Adriano Napoli
La biografia di Cesare Panizza

Chiaromonte e Antigone

L'umanesimo civile dell’intellettuale lucano che teorizzava il primato della cultura e della morale sulla politica è oggi più che mai attuale. Il lavoro che Panizza gli ha dedicato si offre come invito a riflettere sulla crisi delle coscienze e la deriva barbarica

Non sorprende che il pensiero filosofico e politico di Nicola Chiaromonte (1905-1972), così vitale e perdurante in tanta parte della cultura americana e dell’Europa dell’Est, sia tornato negli ultimi anni a influenzare indagini e riflessioni ad ampio raggio anche negli orizzonti di quella cultura italiana per lungo tempo refrattaria ai suoi stimoli. Penso, di recente, a un saggio di Filippo La Porta (Disorganici. Maestri involontari del Novecento, vedi http://www.succedeoggi.it/2019/02/filippo-la-porta-e-il-novecento-mancato/) che ascrive a Chiaromonte, insieme al compagno di strada Silone e altri «assai poco disciplinati “maestri”» un ruolo appartato ma anche per ciò significativo nel dibattito culturale del secolo scorso. Non sorprende insomma che in un tempo di crisi e disorientamento come il nostro, si torni a riflettere sull’opera di un intellettuale che sulla crisi della coscienza borghese nella società moderna, e la deriva barbarica – politica e ideologica – negli anni cruciali del Fascismo, della seconda guerra mondiale e del dopoguerra, ha imbastito pagine militanti di assoluta lucidità spendibili ancora nel nostro inquieto presente.

A tal scopo, un contributo a una definizione più sistematica del pensiero di Chiaromonte, intrecciato alla sua singolare e per molti versi emblematica vicenda esistenziale, ci è offerto dalla biografia di Cesare Panizza, Nicola Chiaromonte. Una biografia (Donzelli), pregevole per il lavoro rigoroso e appassionato di ricerca e documentazione; tanto più in considerazione della dispersione di testi e documenti dovuti ai lunghi anni di esilio e precarietà che assillarono l’esistenza dell’intellettuale lucano. Un ingente lavoro filologico ed ermeneutico, quello di Panizza, che ha il tono di un colloquio incessante, sostenuto da una congenialità, una tensione desiderante verso l’oggetto della sua indagine, di cui ha saputo riportare in luce, come nel restauro di un quadro che ha rischiato più volte di scomparire, i colori originali, le zone mancanti, i moti di un animo accarezzato nel corso della vita intera da una Musa fedele e ostinata: l’inquietudine. Sintomatico a tal proposito il progetto coltivato fin dalla giovinezza – rimasto incompiuto, ma costante nella mente di Chiaromonte come una musica, una tinta del pensiero – di una monografia michelangiolesca, ravvisandovi il terreno comune e nutritivo di un sentimento religioso della Realtà inquieto, per l’appunto, irto di dubbi e interrogativi.

Colpisce soprattutto, nelle pagine di questa biografia, la testimonianza sulla vita d’un uomo che ponendosi “fuori dalla politica” non cessa di ricercare per sé e gli altri le risorse concrete di una liberazione per la dignità dell’uomo, nelle angustie e nei disinganni di un tempo angoscioso, dallo spazio residuale di un “esilio interiore”, che per Chiaromonte fu tuttavia occasione positiva e lungimirante di ampliare i propri orizzonti intellettuali, e soprattutto per affinare uno sguardo acuto su una realtà sociale e culturale resa imbelle e immobilizzata dai falsi miti del Progresso, del Nuovo, che producono “forze senza leggi”; e di un’Azione che apre la strada ai totalitarismi, ai fascismi (“La morte si chiama Fascismo” è il titolo di un suo articolo negli anni 30), annullando la volontà degli individui, regredendo la vita sociale ai dogmatismi di una politica disumana, confinata nell’esercizio del Potere e della forza.

