Valerio Apice
Ai tempi del coronavirus

Teatro senza pubblico

Per il mondo del teatro questo è un momento terribile. Non solo per questioni economiche (pur gravissime), ma proprio perché manca il rapporto quotidiano, costante con il pubblico. Ciò che rende unica quest'arte

Su queste stesse pagine nel 2015 ho riportato un’intervista che Eugenio Barba mi aveva concesso a Marsciano e, le sue parole, mi sembravano di estrema importanza, mi davano il giusto orgoglio per continuare sul cammino del mestiere ma, oggi, mi lasciano anche un po’ stupito. Ne riporto un frammento: «Quello che il vostro Teatro Laboratorio Isola di Confine ha realizzato in questi sette anni è un modello particolare, quasi unico. Avete cominciato utilizzando il vostro “saper fare” con i bambini nelle scuole, collaborando con i maestri e motivando i genitori. Avete saputo applicare la tecnica specifica dell’attore che consiste nel creare relazioni non solo con un testo, con il passato o la contemporaneità, con lo spazio fisico e sociale, ma anche con situazioni che non sono direttamente legate allo spettacolo». (http://www.succedeoggi.it/2015/08/il-villaggio-dei-teatri/)

Uno dei progetti che ci ha permesso di applicare la tecnica dell’attore in situazioni non direttamente legate allo spettacolo, è IL TEATRO VA A SCUOLA, progetto nato nel 2009. Anche quest’anno avevamo coinvolto circa mille alunni, come negli anni scorsi. Sto parlando al passato perché il Coronavirus ha interrotto questo cammino che ci ha contagiati e ci ha cambiati.

Con Giulia Castellani abbiamo fondato nel 2007, in Umbria, il Teatro Laboratorio Isola di Confine, abbiamo due figli che in questi giorni accompagniamo, stando insieme 24 ore su 24, nella didattica a distanza, nell’incontrare virtualmente amici e insegnanti. Noi, invece, non riusciamo a fare lezioni di teatro, guardiamo i figli e ci commuoviamo e, mentre scrivo, capisco perché. Perché ci ha “infettato” il desiderio dell’incontro, ci siamo letteralmente “ammalati” condividendo la tecnica e il gioco scenico con centinaia di bambini e adolescenti durante le mattine a scuola o nei laboratori pomeridiani presso la nostra Sala Eduardo De Filippo, ci sentiamo “feriti” nell’aver scelto un pubblico che conosciamo, che ci conosce, che diventa allievo, spettatore, famiglia d’arte e che, in questo momento, non possiamo incontrare, non possiamo guidare nei ritmi, nei respiri, nell’utilizzo del corpo, della voce, nella lettura di classici, di fiabe, di filastrocche.

Lo scorso anno abbiamo parlato della nostra esperienza in un libro Il Villaggio del Teatro. Laboratorio Scuola Comunità, composto da scritti di insegnanti, studiosi, teatranti e con la prefazione di Eugenio Barba. Nicola Fano, nel suo contributo, scrive: «A Marsciano, nelle mie frequenti incursioni nelle “feste” di Isola di Confine, ho avuto la conferma di tutto questo: nel corso del Novecento, l’idea di “famiglia d’arte” si è allargata alla costruzione di piccole collettività che mettono in comune il proprio immaginario e, quindi, insieme si formano e crescono. È qualcosa di diverso dalla semplice animazione, dall’attività laboratoriale per bambini: a Marsciano si costruiscono persone; persone che sono e saranno spettatori».

Ciò che ci manca in questo momento, sono le persone. Quelle che ci conoscono da diversi anni, quei bambini (alcuni dei quali sono cresciuti con noi) che non ci fanno rimpiangere gli attori “famosi”, i genitori che ci hanno dato fiducia, gli amministratori che ci supportano nella nostra esperienza di “teatro di villaggio”. Ci manca il condividere lo spazio del teatro che all’unisono abbiamo costruito prima di questa pandemia. «Nel teatro di villaggio, d’altro canto, dal primo colpo di tamburo i musicisti, gli attori e il pubblico condividono lo stesso mondo. Sono all’unisono». (Peter Brook, La porta aperta)

Ho sempre pensato che alcuni “terremoti” abbiano ridato nuova linfa al teatro: Jacques Copeau che decide di chiudere il Vieux Colombier per fondare una scuola in Borgogna con il gruppo dei Copiaus; Jerzy Grotowski che nel 1970 decide di non fare più spettacoli e si dedica alle fonti della cultura attiva; esperienze come quelle del Teatro delle Albe che nella Non-scuola ha ritrovato nuovo vigore attraverso le giovani generazioni che si fanno “maestre” di un teatro puro.

Quando vivevo a Napoli un po’ mi pesava credere che il mestiere del teatrante fosse soltanto preparare un testo e mostrare il proprio “talento” nel metterlo in scena. Il teatro non è soltanto spettacolo, è cultura attiva, è ritrovare il senso del mestiere nella ricerca continua. Sì, “essere in quello che facciamo”, ha per me significato svolgere un’attività che non mi sarei mai aspettato di affrontare: il teatro a partire dai bambini. Scrive Grotowski: «Eppure c’è un altro aspetto del bambino. Il fatto che vive nel principio. Il fatto che per lui tutto si manifesta per la prima volta. Il bosco in cui si inoltra è il primo bosco. Non è mai lo stesso bosco. Mentre noi siamo così istruiti, così ammaestrati, il nostro computer mentale è ormai così programmato che ogni bosco – persino quello che vediamo per la prima volta – è lo stesso e ci diciamo la stessa cosa: “Questo è il bosco”. Anche se quello stesso bosco è ogni giorno diverso. Eppure essere nel principio è essere realmente nella percezione e in quello che facciamo». (Jerzy Grotowski, Sulle tracce del teatro delle Fonti).

All’epoca dell’intervista con Barba non mi era chiara questa prospettiva ma ho ritrovato esempi, pratiche, maestri che hanno voluto progredire nell’arte del teatro senza allontanarsi dall’arte di un’infanzia ispiratrice.

«Ho sempre cercato un punto di partenza. È probabile che lo troverò solo nell’educazione completa dei bambini, e cioè tra una decina d’anni. Verso questo tendo progressivamente: rinnovamento costante grazie a elementi sempre più giovani, sempre più vicini al mio cuore e al mio spirito». (Jacques Copeau)

Queste voci mi hanno posto di fronte a quella che oggi sento più che mai minacciata: la sopravvivenza del nostro teatro. Perché la nostra vera rivoluzione ha riguardato un ritorno alle origini a partire dai bambini, dalla scuola. E con le scuole chiuse anche la nostra principale attività teatrale si è fermata. L’ora di teatro significa per noi condividere uno spazio e un tempo equivalente ad uno spettacolo che, dello spettacolo stesso, dell’attività di messa in scena, ritrova principi e attitudine: ci prepariamo a “essere nel principio”, ci prepariamo a reagire, ad alimentare la presenza che con Giulia definiamo essere accesi. Il Coronavirus rischia di spegnere questo fuoco ma stiamo facendo di tutto per tenerlo in vita e non ci basta una diretta facebook, una lettura in streaming, un appello al Governo. Quel fuoco lo portiamo dentro e si compone di mille voci, mille sguardi, mille azioni che da più di dieci anni stiamo cercando di tenere accese…

«Ce la caveremo, vero, papà?
Sí. Ce la caveremo.
E non succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sí. Perché noi portiamo il fuoco».
(C. McCarthy, La strada)

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