Alessandro Macchi
Ricordi di un Continente che non c'è più

Frammenti d’Africa

1965, 1972, 2019: tre stagioni del mondo a confronto viste attraverso la particolarissima angolatura di uno spicchio d'Africa (tra Etiopia e Eritrea) dove le contraddizioni sono esplose più che altrove

«Ci si muove alti sull’amba e nell’aria tersa il paesaggio sembra infinito popolandosi di scenografie anche molto lontane: lo spazio è ai tuoi piedi e ti senti più forte»: così mi esprimo nel mio libro Desmè parlando dell’Etiopia, terra che mi ha visto protagonista per la costruzione di una importante infrastruttura tra rilievi aspri, le ambe, con quote oltre i 2000 metri, dove ci si muove “andando per amba” perché le strade corrono in sommità delle alture.

Ricordo il primo giorno del mio arrivo a Lekempti: sì, ero proprio atterrato in un luogo tutto nuovo, il mio cantiere sull’Amba. Subito mi ero sentito come galleggiare a lato di uomini diversi nel colore, nelle movenze, nella voce e, mentre pensavo rigirandomi nel letto in cerca del sonno, avevo sentito, stupito e interdetto, voci, grida, urla e suoni come lamenti… gli animali dei libri di avventure. Mi ero alzato e, alla luce della luna, avevo visto sagome muoversi, ombre furtive, occhi come piccoli fari improvvisi di luci gialle e quasi bianche in un paesaggio nel riflesso lunare amplissimo. Mi ero spinto avanti su un poggio e in lontananza, al di là di uno spazio scuro di profondità inscrutabili, mi parve di scorgere come degli specchi: cos’erano? forse tetti di lamiera? Era Ghimbi, il termine della strada a 111 km di distanza? Il pensiero di andare così lontano con l’opera da costruire mi aveva fatto rabbrividire ed ero rientrato…

Era il 1965, l’Etiopia ancora quella del negus Hailè Selassiè (nella foto accanto e in tutte quelle che illustrano il reportage) un imperatore alla soglia del tramonto come constaterò negli anni ‘72-’73 nel mio secondo soggiorno, quando i tempi stavano rapidamente cambiando. Nel 1965 e ancora nel 1972 ho visto più volte l’imperatore passare su una macchina scoperta intento a lanciare monete ai sudditi lungo la strada e, in modo trionfale, fianco a fianco col presidente francese George Pompidou. L’ultima volta, con mia grande sorpresa, vidi una italiana dell’Impero che gestiva un negozio sulla grande Churchill road, uscire sul marciapiede applaudendo ed esclamando a voce forte, commossa, “Viva il Re, viva il Re…”

Nel 1972-73 i tempi non erano più quelli che conoscevo, di notte ogni tanto si sentivano colpi di arma da fuoco o addirittura una sequenza di scariche di fucileria, l’albergo si era svuotato ed erano comparsi nuovi personaggi etiopi. Avevo approcciato sui bordi della piscina di acqua sulfurea una giovane amhara scultorea nel suo bel bikini rosso e, dopo i soliti convenevoli, il discorso virò in politica dove l’avvenente giovane si infervorò contestando l’imperatore di cui non disconosceva i meriti ma invocava tempi nuovi e socialmente diversi. E così vidi che si intratteneva con i nuovi ospiti in un atteggiamento insolito.Il personale dell’albergo sembrava vivere con una nuova riservatezza … e riandavo automaticamente alla mia Highway sull’amba della Lekempti Ghimbi del 1965, … sentieri polverosi e macchine operatrici potenti, nuove vie cui aggrappare la speranza, scuole all’ombra dei grandi alberi e altre dove si imparava a leggere e a scrivere sotto un tetto di lamiere come per aprire un percorso … erano divenuti luoghi interiori dove si indaga l’animo umano.

L’esercito stava reclamando il potere e si era formata una giunta militare, il Derg, facente capo a Menghistù Haile Mariam che costrinse Hailé Selassié ad operare numerose concessioni in favore delle forze armate. Una volta preso il potere nel 1974, Menghistu di ideologia marxista scatenerà una violenta persecuzione contro i rivali, conosciuta come “Terrore rosso”. Hailé Selassié morirà il 27 agosto 1975 in circostanze poco chiare forse addirittura ucciso direttamente da Menghistù stesso.

