Raoul Precht
Periscopio (globale)

Stroncature d’autore

Si può andare indietro fino a Lope de Vega che se la prende con Cervantes o Tolstoj che attacca Shakespeare: l'arte della stroncatura è antica e nobile. E quando è motivata o molto utile, anche allo "stroncato"

La stroncatura è una variante della critica letteraria che richiede tutta una serie di doti (e forse anche qualche lacuna) di cui non tutti dispongono. Nel riflettere sull’argomento parto da un mio disagio personale: pur essendo, credo, un lettore/critico abbastanza calmo ed equilibrato, confesso che di tanto in tanto qualche tentazione in questo senso mi colpisce a tradimento. Non sono mai stato capace di scriverne, tuttavia, e mi sentirei probabilmente in difficoltà se mi fosse chiesto di farlo. Eppure, sono il primo a riconoscerne l’interesse: se scritta in modo brillante, la stroncatura può essere originale, divertente, scoppiettante, dotata d’inventiva anche lessicale, richiamare l’attenzione molto più di un saggio erudito o di un articolo divulgativo, rendere insomma un inestimabile servizio al lettore. Lettore che potrà poi decidere in piena autonomia se seguire il recensore ed evitare di acquistare e leggere il libro stroncato o viceversa se dedicargli parte del proprio tempo, ignorando il critico e i suoi anatemi. Ciascuno, in definitiva, è sovrano. Naturalmente il lettore è anche titillato nei più bassi istinti, il piacere di vedere qualcun altro – meglio se un autore famoso – messo alla berlina; ma l’operazione è del tutto giustificata se, appunto, ben eseguita e non imputabile a partito preso o a malanimo, a patto cioè che al momento di demolire un testo il critico si serva di categorie di giudizio trasparenti e universalmente applicabili. Se insomma il giudizio è di merito, e non ispirato a semplici antipatie o invidie.

Nel migliore dei casi, la stroncatura si apparenta alla satira e deve quindi essere per così dire nelle corde del suo autore, il che non è affatto facile. Non ci si improvvisa stroncatori, insomma, così come non ci si improvvisa autori satirici, perché – come tutti sanno fin dalle più antiche diatribe fra comico e tragico – divertire può rivelarsi più difficile che spingere alle lacrime. Occorre essere proprio bravi.

Forse proprio perché vi si dimostra bravura o brillantezza, e perché rispondono a una sfida, le stroncature, più o meno dissimulate, non sono mai mancate. Se ne lamentava anche un peso massimo come Boccaccio – si veda la quarta giornata del Decameron dove lo scrittore è da “cotanti e da così fatti soffiamenti, da così atroci denti, da così aguti strali, […] sospinto, molestato ed infino nel vivo trafitto”. Per Lope de Vega, l’immenso Cervantes era “tanto stolto da vantarsi del Chisciotte”, mentre Shakespeare fu messo alla berlina postuma niente meno che da Tolstoj. Più che di vera e propria stroncatura, che di solito ha per oggetto un contemporaneo, si può parlare in quest’ultimo e in molti altri casi di un giudizio sommario che attraversa generazioni e secoli, dovuto di certo anche a cambiamenti nei gusti. Qualche altro esempio en passant? Con Dostoevskij se la prese Nabokov (nella foto sopra), che peraltro non amava nemmeno scrittori a lui anagraficamente più vicini come Conrad, Hemingway e Pasternak (almeno il Pasternak prosatore), mentre Jane Austen fu oggetto degli strali di Mark Twain, Joyce venne demolito da Virginia Woolf, Edgar Allan Poe da Henry James e Kerouac da Huxley e Capote, che a proposito di On the Road decretò, con una formula concisa e fortunatissima: “Questo non è scrivere, è battere a macchina.” Battuta seconda solo all’altra, anch’essa famosa e fulminante, di D’Annunzio su Marinetti: “Un cretino con lampi d’imbecillità.”