A questo “status quo” Chiaromonte risponde – disertato spesso dall’incomprensione di compagni e anime sorelle – con lo stimolo anacronistico a un rinnovamento culturale (e la Cultura, per lui, è essenzialmente ciò che “fa la vita”) che non può prescindere dalla libertà di critica, dalla ricerca appassionata delle “cose migliori”, in contrapposizione a «quelle cose astratte, che sono un’organizzazione e un ideale politico». Chiaromonte proponeva insomma (e fu uno dei tanti nodi di incomprensione che segnarono il suo divario dalle idee gobettiane prima, da “Giustizia e Libertà” e dalle sterili posizioni degli altri esuli antifascisti negli anni precedenti al disastro del conflitto mondiale) non un programma politico atto esclusivamente a rovesciare la dittatura fascista – di cui del resto egli aveva compreso, in anticipo, la natura totalitaria e internazionale, trascendente i confini di «un’autobiografia della nazione italiana» – ma una autentica “conversione”, che alimentando la volontà, i bisogni reali della coscienza di ciascun individuo, ne riconducesse le istanze a «quel fatto complesso che è un’esistenza, un modo di rapporti concreti e determinati». E del resto, «Solo lì in un terreno vivo è possibile svolgere un’opera: la trasformazione attuale dei rapporti sociali, dalla quale soltanto può venire la resistenza efficace all’oppressione, e si può procedere con i piedi sulla terra verso le crisi degli atti di disobbedienza e di rivolta» (così Nicola Chiaromonte, a firma Luciano, nell’articolo “La riforma socialista ovvero la ricerca della vera questione” , nei Quaderni di “Giustizia e Libertà”, marzo 1935).

Sono riflessioni che a distanza di decenni suscitano, nella loro fermezza chiaroveggente, un’impressione di dolorosa consapevolezza sui contorni della “vera questione” e che condannarono il loro artefice a un esilio esistenziale e intellettuale prima ancora che politico e storico: un essere diverso e inconciliato non solo rispetto al clima culturale instaurato dal Fascismo, ma anche e forse soprattutto, negli anni successivi alla Liberazione, nel fermento democratico e del boom economico. L’esilio di Chiaromonte insomma continuò anche dopo il rientro in Italia, in una Patria che continuò a sentire distante, ostaggio di schematismi ideologici e di un conformismo di idee, abiti mentali, comportamenti, che contraddicevano quel «primato della coscienza individuale e della cultura sulla politica» che furono l’orizzonte morale intellettuale in cui continuò a svilupparsi la sua riflessione coraggiosa sulla società, sul senso della vicenda umana e la speranza, incessante nonostante la qualità dei tempi, di un riscatto dell’uomo dall’omologazione incessante (come testimoniano anche gli scritti del dopoguerra, si pensi in particolare a “La rivoluzione conformista”).

Perché (ri)leggere, oggi, e ancora, Chiaromonte? Le sue idee rappresentano per il lettore di oggi forse un inciampo, un’aporia per il senso comune e una sfida troppo ardita e impegnativa in un tempo di disimpegno, di separazione tra politica e società reale, di disgusto e disinganno sconfinante nell’abulia, nell’indifferenza, e nella definitiva perdita del senso del Sacro? Ma è tutto ciò che Chiaramonte ha meditato e indagato in un tempo che ci appare passato e di cui il nostro tempo è l’evoluzione e la conferma. Forse la bellissima riflessione che Panizza antepone al suo prezioso lavoro di biografo e interprete, accostando con un volo anacronistico la figura di Chiaromonte al personaggio tragico di Antigone (un volo che sconfina negli orizzonti di una tradizione più vasta di quelle velleitarie e improduttive coltivate sulla carta da tutti gli ismi della modernità, e suggellato in fondo dallo stesso Chiaromonte che proprio nell’antichità, quella greca in particolare, andava a cercare i germi e gli stimoli per una lettura più efficace e realistica del tempo presente) rintraccia nel rapporto tra Politica e Morale il nucleo del suo pensiero. Antigone non esita ad anteporre all’autorità di Creonte, Re e padre, fondata su una Ragion di Stato inumana concentrata nella difesa dello status quo (archetipo dunque delle aberrazioni e dei soprusi della Politica in ogni tempo,  le ragioni di una forma diversa di Giustizia e connessa vitalmente a quella una “philia” che prefigura la possibilità per la “Polis” di ridarsi un ordine giusto e morale, «capace di dar conto della pluralità strutturalmente connotante il mondo umano». Antigone sacrifica pertanto la libertà propria, per uno scopo, che è la liberazione dell’uomo in una società che appartenga ancora al dominio di ciò che è giusto e umano. Ecco dunque: in questa nozione di “Giustizia” che contiene in sé la “Libertà”, restituendole una voce, molteplice, scaturita dalla verità di un ordine vivente piuttosto che da un’ideologia schematica piovuta dall’alto, consiste la lezione suprema di Chiaromonte, la summa e il senso di un umanesimo civile su cui ripristinare il filo di un discorso e di un cammino.

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