Gianni Cerasuolo
Fa male lo sport

Anna e Ramon

Via Veneto, inizio anni Sessanta, una grandissima attrice e un calciatore play boy ballano un tango fino all'alba. È la favola (probabile) di Anna Magnani e Ramon Lojacono: un pezzo di storia italiana ricostruita qui per la prima volta al termine di un'inchiesta durata mesi

«Dai, balliamo»: l’invito fu improvviso, estemporaneo. Pochi passi di danza all’alba in via Veneto. Inizio anni Sessanta. Lui argentino e tanguero, calciatore con la dinamite nei piedi e play boy cronico. Lei, attrice famosa, romanissima e universale, appassionata di ballo. Francisco Ramon Lojacono e Anna Magnani frequentavano la strada della Dolce Vita. Nessun flirt, nessuna passione tra di loro. Si conoscevano appena. Questa non è una storia di gossip. Cancellate Borriello e Belen, Shakira e Piqué, Wanda Nara e Icardi. Questo racconto è soltanto il frammento di un’ epoca.

E mentre l’Arlecchino – l’elettrotreno “nonno” dell’Alta Velocità – nel luglio del 1960, estate delle Olimpiadi di Berruti e di Wilma Rudolph, sfrecciava da Milano a Napoli a 180 chilometri all’ora con il suo Salotto Belvedere in testa al convoglio, Lojacono arrivava a Roma a 25 anni (vi resterà tre anni, fino al ’63: 56 presenze in campionato, 22 gol). 100 milioni di lire alla Fiorentina e i cartellini di Da Costa e Zaglio. Andava ad arricchire un attacco che già contava gente come Selmosson, Schiaffino, Manfredini e Orlando (più in là sarebbe arrivato Angelillo). I tifosi sognavano e scherzavano: «Serviranno due portieri alle squadre avversarie». Non fu proprio così: la Roma in quegli anni vinse solo una Coppa delle Fiere (nel 1961; e nel ’64 la Coppa Italia), il torneo tra le città europee sede di fiere che venne prima della Coppa Uefa e della Europa League.

Meno dotato della classe degli altri tre argentini venuti in Italia e passati alla storia come gli “angeli dalla faccia sporca” – Maschio finito al Bologna, Sivori alla Juve e Angelillo all’Inter – buon giocatore, però, dal tiro forte e preciso, Lojacono, detto Cisco ma anche il Toro di Baires, e non solo per via di quel fisico un po’ tarchiato e dalla faccia da pugile spesso imbronciata, divenne uno dei protagonisti della vita notturna della Roma della Dolce Vita. I paparazzi lo beccavano all’entrata di un teatro o ad una riunione di pugilato, spesso in dolce compagnia, in un dancing o in un night di Roma o di Napoli mentre la società lo credeva ricoverato in qualche clinica per curarsi imprecisati malanni fisici o, peggio, in ritiro. All’interno del club qualcuno lo “copriva”. In qualche occasione riempiva le cronache dei giornali per una Maserati finita in piena notte contro un albero o un muro.

Lojacono ebbe una storia non breve con una splendida Claudia Mori, allora diciottenne (nella foto sotto): un rapporto non semplice (lui si era sposato giovanissimo in Argentina ed aveva una figlia: subì anche una lieve condanna per maltrattamenti). Aveva incontrato la futura signora Celentano (che in realtà faceva di cognome Moroni) al Teatro Sistina, lei era nella compagnia di rivista di Carlo Dapporto. Fecero anche un film insieme, Avventura al motel di Renato Polselli, con Franco e Ciccio, Memmo Carotenuto, Gino Cervi, Macario. Nei settimanali di allora si trovano molte tracce del flirt. Foto ma anche articoli e interviste la cui sostanza era: ecco la ragazza che farà mettere la testa a posto al dongiovanni capriccioso e irascibile (Lojacono contestava spesso le decisioni degli arbitri e accumulò non poche giornate di squalifica).

