Andrea Carraro
Su “La storia d’Italia in 15 film”

Ciak, Italia

Alberto Crespi racconta il Novecento del nostro paese per come esso si è auto-rappresentato al cinema. Una carrellata divertente e divertita, attraverso le immagini e i retroscena di tanti capolavori

La storia d’Italia in 15 film di Alberto Crespi (Laterza) è un bel saggio narrativo – così lo definirei, si capirà perché – fra Storia e Storia del cinema e della letteratura e del teatro ma anche del costume e della tivù e di altro ancora. L’autore – Alberto Crespi – è uno dei più importanti critici cinematografici italiani, con molti anni di militanza come critico dell’Unità. Un saggio narrativo, dunque, anche se forse non proprio un classico personal essay, perché chi scrive è restio a giocarsi come personaggio.

I 15 film del titolo sono tutti italiani, e fanno da spina dorsale alla narrazione lungo altrettante tappe storiche – il Risorgimento, la Guerra di Libia, il Fascismo, il Dopoguerra, il Boom, il Sessantotto, gli anni Settanta, fino al berlusconismo, e anzi fino all’oggi di Gomorra: ma in realtà il libro campiona tantissime opere cinematografiche e letterarie di mezzo mondo lungo un secolo e più – a partire da Cabiria di Giovanni Pastrone – un archetipo del kolossal sull’antichità, un peplum, sulle Guerra Puniche, un film del 1914, – che «sta al cinema italiano come La divina commedia di Dante sta alla letteratura: – scrive Crespi, nella sua ricognizione a ampio spettro di questo misconosciuto capolavoro che Scorsese ha definito “uno dei film dai quali tutto inizia». Le didascalie di questo “film-mondo” furono scritte, nientemeno, dal Vate, al quale è affidato il soggetto, che mescida arditamente in un moderno pastiche la trama salgariana con il Flaubert di Salammbò: «D’Annunzio, l’unica vera “star” dell’Italia degli anni dieci. Lo scrittore più noto e venerato, il personaggio più chiacchierato (oggi diremmo mediatico)…». Crespi racconta assai bene il backstage del film (lo farà sempre, anche per gli altri film-chiave), le difficoltà produttive, gli aneddoti sulle riprese, ecc. ma soprattutto inquadra con precisione quell’epoca divisa fra miti esotico-coloniali e esaltazione del progresso, fra tentazioni guerresche e la sensualità estenuata della Belle Époque.

Con altrettanta efficacia il critico ci accompagna nel cuore di altri decenni caldi della nostra Storia: la Prima Guerra attraverso la specola de La grande guerra, capolavoro di Monicelli, con la coppia Gassman/Sordi, film che mescola genialmente certe maschere e situazioni della Commedia all’italiana con la Grande Storia (tragica) o il primo Dopoguerra; e la Resistenza, attraverso gli occhi di Rossellini e del suo cinema in presa diretta con la Storia, attraverso l’analisi dei suoi capolavori Roma città aperta e Paisà: «Pochi sembrano ricordarlo, ma Paisà non è un film “solo” italiano. Quando l’ambasciatore Usa a Roma lo annuncia a Washington nel dicembre del 1945, si intitola ancora Seven for the us e prevede la presenza sul set di consiglieri militari americani». Gustosissimo l’episodio del soldato americano mezzo ubriaco che piomba sul set del film Roma città aperta, nel centro di Roma, a via degli Avignonesi, credendolo un bordello: «Inizialmente quasi gli viene un infarto, – racconta Crespi – poi capisce dove si trova e si appassiona, millantando di essere un produttore e proponendo a Rossellini di aiutarlo per il film successivo. Che è proprio Paisà, e che comunque Geiger [Rod Geiger, questo il nome del militare-produttore, che poi divenne famoso come pallonaro n.d.r.] riesce in qualche modo a mettere insieme…».