Nel nostro Novecento, la crociata di Guido Piovene contro Italo Svevo merita una menzione speciale. D’accordo, correva il 1927, si era in pieno crocianesimo e soprattutto in pieno fascismo, ma nel prendersela con Svevo, il giovane critico (allora appena ventenne) riesce in un sol colpo a far passare davanti al plotone d’esecuzione gran parte del Novecento: “Italo Svevo, commerciante triestino, scrittore di tre mediocri romanzi, valutato da noi, secondo i suoi meriti, con una rispettosa indifferenza, è improvvisamente annunciato come un grande scrittore da uno scadente poeta irlandese abitante a Trieste, il Joyce, uno scadente poeta di Parigi, Valéry Larbaud, e un critico, il Crémieux, che essendo intenditore di cose francesi, passa in Francia come intenditore di cose italiane; forse perché ne conosce pochissimo, fra gente che non ne conosce nulla.” Tutti scadenti, insomma, salvo il giovanissimo critico, l’unico a essere rimasto, pur se rispettosamente, indifferente alle presunte doti del commerciante triestino. E prosegue: “Quale merito dello Svevo? D’essersi avvicinato, più di ogni altro italiano, a quella letteratura passivamente analitica, che ebbe i suoi fastigi in Proust…” Se ne prendono di abbagli, sull’onda dell’entusiasmo giovanile. Va detto però che nel dopoguerra, l’atmosfera essendo cambiata, Piovene rivedrà il suo giudizio, almeno nei confronti di Svevo, con una palinodia abbastanza clamorosa.

Un altro grande stroncatore è stato poi Giovanni Papini, il quale nel suo primo libro, Il crepuscolo dei filosofi, scritto a venticinque anni, si proponeva di liquidare il pensiero dei vari Kant, Hegel, Schopenhauer, Comte, Spencer e Nietzsche, con argomentazioni naturalmente diverse ma sempre ritagliate su misura e condite di verve toscana. Se qui, più che di demolire un singolo testo, si trattava di sbarazzarsi di una serie di sistemi filosofici, in seguito Papini scoprirà le virtù e svilupperà la retorica dell’attacco diretto, prendendosela soprattutto con Croce e D’Annunzio (oltre all’oggi dimenticato Guido Mazzoni), ma riuscendo equanimemente a pubblicare nella stessa raccolta (Stroncature) anche lodi sperticate, nei confronti per esempio di Renato Serra, lodi che delle stroncature sono, se vogliamo, l’esatto opposto e che finirono per diventare paradossalmente la sezione più importante del libro stesso.

Avvicinandoci ancora di più ai nostri tempi, per contrastare il conferimento del premio Nobel a Salvatore Quasimodo diversi scrittori e critici, e fra loro con particolare vigoria Emilio Cecchi (nella foto), passarono sopra all’orgoglio nazionale considerandolo, forse a ragione, secondario rispetto all’esame dei meriti (o, dal loro punto di vista, demeriti) del laureato in questione. Non mi dilungo sulle polemiche che quel Nobel suscitò; vi ho del resto già rapidamente accennato qui: http://www.succedeoggi.it/2018/06/la-sfortuna-quasimodo/. Ancor più recentemente, Alberto Arbasino è uno di quegli autori che, sia pure con grande umorismo e leggerezza, notoriamente non lesina gli strali critici. Ne sapeva qualcosa, tanto per fare un solo nome, il “valvassino” Luchino Visconti, il quale si sarebbe accanito “nel pedante rifacimento archeologico-sartoriale di intere località, nella ricerca di cassepanche o di caffettiere ‘d’epoca’ ai marchés aux puces, nella subordinazione sistematica della Poesia alla Passamaneria”, o peggio ancora Michelangelo Antonioni, trattato senza mezzi termini da “mezzacalza della cultura”. Ma anche nei Ritratti italiani (2014) di Arbasino, come nel libro di Papini, quel che resta impresso alla fine sono più gli apprezzamenti nei confronti di alcuni personaggi che le (spesso giustificate) critiche al fulmicotone nei confronti di altri. Questione, direbbe Arbasino, di buona educazione.