Il profumo di donna inebriava Ramon. Giacomo Losi, capitano di quella Roma, una delle icone del santuario giallorosso insieme a Totti, Falcao, Di Bartolomei e altri, oggi quasi 83enne, ricorda ambiente e personaggio nel suo slang ancora molto provincia di Cremona (è di Soncino), nonostante una vita in riva al Tevere: «A volte vedevo Ramon arrivare nell’albergo dove eravamo in ritiro alle 5 del mattino della domenica. “Dove sei stato? Tra qualche ora c’è la partita…”, gli gridavo. Lui bofonchiava qualcosa e poi correva a letto. Capitava poi che in campo era protagonista di prestazioni straordinarie. Era la società che gli permetteva di fare quella vita. Io lo conoscevo molto bene e mi era caro. Abitavamo entrambi alla Balduina. Succedeva che il presidente, il conte Marini Dettina, ci dava un appartamento invece dell’ingaggio. Allora si usava. E chi aveva famiglia era contentissimo di quella soluzione».

Le sue serpentine in dribbling e soprattutto le punizioni del Toro italoargentino (Lojacono indossò anche la maglia azzurra della nazionale) erano micidiali: aveva un tiro che piegava le mani dei portieri. Memorabili come le sue litigate in campo. Una volta proprio all’Olimpico contro la Roma, ma lui giocava nella Fiorentina, prese a schiaffi Gratton, suo compagno di squadra, perché non gli aveva passato la palla. Un altro episodio che si trova nella sua biografia è quello del 27 novembre del ’60: Roma-Juve 2-1. Segnò il primo gol, un tiro dei suoi da quaranta metri sotto la traversa che fulminò Vavassori. Compì quella prodezza con un braccio fasciato e bloccato sotto la maglia; poco prima si era lussato una spalla. Una iniezione di Novocaina, un bendaggio rigido e via. Non c’erano sostituzioni allora. Ma non finì lì. Perché poi raccontò: «Prima di quel Roma-Juve, partita giocata alle 14,30, io avevo fatto l’amore con una splendida ragazza fino alle 11». Come a dire: inutile che mi criticate per le mie scappatelle. «Devo chiudermi in un convento?» ribatté una volta ai giornalisti che avevano scoperto qualche sua avventura. «Se la società mi multa perché non rendo, io lo accetto. Se lo fanno per controllare la mia vita privata, allora non ci sto».

Fu salutato come un eroe per quel gol alla Juve. Ma altre volte la gente avrebbe voluto menargli. In un Roma-Catania i tifosi cominciarono a fischiarlo e lui, indispettito, si sedette sul pallone come per sfidare il pubblico e tirò un calcio d’angolo verso la tribuna invece che verso la porta avversaria. Uscì dall’Olimpico travestito da vigile urbano.

A quei tempi, si sa, Cinecittà lavorava a pieno regime e le star americane riempivano di fotografie le cronache dei giornali. I rotocalchi raccontavano, tra articoli sugli immancabili Savoia, il processo Fenaroli e Soraya ripudiata dallo Scià, di Liz Taylor, ad esempio, che organizzava un grande party nell’ottobre del ’61 per festeggiare il primo anniversario del lancio di Spartacus, il film di Stanley Kubrick, e il suo protagonista, Kirk Douglas (che era anche il produttore della pellicola). In uno dei maggiori alberghi della capitale si ritrovarono oltre 200 invitati: da Charlton Heston a Carlo Ponti, da Edmund Purdon a Edward G.Robinson, da Jack Lemmon a Linda Christian, da Cyd Charisse a Gina Lollobrigida. Alla cena 7 portate, alcune dai nomi significativi di “Ben Hur” e “Quo Vadis”.

Ai tavoli di via Veneto sedeva anche l’argentino. Quel set della Dolce Vita, “la nostra piccola Bella. Époque” come la chiamò una volta Edmondo Berselli, gli piaceva molto. Quarant’anni dopo ne parlava ancora in maniera trasognata, non dimenticando quel tango con la Magnani: «Ci andavo volentieri, era bello trascorrere le serate in quell’ambiente… – raccontava a Stefano Boldrini, oggi inviato a Londra della Gazzetta dello Sport, che lo intervistò nel 1999 per la rivista Rosso&Giallo –. Frequentavamo soprattutto attori e attrici, c’era un feeling particolare, forse era l’età o forse il fatto che anche noi, a modo nostro, eravamo attori… Legavo molto con Gino Cervi. Con Renato Rascel, che era un romanista sfegatato, l’unico al quale permettevo di criticarmi in maniera aspra. Walter Chiari era il più bravo di tutti nel giocare a calcio… Ma la più simpatica era Anna Magnani, era una donna che aveva un fascino incredibile, con lei in via Veneto facevo l’alba a parlare dell’Argentina, di Buenos Aires. Aveva un debole per il tango, voleva che glielo insegnassi. Con lei trascorremmo memorabili sere d’estate…». In un’altra intervista precisò: «Ero il suo maestro e danzare quando sta sorgendo l’alba e i lampioni sono ancora accesi è quanto di più bello possa capitare».