L’imperatore era una persona colta e di idee moderne e pragmatiche. Era rientrato trionfalmente ad Addis Abeba, il 5 maggio 1941, a 5 anni esatti dall’occupazione italiana, riassumendo ufficialmente il titolo di imperatore. Famosi erano stati i suoi discorsi alla Società delle Nazioni in cui aveva denunciato con umile passione molte atrocità italiane come quelle dell’uso dei gas asfissianti. Al suo reinsediamento aveva confermato un atteggiamento cavalleresco (e utilitaristico) verso i civili italiani, circa 35.000, concentrati nella capitale e furono impedite rappresaglie e vendette, fu emanato un editto di perdono, in cui tra l’altro si diceva, come riporta Angelo del Boca:

«Poiché oggi è un giorno di felicità per tutti noi, dal momento che abbiamo battuto il nemico, rallegriamoci nello spirito di Cristo. Non ripagate dunque il male con il male. (…) Prenderemo le armi al nemico e lo lasceremo andare a casa per la stessa via dalla quale è arrivato»

* * *

In casa guardo i dipinti di Daniel, il geometra eritreo che me li aveva donati quando io, avvinghiato da molte serpi, avevo lasciato il cantiere. Laggiù, nei cantieri dell’highway, il personale di punta indigeno, gli unici specializzati e più acculturati, erano eritrei ed eritrei erano i geometri e i ragionieri che avevano studiato nelle scuole italiane dell’Asmara che, dai risultati, erano ottime, ed anche eritrei erano gli autisti, incredibilmente multilingue, e carpentieri e falegnami come Wasihum.

Oggi l’Eritrea è in mano a Isaias Afewerki, presidente-padrone che ha isolato e militarizzato lo stato. Riprendono i conflitti regionali prima con lo Yemen e poi con l’Etiopia che vuole un accesso al mare. Ora chi riesce, appena può, scappa dal paese. In Etiopia molte vicende storiche sono avvenute da allora: vicende che ho potuto in parte seguire parlando a Torino con esuli soprattutto eritrei e mi preme solo dire di come oggi l’Etiopia sembri vivere un Rinascimento supportato da un nuovo corso politico. Lo afferma Pierpaolo Loffreda, che da moltissimi anni vive laggiù, in importanti reportage comparsi su succedeoggi.it nei mesi scorsi. Nelle turbolente realtà dell’Africa, quel paese oggi si presenta – egli dice – come una realtà-simbolo. L’Etiopia è un po’ il riassunto dell’Africa nel passaggio tra il Novecento e il Duemila: una lotta continua tra dittature e aspirazioni democratiche. Ora il premier Amhed Abiy legittima grandi speranze, ha scelto di salvare il paese dall’abisso e rilanciare le attività sia istituzionali che produttive. Ma è un compito ciclopico in Etiopia, e in tutta l’Africa, dove lo sviluppo economico (anche impetuoso, in alcuni casi) non si è mai combinato con le garanzie democratiche. Tranne in pochi casi: il Ghana, il Sudafrica da Mandela in poi ed ora, e ce lo auguriamo, l’Etiopia. Ma lo strapotere della Cina nel Continente e la violenza degli scontri tribali spingono per riportare indietro il Paese.

La speranza in me si mescola al timore di nuove delusioni, ma questa volta vuol prendere il sopravvento. Rivedo quella terra delle mio cantiere del 1965: terra di montagne aspre, di vulcani attivi, di laghi e fiumi mitici, di depressioni come la Dancalia, terra del mare di sale stupefacente di cristalli colorati, di chiese e santuari fascinosi e misteriosi, di miti come quelli della regina di Saba e dell’arca in legno e oro, custode delle tavole della legge, terra di animali meravigliosi liberi, di centinaia di etnie diverse ma tutte accumunate da un substrato comune che ne fanno un paese unico in quel grande continente.

