Luca Zipoli
Visite guidate

De Chirico e la fase 2

Le celebri piazze inquietanti, immobili e vuote della metafisica di Giorgio De Chirico richiamano la nostra quotidianità virale. Ma alle volte c'è una figura, magari una ragazza, a segnare che la gemma della vita è lì pronta a ripartire di nuovo

In queste settimane di isolamento c’è un pittore che viene spesso citato per descrivere l’atmosfera di sospensione e di vuoto che si è impadronita delle nostre città: è Giorgio De Chirico. È stato menzionato da artisti e intellettuali, e «Piazze d’Italia» è il titolo scelto dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma per un progetto che riflette sulla pandemia partendo da una celeberrima serie di suoi quadri. L’accostamento di De Chirico alla nostra condizione appare certamente appropriato, e non tanto per il mero dettaglio del vuoto che ora accomuna i suoi quadri alle nostre vie e piazze, ma quanto per il senso d’inquietudine che dai suoi scenari metafisici si è allungato ai nostri contesti urbani, prima a noi famigliari e ora inevitabilmente altri, perturbanti. In qualche modo, il genio del pictor optimus e il covid-19 hanno su di noi degli effetti cognitivi sorprendentemente simili.

L’obiettivo della pittura metafisica, escogitata da De Chirico e perseguita anche da Mario Sironi e Giorgio Morandi, è quello di spezzare le nostre abitudini percettive, creando un paesaggio enigmatico, a metà fra realtà e altrove (“metafisica” significa letteralmente “al di là della fisica”), che ci faccia guardare la realtà di tutti i giorni con occhi nuovi. Ugualmente, l’attuale pandemia ha fatto crollare le nostre certezze quotidiane e ci ha costretto a considerare luoghi, attività, gesti della nostra vita ordinaria attraverso una prospettiva straniante, che ci porta a mettere in discussione alcuni nostri automatismi passati.

Quando mi è stato chiesto dove vorrò recarmi una volta che questa emergenza sarà finita, la risposta è stata immediata quanto scontata: andrò a (ri)vedere Giorgio De Chirico. Vivendo a Roma, il viaggio non mi porterà molto lontano, avendo la fortuna di poter scegliere tra l’eccezionale collezione della GNAM prima richiamata e la casa stessa dell’artista, situata in Piazza di Spagna e diventata un museo con diverse sue opere. Ho deciso, però, che, rispetto a queste mete, la mia passeggiata si dirigerà al Museo Carlo Bilotti, ospitato all’interno dell’Aranciera di Villa Borghese. Meno noto rispetto ai grandi centri espositivi, questo museo non è per questo meno ricco, vantando una collezione di arte contemporanea che va da Andy Warhol a Larry Rivers, da Gino Severini a Giacomo Manzù, tutti donati generosamente al Comune di Roma dall’imprenditore e collezionista Carlo Bilotti. Il nostro De Chirico, che dell’imprenditore era anche amico, è presente con ben 18 opere, la maggior parte delle quali ospitate nella sala 2 al primo piano.

Arrivato alla sala, mi soffermerò su una tela in particolare, intitolata Mistero e malinconia di una strada, fanciulla con cerchio. Il dipinto è una replica tarda di un suo quadro del 1914, eseguita probabilmente in quel periodo, alla fine degli anni Sessanta, in cui l’artista si dedica a molti rifacimenti di opere precedenti, sconvolgendo ogni distinzione concettuale tra originale e copia.

La composizione, di impostazione meno classicheggiante rispetto alla visione frontale delle «piazze», è disposta su una prospettiva obliqua, delimitata da due edifici porticati ai lati, e chiusa in fondo da una zona aperta (il lato terminale di una piazza?) su cui si allungano due ombre minacciose, forse proiettate da due statue forse da due persone. In primo piano sul lato destro si osserva un angoscioso carro ferroviario, spalancato e contornato da tre oggetti abbandonati, con il quale contrasta, sulla sinistra, la figura di una giovane che corre giocando con un cerchio. Il quadro è pervaso dal tema dell’assenza e della sospensione, non a caso le due bandiere sul palazzo di sinistra sono ferme, a dare l’idea che anche il vento si sia fermato.

L’atmosfera è immersa in una staticità enigmatica, in cui il tempo è sospeso e si avverte l’attesa minacciosa di cosa possa accadere. L’unico elemento di contrasto a questa inquietudine è dato dalla ragazza che gioca con il cerchio, che al contrario è in movimento e comunica una sensazione di gioiosa libertà, quasi ignara del vuoto perturbante che ha intorno. Mi è facile immaginare come, quando gli sarò di fronte, questo quadro mi parlerà in maniera più intensa delle altre volte, vicino come è all’esperienza che stiamo vivendo con questa pandemia. Quell’endiadi di «mistero e malinconia» che si ritrova nel titolo del dipinto mi sembra una descrizione efficace della nostra condizione attuale, in cui un elemento misterioso come il virus ha spezzato la nostra visione pacificata del quotidiano e ha inchiodato il nostro presente a una malinconica incertezza.

Proprio come in un quadro di De Chirico, anche per noi la realtà quotidiana, prima famigliare, ha finito per farsi “metafisica”, per mostrare un aspetto perturbante e indecifrabile, fatto di paure e di pericoli invisibili. La ragazza con il cerchio sta però a ricordarci che, nonostante tutto, la vita non si ferma, e – appena possibile – dovremo cercare di recuperare un’interazione positiva con la realtà, anche se questa sarà decisamente mutata ai nostri occhi. Quando guarderò questo quadro avrò alle spalle la fase peggiore della pandemia, e sarà inevitabile chiedermi e chiedergli: è possibile per noi recuperare la gioiosa leggerezza della ragazza in questo contesto per noi così straniato? Le paure e le incertezze che si sono allungate nelle nostre strade come le ombre del dipinto manterranno il loro aspetto perturbante o riusciremo a sconfiggerle? Questo sguardo per così dire metafisico che abbiamo sviluppato sulla realtà lo conserveremo, e sarà anche un’occasione positiva di riflessione?

Non penso che i miei dubbi saranno dissipati dalla contemplazione e probabilmente, come di fronte a tutti i quadri di De Chirico, l’enigma rimarrà tale. Uscito dal museo, continuerò quindi la mia passeggiata, nel tentativo di seguire l’esempio della giovane e riprendere un contatto positivo con il mondo. Chissà se a furia di camminare non giungerò dall’autore stesso, che – forse non tutti lo sanno – riposa a Trastevere, nella prima cappella di sinistra nella chiesa di San Francesco a Ripa, a pochi passi dal capolavoro beniniano della Beata Ludovica Albertoni. Una buona occasione per salutare «il grande metafisico» e un’altra opportunità di visita per quando questa quarantena sarà finita.

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