Alberto Fraccacreta
Versi per accettare il presente

La poesia opportuna

Si è svolto a Urbino il premio “Poeti allo sbaraglio” dedicato agli studenti dell'università. Ha vinto Matteo Chiasserini con una lirica che mescola passato e futuro, per cancellare un presente intempestivo

Franco Fortini riteneva che la poesia avesse una forza “intempestiva”, cioè in netto contrasto con le condizioni e le esigenze del tempo. A questo aggettivo ne aggiungerei un altro: opportuna, nel significato del termine greco kairos, momento opportuno. La poesia è intempestiva e opportuna. È un’espressione inattuale della coscienza umana e arriva però in qualità di dono che, come vuole Montale, presuppone «la dignità di chi lo riceve». In tal senso la sera del 10 maggio nel pascoliano Collegio Raffaello, per la seconda edizione di Poeti allo sbaraglio (da un’idea di Vincenzo Fano) ha – anche solo lontanamente – mostrato il carattere elargitivo della poesia. Per oltre due ore sono state protagoniste le liriche e le illustrazioni di circa cinquanta studenti iscritti all’Università di Urbino. Con una sola eccezione: il testo della piccola Rebecca Sperandio, che ha ricevuto dalla giuria il premio poesia “speciale”. I premi della sezione poesia e illustrazione sono andati rispettivamente a Matteo Chiasserini con Lenti «per la intensità del verso che si scioglie in una prosa ritmica ricca di pathos e di struggente memoria», e a Luana D’Alfonso con Per ridere in società «per la carica ossimorica di un’espressione che smaschera le convenzioni sociali esasperandone l’enigma». Le motivazioni sono state rese note da Salvatore Ritrovato (presidente) assieme agli altri componenti della giuria (Roberto Danese, Vincenzo Fano, Monica Bravi, Umberto Brunetti, Michele Pagliaroni).

Lo scorcio lirico di Chiasserini non può non ricordare alcuni tratti di Death of A Naturalist di Seamus Heaney. Qui è la campagna umbro-toscana a far da sfondo al ricordo vivido e intrecciato con la presente esperienza. Non sono le rane a risvegliare la personal Helicon, bensì le lumache con il loro «soffio straordinario». Il titolo richiama, dunque, le lenti con cui i ragazzi osservavano da vicino le chiocciole, e al contempo la lentezza di quest’ultime nei movimenti, comparabile all’impacciata flemma con cui la coscienza umana prende consapevolezza (e reale comprensione) di un fatto doloroso. La lente è qualcosa che fa vedere meglio, dopo la lunga sbiaditezza visiva della sofferenza. Come Heaney ma abbandonandosi a una calcolata descrittività che, con il Sereni di Stella variabile, volge nettamente verso la prosa, Chiasserini osserva il padre che dissoda la terra in un tempo ormai perduto, lontano. Il barbaglio della memoria torna per virtù della sua carica intempestiva e desta le giovani attese di una «stagione» che non è stata laddove se ne era colta la promessa. In questa linea smarginata di negatività, di assenza, di eventualità recisa la timida e commossa confessione del poeta si apre a una speranza «decisiva», il saluto salvifico (da salus, salvezza) e faticosamente acquisito dopo lo scavo nella memoria, nello spargere semi che moriranno per rifiorire più pienamente e carichi di frutto nel tempo dell’Altrove.

In quest’ottica l’illustrazione di Luana D’Alfonso esprime un sentimento analogo. Il titolo dell’opera è mutuato da una celebre poesia di Prévert. L’impossibilità di accettare senza scosse il contratto sociale copre l’intera realtà del soggetto di «une pinte de bon sang». Nella filigrana di colori che rammentano l’outrance e i tragici sfondi del Trittico di Bacon, anche qui è percepibile il segno del disappunto, del “colpo di coda” creativo di chi cerca una relazione col mondo che sia più autentica.

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Matteo Chiasserini, Lenti

Quell’anno nell’orto raccogliemmo le lumache.
Bucammo una scatola delle scarpe
per non farle asfissiare,
perché i respiri sono importanti.
L’orto è quadrato e ha i bordi di cemento
e, come tutti quelli del condominio, ha il reticolato
e i pali di legno chiaro per i pomodori.
Ci sono entrato spesso per capire come andarmene via.
Mio padre ha zappato lì ogni primavera:
rientrava a casa stropicciando le zolle sui tappeti,
per questo io e la mamma lo strigliavamo
accumulando i detriti.
Quell’anno che con gli amici raccolsi le lumache,
io cercai soprattutto il resto di mio padre
tra la pelle evidente della polvere,
per non arraffare solo abbracci minerali.
Dopo qualche giorno i miei amici cambiarono gioco,
ma io avevo capito una nuova forma di serietà.
Fu così che riportai quelle lumache nell’orto.
Avevo la loro felicità inzuppata tra le mani,
mi ballavano sui palmi,
trascorsi l’intero pomeriggio ad ascoltarle sguaiate
e mi accorsi che ogni lumaca ha un soffio straordinario
e brilla come una sillaba appiccicata
nei solchi pacati della terra.
Lì finalmente ho scritto poesie d’affetto per mio padre,
lì da qualche parte, dal guscio, si è dischiusa una luce.
Vorrei però che quella luce fosse spruzzata di vastità
e sentirlo adesso fresco come l’erba che piantava
come i ricci dei cavoli, le bietole più giovani, i radicchi.
Tutti gli anni rifletto che laggiù a casa
devono strisciare nuove generazioni di lumache,
certamente libere dopo i sacrifici degli avi,
ma dentro la mia immaginazione, oggi, da lontano,
le vedo trascinarsi minuscole e gialle sempre più in là
e le confondo con la nitidezza delle guance del mio papà
in una fotografia bucherellata, ma decisiva
dove mi saluta spargendo i semi
di quella che avrebbe dovuto essere la sua migliore stagione,
ma che rimane solo la mia più stordita nostalgia.

Accanto al titolo, illustrazione di Luana D’Alfonso, Per ridere in società

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Si ringrazia l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, il Comune di Urbino, l’Amministrazione del Legato Albani per il patrocinio e il sostegno all’iniziativa. Si ringraziano le librerie Moderna Universitaria e Montefeltro per i premi in palio messi a disposizione.

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