Luca Fortis
Al Teatro Franco Parenti di Milano

Sedurre è un’arte

Debutta “Beauty Dark Queen”, seconda tappa di un progetto di Stefano Napoli dedicato alla forza (e all'ambiguità) della seduzione: «Una resa dei conti con la seduzione che certe figure hanno esercitato sulla cultura popolare»

Fino a domenica 26 maggio, al Teatro Franco Parenti di Milano sarà in scena Beauty Dark Queen, regia di Stefano Napoli, con Francesca Borromeo, Filippo Metz, Simona Palmiero, Luigi Paolo Patano, Giuseppe Pignanelli, disegno luci di Mirco Maria Coletti, supervisione sonora di Federico Capranica e fotografie Dario Coletti. Ne parliamo con il regista Stefano Napoli.

Beauty Dark Queen, rappresentato a Roma nel 2017, viene replicato in questi giorni a Milano. Com’è nato il progetto?

Il progetto si chiama “Dark Queen” e prevede tre spettacoli, di cui due sono già andati in scena: Circus Dark Queen, su Cleopatra, e Beauty Dark Queen, sulla mitica Elena di Troia. Il terzo è ancora in fieri e preferisco non svelarne il contenuto. Questi spettacoli sono un tributo e una resa dei conti: un tributo al fascino ambiguo di figure femminili leggendarie, da me molto amate fin da bambino, e una resa dei conti con la seduzione che hanno esercitato sulla cultura popolare. In Beauty dark queen la bellezza fatale di Elena mi ha spinto a esplorare la complessità dei rapporti tra i sessi e ho cercato di farlo con leggerezza e ironia, con la speranza che possa dire qualcosa anche sull’oggi.

Come hai scelto gli attori? 

Gli attori sono quelli che lavorano con me da sempre. Condividiamo da anni questo percorso teatrale. In Beauty Dark Queen, a interpretare Eros è tornato Filippo Metz, storica presenza della compagnia. Sono molto grato ai miei attori perché so di chiedere loro un grande impegno fisico, mentale, emotivo.

Come hai scelto le musiche? 

La scelta delle musiche è piuttosto lunga e complicata. A volte mi affido a ciò che la vita mi fa incontrare. Non mi precludo nessun tipo di musica, colta o popolare, purché mi sembri utile a tracciare un percorso emozionale.

Hai portato da poco anche uno spettacolo al Macro di Roma. 

È stata una bellissima esperienza e credo sia stata molto apprezzata. È una performance itinerante realizzata appositamente per il MACRO di Roma. Si intitola Life for sale, quadri dalla vita di un artista: dalla biografia romantica al mercato dell’arte. Mi ero proposto di tracciare il cammino di vita dell’artista “romantico” dalla gioventù difficile, che faticava ad essere apprezzato, povero, folle e con successo post-mortem. Così com’è  stato codificato e apprezzato dalla borghesia, soprattutto a fine Ottocento. E poi di farlo incontrare con un mercante di oggi che per fare più soldi lo vende come schiavo al migliore offerente. L’incontro-scontro tra la visione romantica dell’arte e la tendenza attuale, improntata al business, è stato lacerante, almeno a giudicare dalle reazioni degli spettatori. Molti mi hanno detto di essersi commossi. In questa performance, alle musiche registrate, si è aggiunta la musica dal vivo, grazie alla presenza di HER, violinista e cantante di grande forza e intensità.

Come definiresti il dialogo tra arte contemporanea e teatro? 

Difficile rispondere. Mi pare che ci siano molte tendenze e questo è sicuramente un bene. Mi auguro soltanto che non si vada verso una totale perdita di senso. E ancora, mi piacerebbe che l’essere umano rimanesse sempre in primo piano.

Cosa significa per te la sperimentazione nell’arte?

Sperimentare per me è poter usare tutti i linguaggi possibili, di tutte le discipline, colti o popolari e mescolarli liberamente senza paura, per farsi domande.

Qual è la regia a cui sei più legato?

Sicuramente  Grâce à l’ homme, uno spettacolo sul Prometeo liberato di Shelley. Lo realizzai alla piscina delle Terme di Tivoli, con 20 attori, nell’estate del 2000, nell’ambito della rassegna “Per le antiche vie”, voluta da Mario Martone, all’ epoca direttore del Teatro di Roma.

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