Nel 2002 il critico letterario Enzo Golino ha poi raccolto in un libro (Sottotiro, Manni, riedito dieci anni dopo da Bompiani) una serie di stroncature, per l’esattezza quarantotto – numero che doveva forse preludere a una rivoluzione critica ahinoi abortita -, pubblicate negli anni Ottanta e Novanta sul mensile Millelibri, accompagnandole con le risposte, se e quando ricevute, degli scrittori demoliti, fra i quali figuravano anche nomi famosi, da Tabucchi a Pontiggia, da Bufalino a Ceronetti, da Cordelli a Vassalli. Fra coloro che hanno degnato il critico d’una qualche attenzione, alcuni hanno ammesso le loro colpe, promettendo di migliorarsi in futuro, altri si sono meravigliati delle critiche, considerandole inappropriate e fuori bersaglio, altri ancora non hanno saputo nascondere una certa irritazione. A dire la verità quest’ultima mi sembra la reazione più comprensibile e condivisibile, se lo scrittore ha pubblicato il suo libro in buona fede e convinto di aver fatto un buon lavoro, se in altre parole – come purtroppo spesso accade – il libro in questione non è un pasticciaccio raffazzonato in fretta e furia per far contento l’editore e cavalcare l’onda del successo.

Questo ci porta al nocciolo della questione: stroncare va benissimo, non foss’altro che come azione di sanità sociale e culturale, ma stroncare che cosa? Ha senso sottoporre a brusche reprimende un ottimo scrittore che magari ha sbagliato un libro, come capita? E per converso ha senso attaccare degli pseudo scrittori (che so, un Coelho, una Allende, un Volo, tanto per non fare nomi, o uno dei tanti giallisti italiani e stranieri di riporto) da cui nessuno può legittimamente aspettarselo, un buon libro? E ancora: ha senso prendersela con un esordiente, o non bisognerebbe lasciargli almeno un’altra possibilità e cominciare a massacrarlo solo a partire dal secondo libro pubblicato? Oppure, anche a prescindere dal loro eventuale valore, bisogna crivellare di colpi gli autori foraggiati e sostenuti dall’industria culturale – una Ferrante, un Camilleri, un Baricco – solo per il fatto che per ragioni commerciali sono appunto proposti e quasi imposti in tutte le salse? Il rischio è naturalmente che il critico stroncatore venga allora tacciato d’invidia e frustrazione, in una delle infinite declinazioni della favola sulla volpe e l’uva. Se si escludono tutte queste categorie, ecco che il novero dei libri stroncabili (che sotto il profilo etico è cioè opportuno e lecito stigmatizzare) si riduce notevolmente.

Ma c’è chi a questa tentazione, malgrado tutto, indulge: penso ai brillanti mini-pamphlet di Davide Brullo – una delizia quello sull’ultimo best-seller della Ferrante, che scrive “in tono vintage, per teleutenti Rai, con gergo generalista” –, o alla censura subita da Matteo Marchesini, che si è visto respingere dalla casa editrice Giunti un saggio già pronto e in fase di stampa perché aveva osato criticarne alcuni autori che vanno per la maggiore (sempre per non fare nomi, Moresco e Lagioia). Testi, quelli di Brullo e Marchesini, come anche di (pochi) altri, sempre stimolanti e rinfrescanti, anche quando non si sia pienamente d’accordo con il loro approccio o con le loro conclusioni. Testi, quindi, che vale la pena leggere, ma che alla fine, come gli autori stessi sanno benissimo, non raggiungono, se non eccezionalmente, il grande pubblico, e la cui circolazione rimane anzi ristretta agli addetti ai lavori. I quali addetti in privato magari gongolano, ma si guardano bene dall’incrementarne la diffusione, perché per farlo dovrebbero rinunciare all’amicizia di questo o quel collega e alla collaborazione con questo o quell’editore. Insomma, stroncare è una faccenda delicata: va fatto con una buona dose d’incoscienza e con mano da chirurgo, altrimenti è meglio ignorarli, certi libri, fingendo superiore distacco. Benvenuto sia però sempre chi ha il coraggio di farlo, e al tempo stesso dimostri di esserne davvero capace.

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