Massimo Morasca
Una burrasca a bordo del “Moby Dick”

Chiamatemi Ismaele

Il nome della barca, uno splendido Two Tonner di Douglas Peterson, che si accingeva a disputare la “Settimana delle Bocche”, non può che evocare epiche sensazioni e mitici ricordi: per gli elementi della natura che si scagliano, per il modo di bolinare e di salire sull’onda dell’imbarcazione, per quella spinta verso il cielo così viva e marina…

Oggi è una giornata estiva di burrasca da nord-ovest, i colori sono vividi senza compromessi, il mare rompe fino all’orizzonte, onde maestose blu intenso con la cresta ripida che frange in bianca spuma, più a terra il colore vira dapprima in verde e poi in marrone chiaro misto a giallo, per la sabbia che la risacca solleva dal fondo. Sono burrasche che di solito non durano più di tre giorni, ma molto intense, con il fresco Mistràl che soffia deciso e austero.

Sono in relax sul mio balcone, rifugio contemplativo, luogo di meditazione e di ricordi lontani, vedo una piccola vela, prendo subito il binocolo, è una barca non più lunga di 11 metri con vela da tempesta a riva e l’equipaggio tutto raggruppato a poppa. Procedono con il vento in poppa in relativa sicurezza, si avvicinano, penso vogliano rifugiarsi in porto. In estate con i pochi giorni di ferie è facile farsi sorprendere da queste burrasche, mentre si sta raggiungendo l’agognata meta o si sta riportando la barca indietro. Con le ferie che finiscono e il lavoro che incombe si finisce per non avere mai tutto il tempo necessario per aspettare condizioni ottimali per partire, una mancanza di tempo che il mare non gradisce, inferendoti indimenticabili e pericolose “pestate”.

Il vento è fresco di giorno ma freddo la notte, bisogna coprirsi bene anche se si è in piena stagione estiva, altrimenti è dura.

Chiudo gli occhi e mi concentro sul vento e sul fragore delle onde che rompono sulla spiaggia, quante volte ho visto quei colori, ho sentito quei profumi, ho ascoltato quella musica a terra. Ma viverli per mare è ben altra cosa. Nella mia mente scorrono immagini, sensazioni di un déjà vu vissuto mille volte fino al ricordo di quella dura notte sul Moby Dick, uno splendido Two Tonner di Douglas Peterson, in lamellare di mogano, uno scafo stupendo che stavamo trasferendo a Porto Cervo per disputare la “Settimana delle Bocche”, allora una pietra miliare del circuito di regate di altura in Mediterraneo. Il nome lo deve alle Bocche di Bonifacio, il temibile stretto di mare tra la Sardegna e la Corsica, famoso per i colpi di vento da nord ovest che generano una forte corrente di traversia il cui unico scopo è sfracellarti sulle scogliere della Corsica. Accadde nel 1855 a La Semillante, una fregata francese con circa 650 uomini a bordo che persero tutti la vita in quel terribile naufragio.

Eravamo come al solito in ritardo per problemi di messa a punto e ci ritrovammo a partire l’ultimo giorno utile nonostante le previsioni parlassero chiaro “.. sudovest 5 in rotazione da ovest e rinforzo a 8, mare molto mosso in rapido aumento/tendenza nelle 12 h Ovest-NordOvest 8 mare agitato”. Ma noi dovevamo partire perché non farlo avrebbe significato rinunciare alla regata, ipotesi che né l’armatore né noi dell’equipaggio volevamo nemmeno prendere in considerazione. Eravamo solo in quattro per il trasferimento. Io mi occupavo della navigazione che allora si faceva carteggiando anche con l’aiuto dei radiofari quando si era in mare aperto, senza la costa in vista; una navigazione complicata che richiedeva tempo, concentrazione e abilità, un duro lavoro se paragonato alla facilità con cui oggi basta premere un tasto, anche sul proprio smartphone, per conoscere il punto nave e la rotta.

Partimmo nel primo pomeriggio, come se aspettassimo il peggioramento delle condizioni meteo per farlo, ma prima non era stato possibile per un ultimo problema al motore. E così iniziammo una dura bolina con mare molto mosso in peggioramento, vento da Ovest/NordOvest già sui 30 nodi che andava via via rinforzando mano a mano che risalivamo verso la Sardegna. Fiocco 4 e due mani di terzaroli alla randa era la configurazione che avevamo scelto per riuscire ad avere la potenza necessaria per affrontare quelle onde, perché, lo sapevamo bene, tutto sarebbe peggiorato e avremmo dovuto affrontare una difficile notte. Tra i miei compagni di viaggio soltanto in due avevano una certa esperienza di navigazione d’altura, l’altro era un malcapitato amico dell’armatore incontrato per caso in banchina a cui serviva un passaggio per andare a trascorrere le vacanze in Sardegna, aveva perso il traghetto ed era ben contento di poter approfittare della cortesia dell’amico. Non sapeva, poveretto, a quale dura prova sarebbe andato incontro.

Nel bel mezzo del Tirreno ci troviamo nel pieno della burrasca, l’anemometro fisso sui 50 nodi, schicchero lo strumento pensando che la lancetta sia bloccata, invece sono proprio 50 secchi. Ammainiamo la randa e riusciamo comunque a bolinare con il solo fiocco 4 a riva, anche se ancora con troppa tela. Le onde sono dei muri di 3-5 metri, un mare scavato e ripido, quello che gli inglesi chiamano choppy. La prua si immerge in ogni cavo e inesorabile l’onda successiva frange sulla coperta, spazzandola da prua a poppa. Stare al timone è un’impresa difficile, la barra in legno del Moby assomiglia adesso a un lungo remo da tenere con due mani per cercare di sgusciare al meglio tra le onde senza cadere di schianto nel cavo successivo alla cresta. L’assenza della randa però non aiuta, rendendo la barca poco equilibrata, inoltre come in tutte le barche da regata di allora il timoniere è seduto in coperta senza alcuna protezione e si becca vento e mare dritto in faccia.