Ad Addis Abeba nel 1972, in una pausa di un importante evento di lavoro collegato alle vicende della costruzione dell’Highway Lekempi Ghimbi, decisi di andare con mia moglie Clelia in Dancalia, giù fino al mar Rosso, sul litorale del golfo di Assab. Con la nostra 1500 Fiat sostammo a Dessiè sull’altopiano a circa 2500 metri di quota e a 550 chilometri da Assab. Il confortevole alberghetto era una costruzione dell’Impero di proprietà di un’italiana anche lei dell’Impero. Clelia si intrattenne a lungo con quella donna ancora molto piacente nonostante l’età e parlarono, parlarono, confidenti. Clelia ancora oggi ricorda con interesse quella donna arrivata laggiù con l’esercito ed ora dignitosa oste, serena e saggia anche se qualche ruga impertinente svelava vortici di antiche vicende.

Partimmo la mattina presto e nella strada italiana ad ampi tornanti con alcune brevi gallerie dai bei portali in bolognini di pietra, scendemmo giù dall’amba in una nebbia fittissima che si aprì all’improvvisa visione della piana del sale nella depressione che segna l’imbocco della Rift Valley a quasi 300 metri sotto il livello del mare. Eruzioni vulcaniche hanno chiuso quel golfo che, evaporando, ha lasciato un letto di depositi salini, il bacino evaporitico. Tutto appare bianco, i bordi fermi del golfo e le isole sono lì bloccati nel cristallo.

Costeggiammo quel mare di stupore e scendemmo ai suoi bordi e ci inoltrammo negli scricchiolii dei nostri passi: la coltre salata si trasformava in micro sculture floreali, in labirinti di acqua e concrezioni saline. I colori estremi, verde giada, giallo zolfo, azzurro cobalto, si intrecciavano in un arlecchino geologico, attorno al quale il vento faceva ruotare nuvole sulfuree. Un luogo della meraviglia.

Gli estrattori e gli intagliatori del sale qui, magri come spilli, con due pertiche di legno sollevano pezzi della crosta salina di questo antico mare, che poi altri con una rozza picozza intagliano in mattoni o fette di lastre che, messe tra due legni, sono destinati ai mercati, come vedevo a Lekempti. Incontrammo un giovane italiano che dirigeva una salina e, scuro dal sole come un etiope, viveva anche lui, moderno cavatore fornito di macchine, una vita solitaria per spiriti forti.

Ad Assab il golfo è definito da una colata di lava nel mare, un ribollimento di basalto fuso. Agli orli del golfo la sabbia nera era scottante per il sole assorbito. Dietro sorgevano alture nere, ferrigne nel paesaggio di metallo, ma sulla spiaggia e negli avvallamenti dei dossi e, oltre, sulla montagna boschetti di palme, d’acacie, di tamerici, e macchie brillanti di arbusti, rompevano la crudezza di quella scena, geologicamente bellissima, spettacolo di aridi terreni emersi e di vulcani spenti.

L’abitato di Assab “piccolo” metteva improvvisamente allegria nel panorama con le sue casette sparse di cittadina nascente e, a lato, la fila delle capanne indigene. Sventolavano bandiere agitate dal soffio dei monsoni.

Sostammo sul litorale del porto vicino a delle palme stese a terra dal vento col ciuffo che, orgoglioso, si girava verso l’alto. La moschea scintillava di mosaici e alcuni giovani vestiti di colori sgargianti e vie come piccoli labirinti animavano la scena.

Dopo Assab ci inoltrammo tra picchi brulli e coni vulcanici rotti, dove le lave si sono buttate nel mare; carovane di cammelli si vedevano passare a una certa distanza, forse portavano stecche di sale, struzzi grandi correvano all’improvviso, a destra e a sinistra, come spinti come da un’ansia insopprimibile.

Piccoli promontori si protendevano in lingue di sabbia seminate da scogli asperrimi che contrastavano con l’acqua chiara. La sabbia improvvisamente, avanzando verso la punta, diveniva dorata: e qui stemmo in ascolto delle onde mentre un vecchio dall’enorme barracano una volta bianco e con un grande turbante ci mostrava il suo pescato ricco di magnifiche aragoste e altri grossi crostacei.

