Matteo Pelliti
Lapis

Scrivere, intrattenere

L'ultimo tormentone social è “domando per un amico”: ormai, affogati nell'ignoranza, scriviamo non per comunicare, la solo per "intrattenere" i nostri contatti, per assicurarcene la simpatia, la benevolenza

Avrete forse notato come, nell’uso dei socialnet, alcune frasi diventino tormentoni momentanei, temporanei vezzi di accompagnamento a quasi tutte le esternazioni («E niente» in principio di frase, «Xy ne abbiamo?» per sottolineare una sovrabbondanza, ad esempio, e molti altri). Diventa difficile sottrarsi a questi usi, anche solo nella forma metacitazionista del mimare un uso, adeguarsi a un coro per stigmatizzarlo (ah, il mito dell’essere originali Vs la banalità – vedi http://www.succedeoggi.it/2019/05/stefano-bartezzaghi-autorevole-a-chi/). Sono ondate che increspano per poco la superficie della lingua social, uniformandola, opacizzandola. Tra gli ultimi, o penultimi perché è sempre difficile stare al passo con gli usi, è ricomparsa la locuzione «Domando per un amico» in finale di frase. Deve esserci stato un tempo luminoso in cui tale espressione aveva un uso proprio, perspicuo. Magari in qualche piccola posta di settimanale, la domanda su argomenti ritenuti scabrosi, imbarazzanti, veniva circoscritta dalla pietosa bugia di fingere che la richiesta non fosse del richiedente stesso ma che, appunto, si domandasse per un amico, inesistente. Il candore di quel contesto è perso, forse non lo si è mai avuto. Forse lo si è avuto solo per qualche ora, per qualche giorno degli anni Quaranta, o Cinquanta.

Oggi la chiosa «domando per un amico», è un espediente che vorrebbe essere comico, ironico. Denuncia solitamente qualche impaccio personale, qualche dubbio, qualche ignoranza da colmare. Buffo, in un tempo spudorato come il nostro, senza il sentimento della vergogna, quando ci si scopre ignoranti si teme di rivelarlo. Il dramma è che chi è davvero ignorante – alla lettera – non cerca più di non esserlo e non ha gli strumenti per capire di esserlo. Ma l’espressione «domando per un amico», perso il candore mai avuto, mantiene piuttosto la funzione di “intrattenimento”. Scriviamo per “intrattenere” i nostri contatti, per assicurarcene la simpatia, la benevolenza. La domanda retorica, l’ammissione di una ignoranza implicita nel domandare, viene declinata in chiave ironica nella formuletta che scherma e sposta, apertamente e per gioco, tale ignoranza, sull’immaginario amico per il quale si chiede. Tutto questo, mi direte, è davvero ovvio. Ma è proprio quando non guardiamo più all’ovvio che innestiamo il pilota automatico negli usi linguistici. E rimanere invischiati negli automatismi del linguaggio non è mai salutare. Estremismi di destra al governo prossimo venturo ne abbiamo? Domando per un amico.

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