Anna Camaiti Hostert
Cartolina dall'America

Lo stile McCain

La morte di John McCain, storico leader dei conservatori Usa e fiero avversario di Trump, mette in risalto la frattura che c'è ormai tra i Repubblicani, solo in parte asserviti al narcisismo politico del presidente

La morte di John McCain a 81 anni per tumore al cervello non è una perdita solo per il Partito repubblicano, ma in generale per la democrazia americana. Infatti, il senatore dell’Arizona incarnava molti dei valori più importanti su cui quel partito si fonda e che sono parte del DNA del paese. Che si sia stati d’accordo o meno con le sue idee non inficia il fatto che la sua vita è stata un esempio di quello che dovrebbe significare fare parte di un gruppo dirigente in grado di guidare un paese. E che sembra il riflesso in uno specchio scuro di quello che è l’attuale inquilino della Casa Bianca che peraltro è stato invitato, su espressa volontà dello stesso McCain, a non partecipare ai suoi funerali. Saranno presenti invece tutti gli altri presidenti degli Stati Uniti: Clinton, Obama e Bush.

In un bell’articolo sullo Washington Post Carter Eschew scrive che questi McCain e Trump sono l’uno è il contrario dell’altro e la loro animosità durante la vita del senatore è proprio dovuta al contrasto sul ruolo che i principi etici e il disinteresse dovrebbero giocare in chi ha la responsabilità e l’onore di essere la guida politica del proprio paese.

Così Eschew fa presente che mentre McCain ha servito militarmente il proprio paese, Trump serve solo se stesso. Da questo giudizio di valore passa poi però ad enumerare invece i fatti che li hanno distinti: mentre McCain è stato un maestro dell’understatement perfino del suo eroismo durante la guerra in Vietnam, Trump esalta ogni minimo fatto anche irrilevante per mostrare la sua efficienza; mentre McCain ha esortato ad una riconciliazione politica con i nemici, Trump invece si nutre di continui conflitti per sfuggire alle responsabilità di una direzione politica che richiede continue mediazioni. Un esempio vale su tutti per dimostrare la loro distanza. Quando il senatore McCain è stato catturato in Vietnam e tenuto prigioniero per vari anni, ad un certo punto gli si presentò la possibilità di essere rilasciato in anticipo, perché figlio di un ammiraglio che comandava le operazioni in Asia, il giovane militare rifiutò e disse che se ne sarebbe andato solo quando tutti i suoi commilitoni che erano stati catturati insieme a lui, avessero finito di scontare la pena comminata loro dai Vietcong. E così fu. Quando il suo aereo fu abbattuto, si ruppe tutte e due le braccia nel tentativo di espulsione dall’aereo e fu quasi linciato da una folla inferocita che gli ruppe anche una spalla quando fu catturato. Durante la sua lunga prigionia, sei anni, di cui due in totale isolamento, subì torture talmente gravi che non fu più in grado, al suo ritorno, di muovere agilmente le braccia. Aveva solo 37 anni. E Trump? Ha sempre preso il primo posto a discapito di tuti quelli che lo hanno servito a cominciare dai membri del suo staff che si succedono nel gabinetto presidenziale alla velocità della luce.

Di McCain, definito da tutti “un eroe di guerra”, Trump ha detto che non solo non lo è, ma che ha avuto solo la fortuna di essere catturato. Pertanto è un perdente. Mentre a lui piacciono solo i vincenti. Forse però il contrasto tra i due può essere esemplificato da una frase di McCain nel libro Worth the Fighting For. A memoir scritto insieme a Mark Salter nel 2002, molto prima che i due si incontrassero: «Il successo, la ricchezza, la celebrità, ottenute e mantenute per interessi privati, sono piccole cose… Ma il sacrificio per una causa più grande dell’interesse personale, nella quale investi la tua vita proprio per la rilevanza di quella causa, ti assicura il rispetto di te stesso». E che i due rappresentassero degli opposti, pur militando nello stesso partito, lo dimostrano gli attacchi violenti e ripetuti di Trump al senatore dell’Arizona il quale non solo non fu neanche menzionato dal presidente quando firmò una legge sul budget della difesa, che portava il suo nome, ma fu accusato perfino di essere andato contro il suo progetto di respingere la riforma sanitaria di Obama quando votò no alla sua proposta, dopo che per anni, asserì Trump, aveva parlato di abolirla. E seppure McCain non fu l’unico a votare contro la proposta, Trump accusò apertamente solo lui che per la verità si scagionò dicendo che non era affatto convinto che la proposta di eliminarla fosse una buona idea, senza sostituirla con qualcos’altro. E aggiunse: «Non sono sicuro che saremo mai d’accordo nel sostituirla. Forse tutto quello che possiamo fare è tentare di lavorare su ciò che abbiamo, facendo degli aggiustamenti».

