Oliviero La Stella
A proposito di "Fuga per la vita"

Via crucis migrante

Il giornalista Emilio Drudi racconta il fenomeno delle migrazioni: dati, motivazioni e conseguenze. Elementi concreti per valutare che non di pacchia o crociere si tratta. Con buona pace dei razzisti di casa nostra

È una fuga per la vita e certo non una «crociera», come dice il ministro dell’Interno Matteo Salvini, o un «investimento» su un’esistenza migliore, come afferma Vito Crimi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, intervenuto nei giorni scorsi a sostegno del blocco dei porti. Ce lo rammenta il giornalista Emilio Drudi in un suo recente libro che s’intitola appunto Fuga per la vita, edito da Tempi Moderni (217 pagine, 16 euro): i migranti fuggono da teatri di guerra, emergenze sanitarie, dittature feroci, miseria, calamità naturali.

Stando ai dati dell’Unhcr, l’Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati, nel corso del 2017 questo popolo in fuga è stato di oltre 68 milioni di persone. Un numero che corrisponde alla popolazione di tutta la Francia compresi i dipartimenti d’Oltremare. Tuttavia, 40 milioni si sono spostate all’interno del loro stesso paese, mentre i rifugiati sono stati 25 milioni e poco più di 3 milioni i richiedenti asilo. Complessivamente circa 28 milioni: come se lo scorso anno le popolazioni dei Paesi Bassi, dell’Austria e della Lituania avessero abbandonato i loro paesi. Solo il 15 per cento di questo popolo in cammino si è diretto verso il Nord del mondo, mentre l’85 per cento ha raggiunto paesi in via di sviluppo. Un altro Sud, insomma. Giova ricordare a chi lamenta «un’invasione» che il Libano, certo non appartenente al Nord del mondo, con 5 milioni di abitanti ospita 1,2 milioni di profughi. Un fenomeno del genere forse non si è mai verificato nella storia dell’umanità: qualcosa di simile è avvenuto in occasione della seconda guerra mondiale ma con la pace, fa notare Drudi, era destinato a esaurirsi mentre oggi è destinato a durare.

Il peggior nemico, nell’affrontare un fenomeno di tali dimensioni e di tale complessità, sono gli slogan e le soluzioni semplicistiche di certa politica: sortiscono il solo effetto di sollecitare pulsioni xenofobe e razziste. Per sottrarsi alla suggestione degli slogan e alle mistificazioni di chi li grida è fondamentale capire. E il libro di Emilio Drudi rappresenta uno strumento utilissimo per chi intenda farlo.

Il suo Fuga per la vita è una sorta di manuale, nel quale l’autore con precisione certosina descrive i flussi dei migranti, i paesi e le situazioni dalle quali fuggono, le rotte che percorrono, le terribili difficoltà che incontrano, i traffici, le nazioni verso le quali si dirigono. E tenta la contabilità dei morti: 25-30 mila nel solo Mediterraneo dal 2000 a oggi. Ma quanti uomini, donne e bambini sono morti nei deserti e nelle prigione africane? Non si saprà mai. La via crucis dei migranti può durare mesi e anche anni. Chi riesce ad approdare infine in Europa non trova la «pacchia» (come dice Salvini) o «il premio» (Crimi) ma finisce molto spesso nella trappola dei trattati internazionali e delle norme nazionali, che Drudi illustra con diligenza.

La risposta dell’Europa al fenomeno delle migrazioni, scrive, è sostanzialmente quella di alzare muri: «Barriere fisiche, legali, psicologiche e culturali». Anche finanziare certi Stati come la Libia e la Turchia perché ci sbarazzino del problema risponde alla logica del muro. Talora vengono elargiti soldi proprio a quei dittatori feroci dai quali i migranti fuggono, come il sudanese Al Bashir e l’eritreo Afewerki, consolidando quindi il potere di personaggi riconosciuti dalla comunità internazionale responsabili di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità. Se questo significa lo slogan «aiutiamoli a casa loro», esso si rivela non soltanto moralmente inaccettabile ma anche controproducente.

«Aiutiamoli a casa loro» ha un senso ma in un’altra accezione. Drudi lo spiega nel capitolo sulle possibili soluzioni di lungo termine al fenomeno delle migrazioni: «Significa una politica generale del Nord nei confronti del Sud del mondo basata, come principio guida, sulla “parità” e sul rispetto dei diritti umani e dei diritti dei popoli un tempo definiti “sottosviluppati”, quasi sempre ex colonie delle potenze occidentali. Buona parte delle situazioni e dei punti di crisi che provocano l’emigrazione dipendono dal rapporto ancora di sostanziale soggezione, di stampo coloniale o neocoloniale, a cui l’Europa e in genere la politica occidentale ispirano le proprie scelte nei confronti dei paesi africani o mediorientali».

Drudi evoca quello che alcuni leader europei hanno definito «un piano Marshall per l’Africa». Un’idea che pare destinata a restare una vuota espressione. Ma se non si agisce sulle sperequazioni e ingiustizie in quella parte di mondo, avverte Drudi, la crisi non troverà soluzione e l’esodo continuerà e crescerà ancora per anni. «Non c’è muro che possa contenerlo. E si rischia di esserne travolti tutti».

Post scriptum. Ho avuto il piacere di presentare Fuga per la vita venerdì 29 giugno nei giardini del Comune di Latina, insieme con l’autore e con altri fra cui Marco Omizzolo, presidente di Tempi Moderni. Omizzolo è un sociologo che si batte per documentare lo sfruttamento dei migranti nell’Agro pontino da parte delle organizzazioni criminali. Per il suo impegno è stato vittima di pesanti minacce ed è pertanto soggetto a misure di protezione. Alla presentazione ha partecipato anche un gruppo di migranti, ospiti dello Sprar di Latina: siriani, eritrei, somali, nigeriani, georgiani. Nella nostra lingua hanno succintamente raccontato le realtà dalle quali sono fuggiti e hanno espresso la loro gratitudine all’Italia per averli accolti, sotto lo sguardo compiaciuto ed emozionato della coordinatrice del progetto Sprar e della loro insegnante di italiano. È stato confortante constatare che c’è anche un’Italia che si oppone con i fatti alla logica dei muri.