Alessandra Pratesi
Visto al Teatro Eliseo

Festa con Cyrano

Luca Barbareschi è Cyrano de Bergerac per inaugurare la stagione del centenario del Teatro Eliseo. Regia di Nicoletta Robello Bracciforti e scene di Matteo Soltanto per uno spettacolo che voleva essere estroso ed è stato turbinoso

Personaggio che sa cavalcare la cresta dell’onda, attore regista e produttore (come si definisce nella sua pagina web), un’esperienza parlamentare alle spalle, un’educazione cosmopolita tra vecchio e nuovo continente, precursore di un’imprenditoria ragionata sull’informatica e internet, Luca Barbareschi è uomo che tiene ben saldi i piedi a terra. E in scena. Baldanzoso viene alla ribalta, cordiale saluta il pubblico e intona un “Tanti Auguri Eliseo”. Barbareschi, direttore artistico del Teatro Eliseo di Roma, festeggia così i cent’anni del teatro in occasione dello spettacolo inaugurale di stagione 2018-2019, un Cyrano de Bergerac roboante e rutilante. Uomo dagli interessi poliedrici e dalla versatilità magmatica e proteiforme che guarda sempre al cielo stellato sopra di lui puntando sempre più in alto, non è solo promotore dello spettacolo: dal 30 ottobre al 25 novembre Barbareschi è Cyrano in carne, pennacchio e ossa.

Lo spettacolo risponde alle aspettative. Lineare la trasposizione della regista Nicoletta Robello Bracciforti. Banditi i colpi di scena – anche se forse il pubblico si sarebbe aspettato che il padrone di casa apparisse in scena non dalle quinte ma dalla platea, facendosi strada, irriverente e complice, tra platea e quarta parete. L’effetto di insieme è esuberante, vorticoso. Garantito anche dalle numerose presenze in scena: ventiquattro in tutto. Praticamente un coro da musical, ma meno disciplinato, di popolani festanti ed esultanti Cyrano. Tra questi, gli allievi del corso di recitazione della Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volontè. Nel vestire il mantello di Cyrano difetta di disinvoltura il Barbareschi attore, che troppo spesso si fa scoprire intento ad armeggiare con la piega del mantello piuttosto che dell’intonazione. Colonne portanti dell’azione scenica sono Matteo Soltanto e Linda Gennari. Scenografo il primo, attrice nel ruolo di Rossana la seconda. Sullo sfondo di una quadreria di specchi opachi sul modello di Zoffany e di Pannini, un intelligente sistema di cambi a vista fatto di pedane e scatole lignee effetto scale di Hogwarts definisce gli spazi. L’energica e nitida recitazione, nella parola come nel gesto, della Gennari si fa vero centro gravitazionale dell’azione narrativa e scenica. È per Rossana che batte il cuore (e la penna) di Cyrano, è per lei che si fa protettore di Cristiano, è per lei che compone lettere capaci di far innamorare con la sola forza della parola, è per lei che Cristiano e Cyrano vivono, combattono, muoiono.

La storia teatrale di Cyrano de Bergerac inizia nel 1897, dopo oltre due secoli dal transito nella Francia della Fronda e di Richelieu di Savinien Cyrano de Bergerac, spadaccino e poeta realmente esistito, dalla penna più tagliente della spada, autore del fantasmagorico e fantascientifico L’Autre Monde ou les Étas et Empires de la Lune. Benoit Constant Coquelin, sociétaire della Comédie Française, figlio di fornaio dotato nelle arti sceniche che così si era affermato senza però domare il suo ego narcisista e compiacente, commissiona al giovane drammaturgo Edmond Rostand un copione originale e su misura che ripercorresse la storia del cadetto di Guascogna. Avventure di cappa e spada, messa alla berlina di un certo modo di recitare affettato, rivalità tra classi sociali, seduzione a colpi di versi e motti di spirito, echi di Le roi s’amuse, della grande opéra francese, dei successi editoriali di Dumas e una verve linguistica genuina e rigogliosa: la prima è un trionfo. E il testo di Rostand diventa un classico a teatro e al cinema, nelle antologie scolastiche e nella canzone d’autore italiana (come non ricordare quell’incipit recitar-cantato «Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati»?). La grandezza, intrinseca al personaggio Cyrano e richiesta agli interpreti, è seconda solo a quella, proverbiale, del suo naso. Anzi, «penisola, scrivania, portagioielli, insegna di gran profumeria». L’autoironia è la regina indiscussa della pièce, umanissimo, sublime, saggio antidoto alle sorprese della vita, maschera multiuso e di successo sicuro. Nella vita e a teatro. Non sempre.

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