Qualcuno potrebbe obiettare che ambedue questi personaggi tuttavia sono dei solitari che solo obtorto collo obbediscono alla disciplina di partito. McCain era chiamato “The Maverick” l’eretico, l’anticonformista, il cane sciolto. E anche Trump sembra sfuggire ai condizionamenti del Partito repubblicano e fa di testa sua, spesso compromettendo situazioni delicate e che necessitano di accordi diplomatici, di negoziazioni. Fu l’unico candidato che, durante la campagna elettorale del 2016 non giuro fedeltà al partito repubblicano.

Il fatto è che il loro essere “ingovernabili” è di matrice completamente differente: l’uno, McCain, soggetto a scatti d’ira e scontroso, non era disposto a sacrificare le sue posizioni se non in nome di un interesse e di una causa più grandi di lui. E dunque parlava chiaramente ed esprimeva le sue posizioni in modo diretto e senza peli sulla lingua, salvo poi capire se c’era la necessità di una mediazione politica. Trump invece, narciso e malato di protagonismo com’è, non si sottopone a nessuna forma di mediazione se non intuisce che il risultato può garantirgli un vantaggio personale.

La verità è che questi due personaggi incarnano due aspetti inconciliabili del Partito repubblicano che vanno in direzioni centrifughe. L’uno, McCain, è stato espressione onesta di un conservatorismo capace di negoziazioni e mediazioni politiche, le stesse che hanno portato due presidenti democratici come Roosevelt e Johnson a varare riforme epocali come le pensioni sociali e l’assistenza medica agli anziani con il voto repubblicano; l’altro, Trump, espressione invece di un conservatorismo reazionario e razzista che sulla scia dei Tea party ha spostato l’asticella del partito sempre più a destra su posizioni codine e retrive e che attraverso il suo egocentrismo esasperato sta compiendo, senza nessuna remora, un’occupazione privata della res publica. La possibilità di un suo impeachment rappresenta un grosso problema per il Partito repubblicano e per tutto l’establishment, ma non per i motivi che vengono addotti. Come è risaputo, infatti, tale processo deve avere l’approvazione della Camera e del Senato con maggioranze in percentuali diverse. E pertanto è una possibilità abbastanza remota, soprattutto a causa della maggioranza repubblicana schiacciante in ambedue le Camere. E poi, cui prodest? Vogliamo davvero sostituire un presidente con l’attuale vicepresidente, Mike Pence, che come governatore dell’Indiana obbligava le cliniche abortiste a fare il funerale ai feti?

Il problema purtroppo è ben più grave. Siamo davvero sicuri che al di là dei pettegolezzi sulle presunte avventure del presidente e sui finanziamenti alla Russia per hackerare i sistemi e i computer dei democratici, non sia proprio questo uso del potere che piega i fondamenti dell’autorità del bene comune a fini privati, la cosa più pericolosa? E quanto un partito di così nobili origini, come quello repubblicano, può tollerare un tale uso senza diventare complice di una personalizzazione del potere transeunte che proprio in America, come ci ricorda Hannah Arendt, ha sempre mantenuto una precisa distinzione da quell’autorità fondativa e transtemporale che garantisce quella forma di democrazia?

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