Roberto Mussapi
Every beat of my heart

Guardando il male

Il dolore è una delle vie che la poesia percorre, necessariamente. È quello che fa anche Paolo Fabrizio Iacuzzi nella sua nuova raccolta. Tra passato e presente, un'impeccabile esecuzione formale, pervasa da una tensione insieme fredda, appassionata, compassionevole

La poesia mira al superamento della morte. Non superomistico, non protervo o superbo. No, semplicemente quel superamento che consiste nell’accettazione umile e nell’ascolto delle voci profonde che risuonano nel mondo, il dialogo tra i vivi e i morti. Il sussurro per i nascituri.
“Tu cantami qualcosa pari alla vita”, un verso di Luzi che mormoro continuamente come un mantra, accanto a “Ande death shall have no dominion” di Dylan Thomas, “E la morte non avrà dominio”.
Ma Luzi, che cerca (e trova) un canto quasi pari alla vita, e ancor più sconvolgente, come sempre accade della poesia, umile prodigio umano; conosce l’angoscia, “il pensiero della morte mi accompagna” recita come un mantra. E Thomas conosce la tragedia della morte e della disperazione, da cui la poesia fa uscire probabilmente non lui, il bardo, e l’agnello, ma certo il lettore, l’umanità a cui il poeta si è votato sacrificandosi come il progenitore e dio dei poeti, Orfeo.
La cognizione del dolore: il titolo del capolavoro di Gadda ha precisione chirurgica, suona ironicamente, crudelmente e drammaticamente scientifico nella tragedia che il romanzo inscena.
Questa cognizione del dolore è una delle vie che la poesia percorre, necessariamente. In ogni opera di un poeta c’è una via crucis,un inferno che spesso sono superati e trascesi nella gioia della luce.
Questo percorso doloroso deve portare altrove, a una rinascita del simbolo, dell’unione di ciò che la cronaca disperde o divide.
Ma il percorso è necessario, come in Gadda, in Paul Celan, in un certo Villon, in Gottfried Benn, per indicare alcuni dei miti a cui, a mio parere, si ispira il sentimento, prima ancora che la poesia, di Paolo Fabrizio Iacuzzi.
Autore di questi versi dolorosi in un libro doloroso, Consegnati al silenzio, in cui, nell’impeccabile esecuzione formale, nella tensione freddamente chirurgica e compassionevolmente appassionata, passato, presente e sogno si fondono in simbolicità presente. Il presente è il tempo della poesia, sempre, come il suo archetipo è l’unione di passato e tempo a venire, profezia già scritta.
Lo sguardo dentro il male, il passato portato via prima del futuro. La recita col bicchiere vuoto. Ma è più del poeta, più profondo, vedere e sentire il bicchiere vuoto, piuttosto che illudersi che sia mezzo pieno e mezzo vuoto. Solo se senti il vuoto stai aspettando, forse pregando, che qualcuno riempia quel calice.

 

Pensaci per tutti su questa terra. Penetra

lo sguardo dentro il male. La colpa inesistente

che celano i fratelli. In odio a tutto il mondo

perché non sanno dire. Quando e come mai

 

un giorno arriva il male. E porta via il passato

prima del futuro. Con le pasticche pensaci

solo sopravvissuti. Morti non siamo ancora

ancora in questo male. E non abbiamo peste

 

che stringe per la gola. Ma le parole sanno

tutto il nostro stento. Assalti di vergogna

assalti della vita. Sembra sia la vita un limbo

di fatica. E recitiamo solo col bicchiere vuoto.

Paolo Fabrizio Iacuzzi

Da Consegnati al silenzio – Ballata del bizzarro unico male, Bompiani

(photo © Serena Pampanini)

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