Lidia Lombardi
Itinerari per un giorno di festa

Una rosa per Greta

Si chiama “Augusta Palatina”, è un ibrido nato per gli Horti Farnesiani. Adesso, superato il maggio freddo e piovoso, è in piena fioritura. “Fresca e aulentissima” evoca l’antico e si rivolge al nuovo, essendo dedicata alla giovane pasionaria Thunberg

Maggio ha nelle rose il suo luogo comune. Ma il maggio straordinario appena trascorso, freddo e piovoso da parer novembre se non fosse stato per lo iato con la sera che complice l’ora legale arriva assai tardi, ha posticipato la fioritura della corolla regina. Sicché le vediamo turgide adesso, le rose, esplose finalmente a sventagliare sensuali colori. La falsa primavera di maggio ha tirato un brutto scherzo alla rosa più preziosa di tutte, ancorché appena nata: si chiama Augusta Palatina perché, inedito ibrido, impreziosisce gli Horti Farnesiani, il luogo più suggestivo del Palatino. Ebbene, questa specie uscita dalla sperimentazione durata otto anni dell’ibridatore Davide Dalla Libera e dal visionario progetto di Gabriella Strano, architetto paesaggista del Parco Archeologico del Colosseo, non ha mostrato che striminziti boccioli al suo debutto, fissato il 22 maggio, il giorno dedicato a Santa Rita, l’aureolata dei roseti impossibili. E invece adesso spalanca i suoi cerchi concentrici – rosa mistica, emblema del Paradiso – ed è un piacere scovarla al centro degli Horti, in un passeggiata dai molti input.

Gli Horti Farnesiani, prima di tutto. Li vollero, nel Cinquecento, i Farnese, nel punto più alto del colle di Romolo. Un viridarium al quale si accedeva (e si accede ancora, riaperto in seguito alla politica di restauri che di mese in mese rendono accessibili parti del Foro Romano, del Palatino, del Celio) da uno scenografico arco trionfale, dal quale si dipartono a destra e a sinistra – le progettò Girolamo Rainaldi su commissione di Alessandro Farnese, nipote di Paolo III – rampe circolari, ciascuna culminante in un terrazzamento reso leggiadro da balaustre. Le tappe intermedie sono il Ninfeo della Pioggia, il Teatro del Fontanone e, all’ultimo piano, due uccelliere simmetriche. Il pianoro tutt’intorno è una raccolta multicolore di fiori e arbusti, ordinati in siepi geometriche, la “sigla” del rinascimentale giardino all’italiana. Che nel 1917 l’archeologo e architetto Giacomo Boni, responsabile dei monumenti di Roma, ridisegnò in oasi botanica, piantando rose e altre specie tipiche del mondo antico. «Vorrei far ricca la flora palatina, vorrei far sentire l’influenza educativa emanata dall’amoroso rispetto alla piante e di cui mostrano aver gran bisogno taluni visitatori» scriveva, e la sue parole, attualissime, sono un monito che si replica oggi proprio all’ingresso del viridarium.

Ecco dunque i tipi di rose nominate dagli autori classici, tra i quali ovviamente Virgilio e Plinio. Ecco l’influenza degli affreschi di Pompei, dove ogni domus aveva un giardino. Ecco l’antenata della Augusta Palatina, che svaria dal rosso al violetto, corolla regolare, simile alla Rosa Gallica e rintracciabile in una pittura muraria delle Catacombe di Priscilla che effigia la rosa Prenestina o Rubra (già, perché le rose prendevano il nome dalla loro provenienza, come ricordano i versi di un epigramma di Marziale che in una coroncina di rose identifica quelle tiburtine, tuscolane, di Paestum, eccetera). All’inaugurazione del “giardino Boni”, i giornali parlarono di «rose bellissime, semplici come anemoni; di colore arancione allo sbocciare, si fanno poi rosse, e finiscono di un colore vivo purpureo: bella e calda gradazione di tinte» e ricordano la presenza di un giardino «limitato da una pergola di rose… E dovunque, rose, rose, e sempre rose: ad aiuole, a cespugli, a cespi, a tralci pendenti: rose di ogni forma, di ogni colore, di ogni profumo».

L’impianto del roseto, nelle sue linee generali, è rimasto inalterato, così come Boni lo aveva progettato, fino agli inizi del 1960, quando l’area ospitò una nuova sistemazione che dialoga tutt’ora virtualmente con il Roseto comunale ai piedi del Colle Aventino. Nel 2018 le rose di allora, quasi tutte ormai senescenti, sono state sostituite con un nuovo impianto che esalta, con le numerose varietà, la storia della rosa; storia, peraltro, affascinante sotto altri profili, al centro di numerosi miti della classicità, con i suoi richiami alla sensualità e alla fertilità della terra. Era sacra a Venere, introduceva ai misteri di Iside, era usata a scopo cosmetico e terapeutico (la rosa canina si riteneva un toccasana per arginare la rabbia contratta dal morso di un cane). E la pioggia dei suoi petali era corollario scenografico di banchetti della corte imperiale, come li raffigura l’estetizzante pittore Alma Tadema ne Le rose di Eliogabalo, nella foto). La consacrazione della regalità di questo fiore venne nel Medioevo, a partire dalla “fresca rosa aulentissima” per arrivare al culto mariano e alla corona di spine di Gesù.

A tutto questo rimanda la passeggiata odierna negli Horti Farnesiani. Scovare Augusta Palatina – peraltro dedicata alla pasionaria del rispetto per la natura, la ragazzina svedese Greta Thunberg – è anche bearsi della bellezza di antiche vestigia. Così come le hanno guardate, dipinte e descritte i viaggiatori del Grand Tour. E a questo ci aiuta una deliziosa guida edita da Electa. Riunisce appunto Le vedute del Grand Tour che adesso, grazie appunto alle innumerevoli aperture di angoli finora impraticabili del Parco Archeologico del Colosseo diretto da Alfonsina Russo, possiamo osservare come se fossimo novelli Piranesi, Pannini, Turner. Per esempio, nel romantico disegno Gli Orti Farnesiani ripresi dalla terrazza del portico d’ingresso di Charles Percier, l’architetto parigino giunto in Italia nel 1786 a seguito della vittoria del Prix de Rome. Nella sua riproduzione il prospetto principale degli Orti è raffigurato con certosina perizia, sì da poter distinguere le differenti specie arboree. La prospettiva opposta, Il Colosseo visto dai Giardini Farnese, è nell’incantato dipinto di Jean-Baptiste-Camille Corot che nel 1826, l’anno di questa opera conservata al Louvre, scriveva da Roma: «C’è un solo scopo che perseguirò con costanza nella mia vita: fare paesaggi». E davvero qui è ammaliato da quanto vede, restituendo archeologia e natura in una luce pomeridiana ambrata e in una atmosfera fuori del tempo. Quaranta anni prima, all’imbrunire del 10 novembre 1786, Goethe, giunto per la prima volta sul Palatino, aveva annotato: «Non è possibile, io credo, trovare vista uguale a questa».

 

(© E. Monti per la foto della rosa Augusta Palatina)

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