Ritornammo con l’aereo perché era dura dormire in modeste strutture con camionisti e portuali e l’aereo ad elica, un vecchio Dakota, si arrampicò sul monsone con una impennata improvvisa e fummo premiati nel vedere a bassa quota il golfo di sale con al fondo il lago Abe dove il già superbo Awash muore ed evapora. Poi i motori annasparono e l’aereo sembrò toccare le grandi piante sul costone strapiombante di 2000 metri: eravamo tornati sull’amba. Avevamo conosciuto la geografia folle e la geologia primigenia di quei deserti biblici ostili alla vita e abitati solo da animali selvaggi e la solitudine dove l’esperienza è ascolto, estremo ascolto.

 * * *

L’Africa, l’Etiopia della forte esperienza è stata per me come una forma di meditazione ispiratrice. In Africa ho vissuto quella sapienza particolare, quell’intimo accordo con i ritmi e i segreti della natura, quel rispetto delle magie delle creature di quel mondo aspro che mi hanno insegnato cose che chi viene da lontano per distruggere quel mondo non potrà mai capire.

Quell’esperienza è stata inconsapevolmente un seme per riflessioni sul giardino umano e mi piace ricordarla con tre momenti lirici in versi.

Gocce d’acqua, anima del tempo
L’ottanta per cento dell’acqua dell’Egitto di Erodoto,
è dono del Nilo Azzurro d’Etiopia, l’Abbay.

La linfa vitale corre copiosa dagli altipiani
e il cielo l’insegue con bianchi vapori, infiniti
In cascate, torrenti, fiumi
La terra feconda fugge laggiù, vicino al mare

Lassù un popolo gentile
con un chiodo come aratro
trattiene un po’ d’acqua nei solchi
Poche gocce per millenni di vita,
quelli del nostro dna

Bimbi come angeli chiedono poesia
Dai nostri labirinti impartiamo lezioni di prosa

—–

Etiopia ritratto mobile
Dalla vetrina prendo la mia Rollei
Guardo, chinandomi, nel pozzetto
La forbice del diaframma
ritaglia lo spazio, reseca il tempo
Senza gravità mi muovo tra passato e futuro
sovrapposti e accelerati
Misteriosamente le figure danzano
Una ragazza ferma non smette di andare
Con sbuffi di fumo nero avanza la torma di Motorscraper
si aprono i dorsi delle Ambe per la nuova strada
Donne scendono e risalgono sentieri
curve sotto le anfore dell’acqua o fastelli di legna
i figlioletti nello sciamma oscillanti sulla schiena
Cuccioli e bimbi dagli occhi splendenti,
guardano curiosi, ispirano bellezza
Fruscii di piante e di fuochi,
Grida e occhi mobili di animali
qui, la, dappertutto nell’aroma della notte
Sangue rosso sulle mani scure
dei cavatori di pietre dalle colonne di basalto nero
crescono i nostri muri, opere d’arte a sostegno della nuova via
Bagliori del bianco deserto di sale
Verdi serre lussureggianti
tra i torrioni precipiti delle ambe
Il bunabiet del tec dove brindo con gli indigeni
nel sapore del miele e delle erbe …
L’istante della visione si dilegua
ritorna ad avere peso la materia
la tensione si frange in schegge

——

Etiopia nell’orologio del tempo
Immagini segrete
medicano come essenze
radici di un animo inquieto

Da un passato immenso
Uomini dai volti senza tempo
Immersi in spazi sconfinati
Corrono, corrono, corrono
Lassù sull’altipiano
Li spinge una imperscrutabile necessità

Sfumano in minuscoli segni
Nei vapori bianchi sui fiumi che scendono all’Egitto
Fragili esistenze
Riassorbite in una realtà troppo grande

Il loro come il mio
è un viaggio senza fine
Senza una precisa direzione di marcia
Verso il termine della notte

Le stelle mi confortano in pitagoriche armonie

Facebooktwitterlinkedin