Simona Baldelli
Parole e ombre/8

Punto di ripristino

«Aveva imparato a barare con se stesso, a dilatare la conta in mille maniere, a considerare non solo la strada dietro l’angolo, ma le perpendicolari e parallele dove, magari sul manifesto di una pubblicità, trovava il cane»

Non voglio morire.
Si avvicinò di più allo schermo e lesse le parole una seconda volta.
Non voglio morire.
Luccicavano come gocce di sangue sul resto della pagina. E parlavano chiaro. Ma non ricordava di averle scritte.
Ripensò a quel che aveva fatto dopo aver acceso il computer.
Aveva fatto qualche giro di Mahjong Titans, poi aveva aperto il file con la sceneggiatura, letto l’ultima scena, l’aveva trovata buona ma con poca tensione. Quindi si fece un caffè, tornò al computer e controllò la posta. L’odore di caffè lo richiamò in cucina. Si risedette poggiando la tazzina alla sua destra, aprì una cartella la cui password era blackstallion. Scorse le foto, eliminò quelle che non avevano le tette abbastanza grosse. La richiuse, bevve il caffè dandosi del coglione perché l’aveva fatto raffreddare. Quindi aveva riaperto la sceneggiatura e aveva letto la battuta.
Non voglio morire.
Forse l’aveva scritta soprapensiero, e la cancellò. Tornò in cucina per scaldarsi il caffè avanzato. Lo bevve in piedi per non dargli il tempo di raffreddarsi e tornò al lavoro.
Sul file spiccava una battuta. Non voglio morire.
Lo assalì l’ansia. Non la solita, che combatteva a mani di solitario o in competizioni col semaforo: “Se conto fino a tre e viene verde, vuol dire che oggi va tutto bene”, oppure “Se giro l’angolo e vedo un cane non avrò mai un tumore”. Sfide che gli facevano segnare un punto a favore nella sua personale gara con la morte.
Aveva imparato a barare con se stesso, a dilatare la conta in mille maniere, a considerare non solo la strada dietro l’angolo, ma le perpendicolari e parallele dove, magari sul manifesto di una pubblicità, trovava il cane.
Rilesse per la terza volta la scena. C’era un po’ d’azione. I ladri scappavano; il solito inseguimento; la macchina della polizia sbandava; poi faceva un testa-coda. Finiva prevedibilmente nell’altra corsia dove sopraggiungeva un autobus. Nella prima stesura era uno scuolabus ma il produttore aveva detto che il pubblico non avrebbe gradito che morissero dei bambini, specialmente a causa della polizia. Il pullmino era quindi diventato un bus di linea semideserto.
Non voglio morire.

