Pasquale Di Palmo
“Per diverse ragioni” di Domenico Brancale

Epifania del logos

Una poetica «per via di levare» quella a cui arriva l’autore lucano che «sottrae e sottrae finché non resta che un granello di senso». Così il frammentismo caratterizza anche la sua ultima raccolta con parole che non consolano ma che si fanno preghiera laica offrendo una «speranza che si aggruma»

La poesia di Domenico Brancale, classe 1976, partita da una singolare ricognizione del dialetto nativo di Sant’Arcangelo, tende sempre più a orientarsi in direzione di un serrato confronto con il logos, connaturato all’essere stesso dell’autore. Una parola, una pronuncia semplici e, al contempo, complesse, spesso di difficile decifrazione ma oltremodo necessarie. Già le raccolte Controre e Incerti umani (vedi anche http://www.succedeoggi.it/2017/01/dentro-la-parola/), uscite rispettivamente per Effigie e Passigli nel 2013, pur nella loro complementarietà, costituivano una svolta rispetto alla produzione precedente, accogliendo testi in lingua e relegando il dialetto a una sorta di soluzione occasionale, quasi di ripiego. Ancor più la raccolta Per diverse ragioni (Passigli, 96 pagine, 12,50 euro) prosegue sulla strada intrapresa dall’autore lucano, radicalizzando la lezione dei due titoli succitati.

Avverte Alberto Manguel nella postfazione: «Se volessimo immaginare il metodo di lavoro di Brancale (nella foto), è esattamente il contrario della tecnica di Rodin: nello scolpire Rodin aggiungeva argilla alla forma che costruiva, Brancale sottrae, sottrae e continua a sottrarre finché non resta che un granello di senso». Quella dunque che Leon Battista Alberti, nel suo trattato De statua, definiva scultura «per via di levare», contrapposta a quella «per via di porre», risulta alla base della poetica di Brancale. È non è un caso che la scultura, soprattutto quella novecentesca (Giacometti in primis, ma anche figure fondamentali come quelle di Moore, Arp o Brancusi), rappresenti una delle suggestioni più importanti nell’economia compositiva di Brancale, fine conoscitore dell’arte moderna. Suddivisa in tre sezioni, la raccolta si articola attraverso tematiche autonome che sembrano intrecciare i propri fili, i propri profili da una sezione all’altra, creando una sorta di omogeneità espressiva che è uno dei tratti salienti di questa lirica che nulla concede sul versante virtuosistico. Il tema della malattia si contrappone a quello del dissidio amoroso, risolvendosi emblematicamente nella sezione finale che sembra condensare tali tematiche. Il frammentismo che caratterizza questa poetica non è mai autoreferenziale, non ha niente di pleonastico, innervandosi sulla pagina con un’autenticità che sembra un monologo interiore «stenografico», ricco di esiti lapidari e di ellissi.

In tal senso i modelli non possono che essere quelli dell’Atemwende, della «svolta di respiro» celaniana, o dell’enigmaticità insita nelle liriche di Mandel’štam e della Cvetaeva. Parola concepita alla stregua di una preghiera laica, «parola involuta indecifrata», che si snoda per epifanie, per squarci, per accelerazioni improvvise, per folgorazioni, illudendosi di carpire brandelli di senso a ciò che non ha senso: «dice tutto chi morde il silenzio». Ma questa parola «ulcerata», vuota, violentata, privata del proprio significato originario, questa parola che non consola e non redime, si configura al tempo stesso come il miglior antidoto «all’abrasione», divenendo «speranza che si aggruma». Nel finale di un testo, con uno spunto che ricorda certi aforismi di Canetti, si legge: «Qui dove stiamo vivi nella morte. / Noi gli increati. / Abbiamo ancora bisogno di candele».

 

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