Paolo Fabrizio Iacuzzi
“Tutti i frutti del Ceppo” /1

Autocoscienza poetica

«L’incontro con l’altro è il principio ideologico» a cui guarda l’antologia “Poeti italiani nati negli anni 80 e 90”, che sarà presentata domani a Pistoia nell’ambito delle manifestazioni legate al Premio Internazionale Ceppo. Ne parliamo con Giulia Martini, curatrice dell’opera

In occasione del primo evento della manifestazione “Tutti i frutti del Ceppo”, con la presentazione domani 3 maggio 2019, ore 18, alla libreria Lo Spazio di Via dell’Ospizio di Pistoia dell’antologia “Poeti italiani nati negli anni 80 e 90. Volume 1” (Interno Poesia), pubblichiamo l’intervista alla curatrice Giulia Martini di Paolo Fabrizio Iacuzzi, presidente e direttore del Premio Internazionale Ceppo, che modererà l’incontro con alcuni dei poeti toscani antologizzati (Manuel Giacometti, Dimitri Milleri, Bernardo Pacini, Francesco Vasarri). Sarà lanciato nell’occasione anche il progetto “Ceppo: Langue/Parole”, (in collaborazione con Succedeoggi) per la definizione di un percorso condiviso della poesia italiana, a partire dalle più giovani generazioni. http://paolofabrizioiacuzzi.it/ceppo-2019-tutti-i-frutti-del-ceppo-poeti-a-pistoia-e-a-buggiano-castello/

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La giovane poesia in Italia non attende di essere ospitata sulle riviste, su carta oppure on line, per far sentire la propria voce. Pubblica, grazie a piccoli editori, coraggiosi e lungimiranti come Interno Poesia, antologie di poeti giovani curate da giovani, in una sorta di orizzontale autogestione ma con l’apporto anche di alcuni critici di generazioni diverse. è il caso di Poeti italiani nati negli anni 80 e 90. Vol. 1, a cura di Giulia Martini: un primo corpo a corpo dialettico che non fa sconti a nessuno, un grande laboratorio di scritture a confronto. Giulia Martini è anche la vincitrice con Coppie minime (Interno Poesia 2018) del 63° Premio Ceppo Poesia 2019 ed è stata di recente ospitata su Succedeoggi nella serie di interventi “Autoritratto in tre parole chiave” (http://www.succedeoggi.it/2019/03/rime-liste-rimasugli/), promosso dal Premio stesso. Le abbiamo rivolto cinque domande sul suo ruolo di critica letteraria all’interno della sua generazione poetica.

Nella prefazione all’antologia (ed è questo anche il motivo dell’inserimento nell’evento “Tutti i frutti del Ceppo”), provocatoriamente si legge: «questi cinquantanove testi afferiscono spesso al campo semantico dell’ortofrutta e della vegetazione, non necessariamente florida o gradevole… L’impressione che ne deriva è quella di un periodo che allude al frutto – là dove il frutto problematicamente fiorisce su cose decomposte che sono le cose a cui si rinuncia per far ripartire tutto». Si tratta forse di un rovesciamento della tradizione letteraria, che Giancarlo Pontiggia ha definito “La poesia dei frutti d’oro”? Si attraversa la malattia del mondo e la sua decomposizione tesi a un’armonia con la natura o c’è un’attenzione ecopoetica, una presa di coscienza ecologica anche in poesia?
Se c’è una vera presa di coscienza, questa difficilmente si limiterà a essere settoriale: non prendo coscienza del problema climatico o della condizione degli immigrati ma della complessità del fatto, rifacendomi alla metafora della decomposizione dei fiori e dei frutti, che c’è qualcosa di marcio e che posso decidere se lasciarlo lì a marcire o reinserirlo in un ciclo vitale. Quindi la risposta è sì.

Da quale esigenza nasce il progetto di una antologia “almanacco” annuale, per Interno Poesia, dei poeti dell’ultima generazione del Novecento? In che cosa differisce da analoghi progetti antologici di giovani poeti?
Nasce in un contesto “vivo” e questo credo sia anche ciò che lo differenzia (se ce n’è bisogno) dai progetti analoghi: ben quattro dei dodici poeti antologizzati (cioè un terzo) sono di Firenze e con loro mi ritrovavo per leggere insieme le nostre poesie, confrontarci sulle varianti. È stato un cantiere molto sano: nell’esercizio dell’ascolto del non-io e nella possibilità reale di partecipare a una relazione dialogica, si crea un conflitto necessario all’opera, perché l’opera esista – e poi, soprattutto, si creano le condizioni per un’autocoscienza poetica. L’incontro con l’altro è sempre un evento appropriante: è il principio ideologico a cui guardano questo primo volume e gli altri che seguiranno. (Nella foto Giulia Martini).

La curatrice del volume oltre che critica letteraria è anche una poetessa che appartiene a questa stessa generazione, anche se non è presente nell’antologia. Come si raccordano questi due ruoli? Come sono stati scelti i poeti, testi antologizzati e i critici?
Mi sembrano già accordati; anzi, mi sembra che il fatto di aver curato l’antologia, cioè di essermi messa in una posizione di ascolto, ratifichi in qualche modo il fatto di proporre le mie poesie. Come dire: faccio questo perché leggo quest’altro, prendo la parola ma in un contesto di riconoscimento degli altri – là dove questi “altri” sono tanto i grandi modelli della tradizione letteraria quando i miei compagni di strada. Compagni, più che scelti, riconosciuti – cioè ho riconosciuto in loro un’istanza che mi è sembrata orizzontale, sia pure nella sostanziale varietà di immagini e soluzioni formali. La selezione dei testi e la messa in rapporto con in critici sono venute in un secondo momento, sulla base di quanto è parso più rappresentativo e di come avrebbe potuto essere valorizzato.

Nell’introduzione viene posto l’accento sui “mezzi di trasporto”, uno dei comuni denominatori: «per lottare contro un’assenza, per tornare a casa». Non una contemplazione delle rovine del mondo ma la spinta al viaggio, “viaggi perché la morte”. C’è un maggior realismo in questa generazione e una presa di coscienza civile?
Direi che c’è più propensione a una presa di coscienza; sia perché realismo, in sé, non vuol dire molto sia perché ogni presa di coscienza è anche necessariamente una presa di coscienza civile: nel momento in cui mi individuo, mi individuo sempre nel mondo e in relazione agli altri.

Quale lingua poetica viene fuori da questa generazione di poeti? Si parla di rapporto tra prosa e poesia ed esperienza del soggetto. Quali sono i punti di convergenza e di non convergenza rispetto alla generazione precedente degli anni 60-70?
La lingua poetica che mi sembra venir fuori da questa generazione sono molte lingue – anche per questo motivo (ma non solo) la prefazione ha privilegiato un aspetto tematico – a cui si dovranno applicare, via via, i singoli orizzonti formali e conoscitivi. Questo vale anche per il rapporto con la generazione precedente (ma nulla vieta di estendere il discorso): riprese e divergenze realizzate o eluse a livello individuale (non a caso, Maria Borio parla di Poetiche e individui). Poi, come tutti i percorsi di ricerca, credo anche che arriverà un punto in cui potremo fare il giochino della regola, dell’indovina-chi.

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