Filippo La Porta
A proposito de “Il segreto di Pietramala”

Storie à la Chomsky

Il linguista Andrea Moro ha scritto un (bel) romanzo che ruota intorno alla teoria di Noam Chomsky dell'impossibilità di una lingua artificiale. Un giallo fatto di teorie scientifiche e intrighi

Avete mai letto Noam Chomsky? Intendo gli scritti di linguistica, non la pamphlettistica politica. Direi: lettura sempre affascinante e lievemente ostica. Da oggi però disponete di un romanzo che trasferisce la teoria chomskiana in una storia avvincente, divulgandola e così “umanizzandola” (poiché la mette “in situazione”, tra intrighi, delitti e amori): Il segreto di Pietramala di Andrea Moro, autorevole linguista e seguace di Chomsky (Nottetempo, pp.380, euro 18). Di Moro – segnalo per inciso – potete anche trovare in Rete alcune interessanti lezioni di linguistica in cui appoggia il Chomsky pensiero su alcune acquisizioni ed esperimenti delle neuroscienze, attraverso risonanze magnetiche, etc.

Protagonista del romanzo è anche lui un linguista, Elia Rameau, che studiando i dialetti e le lingue esotiche in Corsica si imbatte in un misterioso paese, Pietramala, ora disabitato, senza alcuna iscrizione, archivio o libreria. Dunque apparentemente senza lingua! Di lì si dipana un thriller internazionale che troverà uno scioglimento a New York. Rameau scopre che a Pietramala il potere aveva tentato di imporre una lingua artificiale alla popolazione (ricalcata sulla serie dei numeri primi, che «non è generabile da nessun fenomeno naturale in nessun dominio: né in fisica né in biologia né in psicologia»), per meglio controllarla. Ora, il punto è che per la teoria chomskiana, ogni lingua esistente, “naturale”, risponde a prerequisiti biologici, a meccanismi del cervello (perciò la può apprendere ogni bambino, anche senza impararne le regole, così come impara a camminare), mentre una lingua interamente inventata, con regole arbitrarie, bloccate (che ad esempio impediscono una ricombinazione infinita delle frasi) è “impossibile”, come la sua grammatica, e i bambini non riescono a impararla (infatti a Pietramala non ci sono bambini al cimitero!).

Dico subito che non amo il romanzo à la Eco, il noir accademico (che piace solo perché ci fa sentire più colti), ma qui la narrazione ha ritmo e non è mai pedante, i personaggi secondari degli attori shakespeariani – Ariel e Calibano – sono incisi in modo vivace, e poi Manhattan è esplorata e attraversata con spirito picaresco in tutta la sua lunghezza, fino a prendere il traghetto per Staten Island. Come ci si poteva aspettare, il progetto delirante (elaborato alla fine del Seicento) di imporre quella innaturale, sterile neolingua era fallito, come ogni pedagogia autoritaria che vuole trarre qualcosa di perfettamente dritto dal legno storto dell’umanità, anche se oggi quel progetto ha ancora dei suoi pericolosi seguaci, con i quali Elia si trova a lottare fino all’ultimo sangue. Ovviamente non ho minimamente gli strumenti per discettare sulla giustezza della teoria linguistica qui esposta, anche se mi fa una certa simpatia, nel senso che mi piace l’idea che la cattiveria nasce dalla «forzatura di un’espressione naturale» (so anche che è violentemente contestata, ad esempio da certe ricerche antropologiche, etc.: insomma la partita è aperta!). Però mi sta a cuore il messaggio del romanzo. Il villain – il maleodorante Shannon – dice a un certo punto che la sua teoria è molto più bella della realtà. Eppure la realtà, proprio in quanto incontrollabile, imperfetta, non prevedibile («vanno a teatro solo quelli che tollerano l’imprevisto»), alla fine – come del resto sapeva Dostoevskij – è più perfetta di ogni utopia.

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Accanto al titolo: Antonio Sanfilippo, «Senza titolo»

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