Alessandra Pratesi
Nel giardino di Palazzo Venezia a Roma

Il violoncello ritrovato

L’estate romana si apre gloriosamente con la performance di Giovanni Sollima e dei Solisti Aquilani e riscopre il piacere della musica classica e contemporanea, purché di qualità

«Anche io sono un violoncellista!», esclama a metà del concerto. Non avrà avuto più di otto anni, ma già mostrava l’audacia della passione musicale. Probabilmente si è rivisto in lui, Giovanni Sollima, virtuoso del violoncello che il 26 giugno ha inaugurato la rassegna del Giardino Ritrovato di Palazzo Venezia a Roma. Da sede di rappresentanza del cardinale veneziano Pietro Barbo, poi papa Paolo II, ad ambasciata di Venezia e dell’impero asburgico, in estate accoglie e promuove l’arte performativa nel cuore della capitale: l’iniziativa di Palazzo Venezia è alla terza edizione, inserita nel programma dell’estate romana “ARTCITY Estate 2018 arte musica spettacoli a Roma e nel Lazio”. Realizzato dal Polo Museale del Lazio, è pensato «nei musei, per i musei», queste le parole della soprintendente Edith Gabrielli in occasione della serata d’apertura. L’intento è di aprire le porte di 46 musei in tutta la città e provincia, istruire, intrattenere e incuriosire, e magari fidelizzare.

La serata inaugurale è affidata al violoncello di Giovanni Sollima e agli archi dei Solisti Aquilani, due eccellenze del panorama musicale italiano. E questa volta non è retorica. Sollima nasce a Palermo nel 1964; figlio d’arte, si perfeziona a Stoccarda e a Salisburgo; già adolescente inizia una carriera stellare, collaborando con Sinopoli e Abbado. La versatilità e la curiosità trovano spazio non solo come esecutore della più alta caratura, ma anche come originale e poliedrico compositore. Sua la musica per La meglio gioventù, per la Medea di Stein, per il logo sonoro ufficiale di Expo 2015; suo l’ensemble dei 100 Cellos fondato durante l’occupazione del Valle nel 2012 e che, nel 2013, apre il concertone del Primo Maggio. I Solisti Aquilani, invece, nascono nel 1968, sotto la guida di Vittorio Antonellini; vantano oggi un vasto repertorio, dal pre-barocco al contemporaneo, e tournée in tutto il mondo. L’unione di Sollima e degli Aquilani? Una serata magnetica. Si comincia con il Concerto in la minore RV 420 per violoncello e archi di Vivaldi, proseguendo con il Concerto in re minore per violino, violoncello e archi di Donizetti, il Concerto n.3 in sol maggiore G 480 per violoncello e archi di Boccherini fino all’exploit e al brio travolgente delle composizioni firmate Sollima, L.B. Files per violoncello, archi e sampler, Concerto IGIUL, Fandango del Signore Bouqueriny (un misto tra il Canone di Pachelbel, John Williams e Howard Shore, folk, acustico, classico, tango e danze orientali). Il Bach brandeburghese previsto in programma è cancellato, ma il pubblico è ben ripagato con una serie di improvvisazioni e di sorprese: chiude il concerto l’Alleluja di Rufus Wainwright adattato per archi.

È one man show: Sollima dirige, Sollima esegue, Sollima compone. Sollima incanta, con il carisma del virtuoso che tutto può. Esplora le infinite potenzialità dell’archetto: non solo pizzicati, glissati, trilli e doppie corde, ma incursioni nelle zone più imprevedibili del suo strumento come il puntale e la cordiera. È un continuo corpo a corpo con il suo fido strumento, un Francesco Ruggeri 1679 di Cremona, dal timbro opaco e polveroso come i tempi da cui proviene. Novello Orfeo, al suono del suo violoncello persino il gabbiano che fa capolino nel Giardino Ritrovato arretra e tace; novello Arlecchino, è istrionico fino alle punte degli abili polpastrelli e con il suo Ruggeri passeggia – mentre suona – tra il pubblico. Musicista nel Dna, performer di vocazione. La precisione del suono e del ritmo, negli assolo come nel dialogo con gli Aquilani, è marchio di fabbrica dalle tempeste del terzo movimento di Vivaldi fino alla frenesia del Fandango. Sollima è centro di gravità e di energia permanente, saggio custode delle mille sfaccettature del violoncello e delle sette note del pentagramma mescolate con una maestria che ha del sovrumano e del prodigioso: negli effetti gracchianti di Files e nei funambolici passaggi di posizione in Donizetti, offre la prova che il genio esiste.