Il libro vive di queste chicche, che insaporiscono il racconto e gli danno sapore di verità, ma vive anche di magistrali ritratti critici-biografici: da Fellini a Pasolini, da Petri a Scola, da Nanni Moretti a Francesco Rosi, passando per il Comencini del capolavoro Tutti a casa – con un Sordi superbo, per come incarna il disorientamento/disvelamento dell’8 settembre del 1943 degli italiani con la celebre frase «Colonnello, sta succedendo una cosa incredibile: i tedeschi si sono alleati agli americani!». E come dimenticare le splendide pagine su un altro magico sodalizio, quello Dino Risi/Gassman, nel Sorpasso, ancora un capolavoro del cinema italiano che racconta un’epoca – gli anni Sessanta, gli anni del Boom – meglio di qualunque reperto documentario o fotografico: quella Roma ferragostana, deserta, assolata, quella Lancia Aurelia decapottabile smagliante, “da rimorchio”, che sfreccia per i Fori Imperiali deserti, con a bordo quei due antipodici amici per caso, Gassman/Trintignant. L’uno, Gassman, sfacciato e prestante e fascinoso e guascone, e l’altro, Trintignant, tutto timidezze e rossori, che nel loro divagante dialogare (in verità quasi un monologo del primo) possono arrivare a fare della graffiante “satira culturale”: «L’hai visto L’eclisse? Io c’ho dormito, ‘na bella pennichella. Bel regista Antonioni!… C’ha ‘na Flaminia Zagato… sulla fettuccia di Terracina m’ha fatto allunga’ er collo!». E vale la pena ricordare che lo sceneggiatore di quel film (e di molti altri in quegli anni) era Ettore Scola, il quale, da regista, confeziona poi quel capolavoro sul fascismo che è Una giornata particolare con la coppia di attori del calibro di Mastroianni/Loren in una delle loro più grandi interpretazioni, e anche la malinconica commedia C’eravamo tanto amati (1974) dove torna a fare satira sul collega Antonioni.

Ma restiamo un momento sul Sorpasso che il critico ci aiuta a leggere al di là della vulgata di commedia nostrana: «È girato come un film della Novelle Vague o del cinema indipendente americano. Riprese dal vero, ampio spazio all’immaginazione, coinvolgimento in numerose scene di parenti amici di passaggio». E come non citare almeno di volata il sodalizio De Sica-Zavattini, non solo per i capolavori più celebrati del neorealismo (Sciuscià, Ladri di biciclette, Umberto D.), ma anche per film meno noti come Il boom e il Il giudizio universale (1961), che il critico così sintetizza: «Film corale sulla fine del mondo, Sordi è un mediatore che acquista bambini nei “bassi” napoletani per rivenderli a famiglie facoltose senza figli. Una forma di adozione illegale che Sordi mette in scena con toni melliflui e luciferini: forse il suo personaggio più terribile».

Così come il Fellini di Amarcord (1973) è perfetto per raccontare il fascismo trionfante, con uno slittamento di una trentina d’anni fra l’epoca rappresentata e l’epoca delle riprese, grazie al genio di Fellini certo, ma anche a quello di Tonino Guerra. Il tempo del cinema e il tempo della Storia non sempre procedono sincronici, sembra dirci l’autore, e non sempre si parlano con schiettezza, per così dire. Certe volte per affrontare argomenti scomodi, impopolari, il cinema deve mascherarsi nel “genere”, sotto i cui abiti si nascondevano, metaforicamente, nella trama, o in certi personaggi, intenti di critica sociale, politica, del proprio tempo. Il Sessantotto, per esempio, con le istanze di rivolta e gli ideali libertari che recava in sé, viene raccontato dal cinema italiano perlopiù in chiave metaforica o comunque traslata degli spaghetti-western (Quien sabe? di Damiani, Giù la testa di Leone, La resa dei conti di Sollima fino al western esotico, atipico, Sandokan sempre di Sollima) o da altro cinema di genere di quegli anni.

Certo, c’è il cinema politico di Elio Petri nel corso dei Settanta – soprattutto Indagine di su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970); e qualche anno prima c’era stato I pugni in tasca (1965) di Bellocchio, che quelle tematiche aveva anticipate, e naturalmente anche La dolce vita le portava con sé, basta pensare alle reazioni indignate delle sciure impellicciate della Milano-bene che alla prima del capolavoro felliniano al Capitol, non lontano dalla Scala, presero a sputi Mastroianni e Fellini, «accusati di consegnare il Paese ai bolscevichi». Ma sono casi isolati: gli ideali libertari, rivoluzionari, passano nel nostro cinema perlopiù camuffandosi. Fenomeno che si registra perfino nei prodotti minori, di ascendenza televisiva, i cosiddetti “musicarelli” (con Albano, Gianni Morandi, Rita Pavone ecc.) o, a un livello più alto, nei film storici sulla Roma ottocentesca di Luigi Magni, di cui Crespi tratteggia un ritratto affettuoso e vivace: «Magni è – parole sue – una sorta di prototipo vivente del “cattocomunista”: è spiritosissimo e lapidario, dalla battuta fulminante, la sua adesione al Pci è sincera e al tempo stesso ironica».

Concluderei con un paio di annotazioni personali: per me un critico lo vedi anche, banalmente, da come sa raccontare una trama – che lo faccia per esteso oppure sinteticamente – e Crespi è bravissimo in questo, cioè possiede quel talento affabulatorio non comune di saper narrare una storia restituendone il succo, il nucleo profondo. Seconda considerazione: ho apprezzato molto anche la veste grafica di questo libro, edizioni Laterza, collana I Robinson, con quelle meravigliose pagine finali per le Annotazioni che ho riempito di note durante la lettura evitando per una volta di sporcare quelle bianche iniziali.

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