Danilo Maestosi
A proposito di Palazzo Merulana

Novecento privato

Claudio Cerasi, un imprenditore immobiliare folgorato dalla passione per l’arte, ha finanziato e gestito la nascita di un bellissimo museo privato nel centro di Roma. Per capire come il Novecento si è posto il problema della figurazione, da Antonio Donghi a Scipione, da Carrà a De Chirico

Si inaugura a Roma un nuovo grande spazio culturale. In un palazzo all’incrocio tra viale Manzoni e via Merulana che Claudio Cerasi, un imprenditore immobiliare folgorato dalla passione per l’arte, ha riconvertito a proprie spese a museo per offrire sede e vetrina alla sua collezione. E poi consegnato in gestione alla Coop Culture, col compito di tenerlo aperto al pubblico, ma anche di promuoverlo e animarlo come ribalta di iniziative ad ampio spettro.

È un avvenimento che cuce insieme almeno due buone notizie. La prima è proprio il recupero di questo edificio inizio Novecento, di proprietà comunale, nato per ospitare l’ufficio d’igiene del Campidoglio, ma poi abbandonato in un rovinoso disarmo e parzialmente demolito. Giù un’intera ala. Uno stato di rudere che lo aveva fatto scambiare da molti per un fabbricato bombardato. E faceva temere il peggio: la condanna ad essere prima a poi sostituito da una delle tante moderne architetture di moduli prefabbricati in vetrocemento che costellano la cintura dei quartieri residenziali. Fu salvato da un intervento in extremis dell’allora sindaco Francesco Rutelli e da un progetto di affidare il finanziamento ai privati che poi è avanzato a passo di lumaca arrivando miracolosamente in porto, ribalzando da una giunta all’altra, grazie alla scesa in campo del costruttore Cerasi, che lo ha acquistato con un investimento di circa 6 milioni di euro (o meglio ottenuto in concessione per 90 anni insieme ad un’altra stecca vicina di un migliaio di metri quadri da mettere a frutto come sede di uffici) e poi ristrutturato.

Chiara da subito la destinazione: per i Cerasi era lo spazio ideale per accogliere e mettere in vista la preziosa raccolta d’arte di famiglia. Rispettoso il restyling: salvi i valori esterni delle facciate, ripristinato il colonnato del corpo centrale, interni luminosi e curati che si sviluppano per quattro piani, in alto una bella, enorme terrazza. Un’eccezione davvero rara nel panorama romano, dove molte architetture decorose e di pregio del primo Novecento sono state prese di mira dalla speculazione edilizia, grazie alle maglie larghe dei piani-casa, al silenzio complice della burocrazia comunale e delle soprintendenze. Stravolgere questo tessuto urbano solo apparentemente minore, come sta avvenendo ad esempio al quartiere Trieste con la demolizione di alcuni villini liberty, significa spezzare un’armonia stratificata che incornicia ed esalta la «grande bellezza» di Roma.

La seconda notizia in controtendenza è la calamita che dovrebbe attivare questo nuovo complesso, ribattezzato con un usurpato titolo augurale di antica nobiltà: Palazzo Merulana. Uno spazio e una proposta culturale in più in una città malgovernata e lasciata senza progetti: l’offerta di stimoli e occasioni e la rete di spazi in cui dovrebbe circolare che continua a perdere pezzi e ribalte, il Campidoglio che come unica risposta alla crisi ridimensiona, declassa ,chiude o svende i propri musei; in abbandono persino il patrimonio archeologico, attrazione principale del turismo romano. In questo quadro di desolante inerzia, arroccato sull’alibi della mancanza di fondi, Palazzo Merulana rappresenta una sana sferzata di energia, a costo zero per le casse pubbliche. Ma è un’iniziativa che non va abbandonata a se stessa. Come sta succedendo per un’altra analoga iniziativa partita anch’essa da un imprenditore collezionista: il Centro Musia, aperto da Ovido Jacorossi, nel suo palazzo dietro Campo de’ Fiori, più o meno con la stessa formula, una passerella di capolavori di artisti della scuola romana anni Sessanta accoppiata a una serie di locali di degustazione per gourmet e all’idea di un cartellone di incontri , presentazioni, mostre e dibattiti, che però stenta a decollare.

