.

«Fin da piccola ho sempre pensato a come sarebbe stato il mio ultimo anno di liceo e il giorno del mio matrimonio, immaginandomi con un lungo vestito bianco. L’ultimo anno di liceo è andato, l’ultimo giorno è perso, il tempo con i miei compagni è volato via e ci è sfuggito di mano così velocemente che non abbiamo avuto il tempo di realizzare. L’unica certezza è che non abbiamo potuto sentire per l’ultima volta l’odore dei corridoi consapevoli del fatto che non avremmo più potuto farlo, non abbiamo potuto abbracciarci un’ultima volta perché davamo per scontato di rivederci la settimana successiva. Ci mancano i nostri banchi, ci manca ingegnarci per copiare e poi essere beccati, pregare per non essere interrogati».

E poi c’è il fuori, il mondo vero, quello che dovrebbe garantire la loro libertà, dovrebbe fornire la prova di essere grandi: «Mi mancano tantissime persone ma allo stesso tempo ho paura di rivederle per timore che il rapporto non torni come una volta. E se non sapessimo più cosa dire? E se ci avessero portato via anche le parole più belle? Non so dove tutto questo ci condurrà, non so nemmeno cosa succederà domani, so poche cose a dire la verità. Devo ancora adattarmi a questo senso di fragilità e di impotenza che fino a due mesi fa sembrava così lontano dalla mia personalità».

E noi non sappiamo cosa rispondere, Martina, anche noi, gli adulti, quelli che la Maturità l’hanno superata tanti anni fa e ancora ogni tanto ci ripensano o se la sognano, i grandi, gli insegnanti, i genitori, i nonni, non sappiamo cosa dire, anche noi alle prese con fragilità e impotenza. Ma noi, se anche ci va male, apriamo un cassetto e ci guardiamo una foto brutta e fuori tempo fin dal giorno in cui venne stampata. Siamo insieme ai compagni di scuola dell’ultimo anno delle superiori, strampalati, quasi felici, in attesa.

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