Forse c’era un virus nel programma di impaginazione che riciclava frasi e battute di altri copioni. Lanciò l’antivirus e il computer gli segnalò problema e risoluzione: Errore Memoria di Sistema – Selezionare Punto di Ripristino.
Aprì il pannello di controllo ed eseguì il suggerimento. Il punto di ripristino più recente era il 12 luglio.
Il computer impiegò meno di cinque minuti per ristabilire l’assetto alla data indicata e riavviarsi.
Dovette abbassare le tapparelle perché il sole l’aveva colpito dritto in faccia come se si fosse improvvisamente alzato. Il telefono squillò.
«Pronto?»
Dall’altra parte ci fu un sospiro greve.
«Ciao papà»
«Quando vieni a trovarmi?»
«Presto, prima devo finire un lavoro»
«Capisco».
Silenzio.
«Volevi qualcosa, papà?»
«Non riesco ad abituarmi. Non ce la faccio».
«Hai fatto riparare il televisore?»
«Sì».
Gli sembrò che quello scambio di frasi fosse già avvenuto.
«Allora ci vediamo domenica?»
«Non ho detto che vengo domenica, devo finire un lavoro».
«Allora ti aspetto».
Sospirò. «Va bene».
Cercò un fazzoletto per asciugarsi il sudore perché improvvisamente faceva un gran caldo. “Il pianeta è un malato terminale del quale fingiamo di non vedere l’agonia” pensò. Poi cercò un foglietto per appuntarsi la frase, un po’ zuccherosa, ma poteva funzionare.
Tornò al computer ma prima di mettersi al lavoro selezionò fra i giochi l’icona del Free Cell. Pensò che gli era venuto a noia, allora andò col cursore sul Mahiong Titans ma si rese conto che non ne sapeva le regole, come lo vedesse per la prima volta. Il caldo lo stava rintronando. “Che razza di autunno” si disse.
La sceneggiatura non c’era più. Eppure l’aveva salvata e non poteva essere stata cancellata dal ripristino. La cercò nella propria memoria ma quello che vi trovò non era neppure una storia, poco più di un’idea su una coppia di disperati che tenta la rapina del secolo. Temette che un cancro gli stesse mangiando il cervello. Trattenne il respiro e fissò l’orario sullo schermo del computer. “Se riesco a tenere il fiato fino a quando scatta il minuto, non ce l’ho”. Fissò in apnea il display e stava già iniziando una trattativa con se stesso per dirsi che se respirava dal naso, e non dalla bocca, non valeva, quando il numero cambiò. Non aveva il cancro.
Espirò e aprì Word per buttare giù il soggetto. Sul nuovo file, c’era già una frase: Non voglio morire.
Chiuse il documento, e apparve la scritta: Errore Memoria di Sistema – Selezionare Punto di Ripristino. La cronologia gli propose il 14 maggio. Per maggiore sicurezza, avviò anche la deframmentazione del disco.
Gli venne fame e mentre il computer eseguiva il procedimento si fece un piatto di pasta. Notò che l’aria era meno afosa.
Prese la forchetta e si affacciò dalla porta della cucina. Se n’era andata già da qualche mese eppure il fatto che fosse lì non gli sembrò del tutto assurdo.
«Me ne vado» lei disse.
Posò la forchetta e la guardò.
«Non so che altro fare, capisci?»
Lui cercò di capire.
La donna sospirò. «Voglio dire, ci ho provato, ma adesso cammini per casa senza calpestare le righe delle mattonelle…»
Aveva sperato che lei non se ne accorgesse.
Lei se ne andò e lui riprese a mangiare, fedele alla consuetudine di prendere pezzi di cibo in numero dispari. Dopo avere raccolto con la forchetta le ultime tre eliche, tornò al computer.
Non voglio morire.
Questa volta la data suggerita per il ripristino era il 25 febbraio.
Il telefono squillò e lui sentì la fitta che provava da qualche tempo, ogni volta che l’apparecchio suonava. «Pronto?»
Dall’altra parte il padre non riusciva a smettere di singhiozzare.
«Vengo subito».
Si infilò il cappotto e uscì. La macchina partì dopo alcuni tentativi perché la batteria era a terra per il freddo. Pensò “Se il primo semaforo che incontro è verde, mia madre non muore”. Quando svoltò alla prima curva gli sembrò di vedere un ultimo bagliore d’arancione, ma adesso splendeva il rosso. Avrebbe voluto fare inversione a U e trovare una strada col semaforo verde, ma non c’era tempo.
All’ospedale, il padre stava buttato su una sedia. «Mi hanno fatto uscire» singhiozzò.
Al di là del vetro, il dottore e un’infermiera stavano parlando fra di loro.
Nel letto c’era la madre, sottile come una tavola. Decise che, a partire da quel momento, avrebbe guardato solo donne con le tette enormi. Gli era sembrato che la donna muovesse le labbra.
Il dottore e l’infermiera uscirono nell’anticamera.
«Mi stava dicendo qualcosa» disse il padre alla donna.
«Sta pregando» rispose lei. «Se ne sta andando serenamente».
Il padre si aggrappò a quella risposta con tutte le forze «Non sta soffrendo?»
«Non può sentire nulla».
Lui si avvicinò al vetro. “Se entro cinque minuti arriva qualcuno nel corridoio, vuol dire che è vero che non soffre” pensò.
Dopo dieci minuti non era passato nessuno.
La madre girò la testa nella sua direzione e mosse le labbra articolando qualcosa di incomprensibile. Lui chiuse gli occhi.
Quando li riaprì, era seduto al computer. Sul file aperto c’era una sola frase: Non voglio morire.

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Simona Baldelli lavora per lungo tempo in teatro, come attrice, regista e drammaturga. Si occupa di direzione e organizzazione di numerosi eventi di cultura e spettacolo. Lavora in radio come conduttrice e autrice. Pubblica Evelina e le fate (Giunti, 2013), finalista Premio Calvino e vincitore Premio Letterario John Fante. Nel 2014, sempre per Giunti editore, esce Il tempo bambino, finalista Premio Letterario Onor d’Agobbio. Pubblica La vita a Rovescio (Giunti, 2016), vincitore del Premio Letterario Città di Cave. Nel 2018 esce L’ultimo spartito di Rossini, PIEMME. Alcuni suoi testi teatrali sono stati pubblicati da Nerosubianco Edizioni.

Sabrina Genovesi. Nata a Roma nel 1973, vive e lavora a Roma. Laureata In Scienze dell’educazione, si forma nel campo della fotografia a Milano con la scuola “Donna Fotografa” di Giuliana Traverso e, a Roma, con Officine Fotografiche.
Principali mostre: 2013 Da donna a Donna. Casa internazionale della donna, Roma; 2017 Album Di Famiglia – Terzo Progetto Portfolio. Galleria Gallerati, Roma; 2017 I Sette Mostri di Arles – MaMo Temporary Gallery, Arles Voies Off Festival – L’alternative photographique; 2018 Il Mostro – Les Montres se montrent – MaMo Temporary Gallery, Arles Voies Off Festival – L’alternative photographique.

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