Anche per Palazzo Merulana l’attrazione principale è affidata alla bellezza e al rilievo dei cimeli in esposizione. Gratuitamente nelle sale del piano terra, riservato oltre che a una piccola libreria alle grandi sculture che impreziosiscono la raccolta Cerasi: come gli stupendi bronzi realizzati da Antonietta Raphael, moglie e compagna d’avventura creativa di Mario Mafai. A pagamento, solo quattro euro, l’accesso al secondo piano, imbottito di chicche davvero imperdibili soprattutto nel settore dell’anteguerra, sul quale i coniugi Cerasi hanno concentrato i loro acquisti. Come la raffinatissima tela, un ritratto di due piccoli saltimbanchi, firmato da Antonio Donghi e datato 1934, con cui all’inizio degli anni ’80 è partita la collezione. Come due rarissimi ritratti femminili di Scipione. Come le raffinate terracotte smaltate di Leoncillo. Come la impagabile lastra di gesso sulla quale Duilio Cambellotti ha immortalato una mandria di cavalli al galoppo nell’agro pontino: un intreccio di zampe in movimento che, riprendendo gli sperimenti fotografici di Marey, precorre e profetizza le soluzioni del futurismo. Come quello straordinario Carnera dipinto da Giacomo Balla con le braccia alzate da trionfatore su una tela da imballaggio a tasselli (nella foto accanto al titolo): geniale anticipazione dell’arte pop con quell’immagine sgranata che evoca le scomposizioni a pixel dei fumetti di Lichtenstein. E dietro, a rafforzare l’unicità di questo reperto, la scoperta a sorpresa sotto uno strato di gesso di un altro dipinto nascosto: la pubblicità a incredibili sfumature a pastello di un profumo abbozzata dallo stesso autore.

Come la serie di Bagni misteriosi dipinti negli Anni Trenta da De Chirico (nella foto sopra) partendo da un sogno di Cocteau: a concluderla un quadro sullo stesso soggetto di 30 anni dopo, sullo sfondo di quell’inquietante stabilimento termale una metafisica cortina di grattacieli azzurri, omaggio del pittore alla New York che lo aveva incoronato tra i maestri del Novecento, nonostante il ripudio dei surrealisti. Come le due enigmatiche tele di Capogrossi (nella foto sotto) prima della sua brusca virata verso l’astrazione. O come l’algida, conturbante allegoria di Felice Casorati che chiude il percorso.

Un tragitto dominato dall’inizio alla fine da una presenza costante della figura in tutte le sue possibili varianti e declinazioni, che restituisce l’impronta del gusto che ha orientato le scelte di Elena e Claudio Cerasi. Fino a convincerli a mettersi in posa sorridenti come in un selfie in due tele da eterno souvenir, affidando l’impresa a due grandi interpreti dell’arte di figura come Di Stasio e Siciliano. Poche ma illuminanti le eccezioni e gli sconfinamenti: una lastra sbalzata da Penone, un’altra incisa da Fontana, un gruppo luccicante modellato da Ian Fabre, un isolato omaggio a Boetti. Scarti di tempo e di coerenza che aggiungono un’aria di libertà a questo museo E gli consentono ora di aprirsi senza complessi a un dialogo-confronto con la produzione e gli autori del contemporaneo, senza abbandonare la ribalta privilegiata della scena romana.

Un futuro tutto da scrivere, affidato al coinvolgimento di due esperti dell’arte di oggi come Fabio Bensi e Monique Veaute, e alla regia operativa della Coop culture che gestirà l’intero complesso, forte dell’esperienza che ha accumulato nel settore dei servizi museali. Un occhio alla complicità dei salotti romani. Ma soprattutto uno sguardo all’attenzione e alle proposte del quartiere. Già, l’Esquilino. Con la sua innegabile vitalità e le sue contraddizioni di laboratorio etnico, con la sua centralità e la marginalità cui è abbandonato. Con la sua posizione di spartiacque Palazzo Merulana può diventare una risorsa preziosa. O franare nell’irrilevanza. A sinistra la piazza Vittorio dei migranti e dei negozi cinesi. A destra, verso il Colle Oppio, la diffidenza della gente arroccata nei palazzi e nelle paure di una media e piccola borghesia spaesata e invecchiata.

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