Un tango lo abbiamo visto ballare alla Magnani. In Mamma Roma con il figlio Ettore, un ragazzone impacciato, incapace di muoversi mentre si sentono le note di Violino tzigano: «Il cha cha cha? Cammina, vie’ a balla’ er tango co’ tu madre… Questo era un versè… mo famo er casquè…» gli diceva e tutti e due finivano per cadere. Di quella scena aveva discusso con Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini. E alla scrittrice che sottolineava la necessità che lei continuasse a interpretare ruoli drammatici («Sei un’attrice tragica. Tu devi fare le cose serie, mia cara, ruoli drammatici»), Nannarella rispondeva: «O Madonna! Perché?… Prendi mamma Roma: è un personaggio anche un po’ grottesco. La storia è piena di spunti comici, addirittura. Io ridivento ragazzina, non so più che fare per quel figlio. Gli insegno perfino a ballare, e siccome non so nulla dei balli d’oggi, gli insegno il tango, il tango alla Rudi, capisci?», scoppiando in una risata e aggiungendo rivolta al regista: « ’A Pier Pa’, mi devi credere: se mi viene la ruzza giusta, facciamo una scena grande con quel tango». (dall’Archivio P.P.Pasolini – Cineteca di Bologna).

Quando, nel settembre del 2002 Lojacono morì poco prima di compiere 67 anni a Cretone, nella campagna sabina, molti giornali riportarono nella titolazione l’episodio di Via Veneto: “Argentino, geniale, fumantino: ballò un tango con la Magnani alle cinque del mattino”.

Sessant’anni fa non c’erano in via Veneto folle di curiosi e di patiti come per Roberto Bolle e Nicoletta Manni, prima ballerina della Scala, qualche sera fa nella Galleria di Milano. Né c’erano, per una volta, fotografi a teatralizzare il fatto di una notte romana, a rubare immagini di after hours privati. Eppure erano gli anni di Tazio Secchiaroli, di Marcello Geppetti, di Elio Sorci, di Velio Cioni, i paparazzi storici di Fellini e di via Veneto. Quei passi di tango tra l’attrice e il calciatore ebbero pochi occhi. Li vide ballare però Franco Vitale, fotografo di scena, allora poco più che ventenne. Uno che lavorò, tra gli altri, con Sergio Leone e con Dario Argento. Fu Vitale, morto nel 2007 a 72 anni, a parlare del tango tra la Magnani e Lojacono. «Me lo disse lui. Ricordava che era l’alba e che la cosa avvenne nei pressi dell’Harry’s Bar…»: è il flashback attuale di Giorgio Lo Giudice, noto giornalista sulla piazza romana della Gazzetta dello Sport. Vitale dovette rimanere sorpreso, non riuscì a scattare foto. Forse seppe del tango da altri.