Il frastuono del mare e del vento è assordante, eppure, dopo un po’ che sto al timone, lascia il posto a un suono armonico. È il mio primo contatto sensoriale con le voci del mare che si scatenano in una burrasca, è un coro polifonico, una melodia potente che ti prende alle viscere e che non dimenticherai mai più, tentatrice nell’abbandono di ogni lotta, suadente ma allo stesso tempo forte, ti induce la tenacia necessaria a superare ogni onda, ad andare avanti di cresta in cresta cercando un equilibrio sintonico con le forze in gioco. Sembra assurdo, ma nonostante il freddo, la fatica e la difficoltà di tenere gli occhi aperti controvento, mi sento in uno stato di grazia.

Nel frattempo metà dell’equipaggio è fuoriuso per il mal di mare e rimaniamo in due a condurre il Moby Dick, che comunque si comporta egregiamente, affrontando le onde come solo una barca in legno sa fare. Carteggiare è un hard job, infatti il tavolo da carteggio per motivi di ottimizzazione dei pesi è situato al centro, proprio sotto il tambugio da cui si accede al pozzetto, a ogni onda una cascatella d’acqua mi si infila nel collo, mentre cerco inutilmente con il corpo di proteggere la carta nautica sulla quale traccio a matita la rotta e il faticoso bordeggio che ci porterà alla meta.

Come tutte le barche da regata anche il Moby Dick sottocoperta in queste condizioni è bagnato, per gli altri due membri dell’equipaggio, affetti da serio mal di mare, è dura: chiusi nei loro sacchi a pelo, completamente bagnati e infreddoliti, in quell’antro buio, umido e maleodorante, dove risuonano come cannonate i colpi che le onde danno allo scafo.

L’ospite è terrorizzato, ho cercato di sistemarlo alla meglio nella cuccetta più comoda, se così si può definire una culla fatta di tubolari in titanio con una tela, senza dimenticarmi di sistemare bene il telo antirollio per evitare che in un’imbardata possa volare via. Chiuso nel saccoapelo bagnato mi dice con voce flebile di avere un’urgenza, deve fare pipì. Caspita questo sì che è un problema! La tazza è proprio al centro, davanti all’albero, sembra un’opera moderna della Biennale di Venezia, sempre per centrare i pesi più a centrobarca possibile: in quelle condizioni con il violento rollio e beccheggio è impossibile riuscire a stare in piedi o seduti e non se ne parla nemmeno di uscire in coperta, è troppo pericoloso sporgersi. Perciò la mia risposta è secca, forse brutale: «Fattela addosso nel sacco a pelo, domani laviamo tutto!». Il poveretto mi guarda incredulo ma poi si rassegna.

Nel frattempo continuo a carteggiare tra un’inzuppata e l’altra e a vomitare nel mio bugliolo, fedele compagno di carteggio, perché stando sotto coperta il maldimare ha colpito anche me, ma per fortuna non in modo devastante. La lezione del mio naufragio in deriva pochi anni prima dove ho rischiato l’assideramento è servita, ho un corpetto in neoprene sotto un giubbotto in materiale tecnico rivestito ancora di neoprene e la cerata. In sostanza sono l’uomo più bagnato al mondo ma anche il più caldo…. e in quelle condizioni non è poco.

Procediamo così nella dura bolina, ma con l’equipaggio fuori uso a metà decido di non virare più e mi arrendo a procedere mure a dritta in un lungo bordo, consapevole che sarei atterrato diverse miglia a sud di Porto Cervo. La scelta si dimostra giusta, all’alba, sfruttando il ridosso che la costa offre, il mare cala e anche il vento, ci riprendiamo riuscendo persino ad asciugarci. Arriveremo la sera su un mare placido, immersi nei profumi di lentisco e mirto. In porto vedo un’espressione di sollievo nei numerosi amici, tra cui anche il resto dell’equipaggio, che ci aspettano in banchina da molte ore.

Il nostro ospite un po’ ammaccato e anche maleodorante scende e si inginocchia baciando la banchina, ci confida che non metterà mai più piede su una barca a vela. L’armatore cerca qualche parola giusta che possa far cambiare idea all’amico ma a giudicare dall’espressione del suo viso a metà tra paura e disgusto, temo che il ricordo di questa notte lo accompagnerà molto a lungo. Abbiamo tempo per riposarci solo un giorno e subito iniziamo la nostra “Settimana delle Bocche”. Arriveremo secondi, dietro al Primadonna, disegno di Vallicelli, imprendibile.

Il Moby Dick, barca che ha disputato un “Admiral Cup” e il leggendario “Fastnet” nel 1977, mi rimase per sempre nel cuore, il modo di bolinare era unico e il suo modo di salire sull’onda mi aveva profondamente colpito, forse era la tendenza naturale del legno a spingersi verso il cielo, a renderla così viva e marina.

Sento una manina morbida e calda sul viso che cerca di aprirmi gli occhi: «Papino che fai dormi?». È la mia amata bimba a svegliarmi. «Sì amore mio, stavo sognando le avventure di un marinaio di nome Ismaele». Gli occhi cerulei le si sgranano: «Davvero? Le racconti pure a me? Chi era Ismaele?».

«Chiamatemi Ismaele…».

 

Illustrazione: “Ocean dreams” (part.) di Paola Tiribocchi

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