Lidia Lombardi
Ancora sul libro di Sandro Veronesi

Il colibrì: il coraggio di restare fermi

Pregi e difetti del nuovo romanzo dello scrittore toscano che gioca a rimpiattino con il plot ma racconta con forza e convinzione, tra passato, presente e futuro, una storia che ci riguarda. Con bagliori di speranza

Parlerò del nuovo romanzo di Sandro Veronesi, Il colibrì (La Nave di Teseo, 366 pagine, 20 euro) puntando sulle emozioni che mi ha fatto provare ma anche sulle pagine che mi hanno lasciato interdetta, scalfendo il piacere della lettura provato nella maggior parte del libro. Certo, per esprimere puntualmente i miei sentimenti di fronte a questa storia racchiusa in una copertina gialla sulla quale campeggia un uccellino che sbatte ali e coda nello sforzo di tenersi in aria e lo fa dietro un’esile trama di fili, come in una gabbia, dovrei raccontare per filo e per segno gli accadimenti che l’autore Premio Strega (con Caos calmo, nel 2006) ha inventato. Ma toglierei ad altri potenziali lettori il gusto di scoprire pian piano quegli accadimenti, nel momento in cui il romanziere ha creduto opportuno svelarli. E nel caso di questo libro sarebbe un’operazione particolarmente maldestra: perché Veronesi qui vuole proprio giocare a rimpiattino con il plot, accenna ai fatti che capiteranno ai suoi personaggi, ma come veramente sono andate le cose lo scopriamo magari cento e passa pagine dopo, e il puzzle di indizi allora si ricompone.

La storia è quella di Marco Carrera, il colibrì appunto, secondo il soprannome datogli dalla madre Letizia, architetto snob con un giro di amici artisti che la assorbono assai, tanto che del marito Probo, taciturno ingegnere applicato a costruire modellini capolavoro di stazioni, complessi urbanistici eccetera, ha finito presto di essere innamorata. Marco colibrì, perché era un bambino dall’esile figura e statura, un essere proporzionato e aggraziato nella sua piccolezza, al punto che il babbo (è una famiglia alto borghese toscana la sua) si impunta per una volta con la moglie e le impone di farlo curare con gli ormoni, secondo il piano terapeutico di un luminare milanese. Ecco, veniamo a sapere come è andata, quando e in che modo Marco è cresciuto a pagina 175, mentre la vicenda di Marco e della sua famiglia comincia a essere narrata a partire dagli anni Settanta, quando il “colibrì” ha undici/dodici anni. Ma il senso vero di quel soprannome glielo spiega Luisa, la donna amata per tutta la vita, dall’adolescenza alla vecchiaia, un amore che per entrambi resta in sospeso, irrisolto, lei sposata con figli a Parigi, lui sposato con figlia e residente prima a Roma e poi a Firenze. Ecco, in una lettera (perché tra Marco e Luisa il legame più sincero è quello scandito dalle lettere che si scambiano per anni, e le lettere condizionano anche l’andatura del romanzo, alternandosi regolarmente ai capitoli della narrazione in terza persona) Luisa spiega perché lui è un colibrì: perché come l’uccellino «metti tutta la tua energia per stare fermo. Settanta battiti d’ali al secondo per rimanere dove già sei». Per fermare il tempo, anche per risalirlo e per «trovare quello perduto, così come il colibrì è capace di volare all’indietro».

È il nocciolo del personaggio Marco Carrera: la capacità di non cadere, di non precipitare in picchiata pur se la sua vita è un susseguirsi di accadimenti dolorosi, tragici. La morte della sorella, nel modo più straziante, sfilaccia la sua famiglia d’origine, annulla il rapporto con il fratello minore. La menzogna esistenziale che cela sua moglie, tardivamente rivelata a Marco dallo psicanalista che la cura, vedrà sfasciarsi il suo matrimonio. Altre angosce, altre perdite, pur se in conto, come quella del padre e della madre, quasi contemporanee. Fino al dolore meno ipotizzabile, che pure arriva e al quale non accenniamo neanche, perché anche Veronesi lo spiattella all’improvviso, senza quelle avvisaglie che ha sparso nel corso del romanzo sugli altri personaggi. Ecco, in tanto male che gli si rovescia addosso, Marco, l’oftalmologo per vocazione che crede nell’importanza dello sguardo (“Gli sguardi sono corpo” il titolo di una sua conferenza, riferita interamente dall’autore in pagine affascinanti), riesce a resistere, ad andare avanti. E con discernimento e bandoli di uscita, non lasciandosi vivere. Avendo alla fine un premio, uno scopo alto: crescere la nipotina Miraijin, la pelle scura, gli occhi a mandorla ma di color celeste, summa di tutti i bambini del mondo e speranza del futuro già nel nome, che in giapponese significa Uomo Nuovo.