Molti al contrario sono scettici su quel piccolo episodio. Rino Barillari, un altro dei famosi paparazzi ma della “seconda generazione” (nei primi anni Sessanta era un quindicenne), non sa testimoniare di quel fatto: «Non ne ho sentito parlare». E non sanno nulla i biografi della Magnani. Ma se Matilde Hochkofler è infastidita persino all’ipotesi che uno le racconta al telefono («Se l’avessi saputo, non l’avrei certo scritto…»), ignorando probabilmente chi fosse Lojacono e la popolarità del personaggio all’epoca, Giancarlo Governi ritiene invece verosimile il fatto: «È probabile che abbiano ballato». Frase che ripete anche Matteo Persica, giovane autore di “una biografia di una donna”. Riscontri non se ne trovano negli archivi fotografici (a Roma sono a decine): dall’Archivio Cicconi, all’Archivio Riccardi alla DolceVita Gallery in via Palermo, un tempio di foto di quegli anni allestito da Marco Geppetti, dove giganteggia lo scatto che Marcello, il padre, fece a Liz Taylor e a Richard Burton sdraiati a prendere il sole sulla prora di una barca. Alla Gallery si incontra Gilberto Petrucci, detto “il paparazzetto” per via delle sua statura, classe 1939, uno che si intrufolò nell’albergo romano dei Beatles a metà degli anni Sessanta quando i quattro diedero i famosi concerti al Teatro Adriano mettendosi a giocare a pallone con loro: «In Via Veneto arrivavano tutti, anche qualche calciatore. E la Magnani la si incontrava spesso lì o nei dintorni, alle Grotte del Piccione o al Club 84». Infatti, quante fotografie si vedono dell’attrice in via Veneto: con Totò, con Pasolini e Moravia, con Renato Salvatori, con Tennessee Williams, lo scrittore americano con cui amava passeggiare la notte, suo grande amico ed estimatore che una volta su Life scrisse: «Si avverte la tensione atmosferica della sua presenza, la sua vibrazione nell’aria come un filo di vita scoperto e la presenza di Anna ha qualcosa di regale». Fu lui – autore, tra l’altro, della Rosa tatuata, il soggetto del film del 1955 che diede l’Oscar all’attrice – a tenere l’orazione funebre nella cattedrale di St.Patrick a New York quando Anna morì nel settembre del 1973, ricordando quel girovagare notturno tra Villa Borghese, i Fori, il Colosseo anche per portare cibo ai gatti randagi. «Per lei, che non faceva mistero di preferire gli animali alla gente, era un rito. Sono sicuro che il fantasma di un gatto affamato di Roma siede qui fra noi in questa cerimonia di addio a una grande anima, la nostra cara Anna» (da Anna Magnani di Matilde Hochkofler, Bompiani Overlook). Mario Sesti che ha curato una mostra su Anna Magnani, utilizzando molto materiale dell’Istituto Luce, del Centro Sperimentale di Cinematografia, visionando centinaia e centinaia di foto risponde deciso: «No, mai visto foto della Magnani mentre balla in via Veneto». Infine, sul fronte “negazionista”, la vedova Lojacono, la signora Annamaria: «Ramon non me ne parlò mai. Probabilmente fu un episodio occasionale…», risponde al telefono un po’ contrariata dalla fama di eterno seduttore del marito.

Alla fine restano il racconto di quegli anni che Francisco Ramon Lojacono fece in quella intervista e la testimonianza di Vitale. E i “coccodrilli” dei giornali alla morte di Lojacono.

Allora ci piace immaginare, senza tingere di giallo questa storia, che quel tango silenzioso, senza orchestrine e bandoneon, senza riflettori e flash, senza tempo, venne ballato da due persone che amavano semplicemente la vita. È bello pensare che la Magnani e Lojacono, un po’ assonnati, si siano salutati felici e stanchi. Probabile anzi che Anna, di fronte a Ramon che non voleva tornare a casa, l’abbia congedato come fece con Federico Fellini al termine di Roma: «’A Ramo’, ma va’ a dormì, va’…!».

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Devo dei ringraziamenti a: Maresa Bavota, Jessica Bernardini (DolceVita Gallery), Umberto Cicconi, Alberto Crespi, Marco Russo (direttore della ASD Nuova Valle Aurelia). Non ringrazio, invece, quei giornali che non mi hanno permesso di consultare i loro archivi. I giornali sono diventati ormai luoghi inaccessibili. Cosa che accentua il loro rapido declino e isolamento. Gli archivi sono stati progressivamente smantellati e il personale eliminato, o fortemente ridotto, secondo la logica del “tutto si trova su Internet”. Generazioni di giornalisti sono cresciuti frequentando gli archivi cartacei e fotografici dei quotidiani, dove spesso si potevano trovane persone colte e ben informate. Segnalo infine lo stato precario dell’Emeroteca della Biblioteca nazionale di Viale Castro Pretorio a Roma dove, nonostante gli sforzi di pochi addetti, il materiale cartaceo (riviste, quotidiani) non versa in buone condizioni e i supporti tecnici (tipo i microfilm) non sono stati utilizzati correttamente (certe vecchie copie dei quotidiani sono illeggibili); inoltre, la digitalizzazione dei giornali è ristretta a poche testate ed è ferma a decine di anni fa. (g.cer.)

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