Qui c’è il messaggio de Il colibrì, qui quello che Veronesi pensa, come ha già magistralmente spiegato su Succedeoggi Daniela Matronola (http://www.succedeoggi.it/2019/11/il-mondo-di-veronesi/). Un messaggio e una speranza sui giovani che salveranno questo marcio mondo lanciato da Veronesi con abbondanza di frasi, aggettivi, visioni e previsioni che ci consolano ma possono lasciar perplessi nell’enfasi di un discorso senza pause che si espande troppo. Più vero, emozionante per me è stato il legame con il passato e con il presente del sensibile protagonista. Con una percezione tattile del valore delle cose, degli oggetti sempre visti nella casa dell’infanzia, dai quali non ci si può separare, a evitare lacerazioni incurabili. Allora sono paradossalmente pagine indimenticabili quelle costituite da elenchi. L’inventario dei mobili e soprammobili della casa paterna, oggetti di design anni Settanta sui quali si è esercitato il gusto di Letizia e Probo ma che raccontano anche un’epoca italiana, quella del boom più esibito epperò introiettato come abitudine al bello da Marco e dai fratelli. O la collezione di volumi di Urania, romanzi di fantascienza comprati regolarmente da Probo l’ingegnere, salvo pochi numeri, e lo iato corrisponde a giorni fondamentali per la famiglia Carrera, nel bene e nel male.

Il cuore delle cose è come il cuore delle persone, palpita. E non si spegne però, a differenza del padre e della madre il cui ultimo respiro è raccontato con il pathos che ciascun lettore ha vissuto vedendo spegnersi padre e madre. «I ricordi diventavano il destino, il passato, il futuro», osserva il protagonista sul viale del tramonto della propria esistenza. È per me una delle frasi più esatte. Come esatti sono alcuni personaggi, in primis l’amico mai rifiutato Duccio Chilleri, alto, smunto, «talmente magro da sembrare sempre di profilo», con una nomea di iettatore che gli condiziona l’esistenza (e un po’ anche quella di Marco). O Daniele Carradori, lo psicanalista nella schiera degli psicoanalisti frequentati da tutte le figure femminili con cui “il colibrì” ha avuto a che fare (diffidando da sempre di simili figure professionali) il quale diventa, togliendosi l’abito del terapeuta da studio e invece andando a operare sugli scenari dei disastri, tipo Lampedusa o Haiti, l’amico salvifico dell’oftalmologo, quello che c’è negli snodi più drammatici della sua vita. Mentre poco plausibili si rivelano in sostanza le due donne del protagonista, la dissociata moglie Marina e la evanescente Luisa.

Ed ecco ciò che non mi è piaciuto, de Il colibrì. L’incipit, con un insistito effetto straniamento, del tipo “mettiamola così, una delle cose che succedono in questa storia dalle molte storie succede nel quartiere Trieste” e la reiterazione di parole e frasi, a partire dal “si può ben dire” a quel “preghiamo per lui, e per tutte le navi in mare” che compare all’inizio e alla fine. Insomma, un plot tanto palpitante non ha bisogno di un cantastorie. Rallenta poi la lettura, costringendo l’andirivieni tra i capitoli, ciascuno contrassegnato da un anno, il miscuglio di passato, presente e futuro. Ma vince infine la forza complessiva del racconto sostenuta da una convinzione sincera che Veronesi mette in bocca al suo eroico protagonista: «Il cambiamento è quello che vogliono tutti. Così vuole il nostro tempo. Ma ci vuole coraggio anche per restare fermi».

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