Danilo Maestosi
A proposito di "Le parole rubate"

Il cimitero delle parole

Roberto Gramiccia e Simone Oggionni hanno confezionato una sorta di contro-dizionario dei saperi (e dei sentimenti) perduti: la fotografia di un mondo senza arte né cultura, dove corrotti e corruttori convivono nel limbo del "liberismo"

Forse anche alle parole bisognerebbe aggiungere un timbro con la data di scadenza. Come per i cibi e i medicinali. Un avviso di revisione periodica come si fa con gli attestati di buona salute dei palazzi. Perché anche le parole hanno un continuo bisogno di controllo e manutenzione. E quando si usurano, producono guai socialmente più rovinosi dei pilastri di cemento armato malmessi. Mandano in circolo significati capovolti. Ci precipitano nel caos e nella prigione della passività. Come ci spiega con didascalica chiarezza il saggio Le parole rubate di Roberto Gramiccia e Simone Oggionni (edizioni Mimesis, 180 pagine, 14 euro). Già, perché tra le cause che più contribuiscono a spingere fuori corso le parole come auto contromano su un autostrada, c’è pure il furto. I due autori – due intellettuali impegnati nelle ultime elezioni nella campagna di Leu e militanti da sempre della sinistra – ci segnalano quello più vistoso, che governa il nostro presente e annacqua il nostro futuro: la vittoria schiacciante e globale del neoliberismo e del capitalismo finanziario che ha condannato al macero le ideologie su cui si è costruita la nostra Storia. E decretato così la fine delle narrazioni, riservandosi però il diritto esclusivo e incontrastato di imporre il suo vangelo e la sua narrazione.

La fotografia di quello che è successo e sta succedendo è affidata ad una compilation di una quarantina di vocaboli allineati in ordine alfabetico: un contro-dizionario per la sinistra lo battezza il sottotitolo del saggio, indicando senza incertezze le motivazioni che lo hanno generato e la platea di lettori cui si rivolge. Un promemoria per una generazione che ha sventolato e indossato come un abito quelle parole chiave, quelle bandiere e poi le ha riposte sotto naftalina nell’armadio, perché non ci crede più o perché – l’effetto è identico – non sono più di moda. E insieme una sponda offerta per i giovani del nuovo millennio cresciuti in quel vuoto di ragione e memoria che impoverisce il loro linguaggio e avvolge il loro stesso destino, senza chiedersi troppi perché.

Un viaggio a ritroso nella Storia, prima vittima sacrificale del mondo d’oggi, che parte dalla voce amore e si chiude con la voce utopia. Un incipit apparentemente stravagante questa dedica iniziale all’universo insondabile del sentimento che però immediatamente i due autori riconducono subito ad una rilettura dell’amore come strada maestra verso il riconoscimento per l’Altro, gli altri, specialmente gli umili, i deboli, i più emarginati, rivendicandolo come un momento d’iniziazione e di formazione essenziale alla pratica dell’impegno per il riscatto sociale, la rivolta contro il sistema. Comune, con le dovute differenze, e con il contrappeso di errori ed abusi, solo alla religione e al messaggio di Cristo. Gli stessi traguardi che il termine utopia, coniato da Tommaso Moro cinque secoli fa, indica come meta e motore di vita: rinunciare alla sua spinta significa – ricordano gli autori – rassegnarsi alla schiavitù. Prendiamo esempio e forza da Don Chisciotte, Ulisse, Prometeo.

La cultura per Roberto Gramiccia e Simone Oggionni è un campo d’osservazione fondamentale per comprendere le mutazioni in corso, ed in particolare la deriva che ha narcotizzato il conflitto tra classi dominanti e classi antagoniste. Riducendo la cultura a «una marmellata narcotizzante di luoghi comuni che ci parla dell’irrilevanza dello Stato, dello strapotere del mercato, dell’onnipotenza del tecno-scientismo, della supremazia di una frenetica corsa all’accumulazione costi quel che costi, di una presunzione di invincibilità e immortalità…».

Tra i temi che le riflessioni di questo libro portano sul tappeto e segnalano come patologie del nostro tempo, la rimozione della morte è uno dei miraggi ricorrenti, un ottundimento della coscienza e dei processi dell’inconscio che ci impedisce di misurare la sostanza della nostra fragilità, dirottandola verso posizioni di arroccamento, paure, falsi obiettivi. E neutralizzandone la potenziale spinta eversiva, quel sogno di una confederazione dei più deboli che Roberto Gramiccia, facilmente riconoscibile come estensore di questa voce, ha mutuato da Giacomo Leopardi e tradotto in un manifesto di lotta che sta riscuotendo grande attenzione. Specialmente tra gli intellettuali e i creativi relegati ai margini dalle storture e dalla mercificazione che governano il mercato dell’arte. Già, l’arte: altra parola rubata inserita in questo contro-dizionario con la stessa dignità e lo stesso rilievo concesso ad altre voci che appartengono al vocabolario più tradizionale della politica e al processo di revisione che la crisi della sinistra e il suo recente crollo elettorale in Italia e altri paesi ha innescato: antifascismo, destra-sinistra, comunismo, socialismo, sindacato, partito, riforma, rivoluzione. Termini che il pensiero unico del neoliberismo ha progressivamente smantellato e precipitato in un magma indifferenziato che rende impossibile e inutile una netta scelta di campo su cui schierarsi. Rimetterli insieme, l’uno accanto all’altro, cercando di rileggerne lo spessore, è una sorta di perimetrazione del terreno di discussione sul presente e sul futuro , che corrisponde a un attestato di appartenenza e consente se non altro di espellere dal ring le falsificazioni e le mistificazioni dei tanti arbitri integrati, plagiati o corrotti che occupano oggi la scena impedendo a sfruttati e sfruttatori di riconoscersi come antagonisti e affrontarsi a viso aperto. E al pubblico che assiste di non far da comparsa in una gara truccata.

Eppure – lo riconoscono qua e là gli stessi autori – non basta. Perché poi a far sì che quelle parole, rubate intenzionalmente o invecchiate in corso d’opera, tornino ad essere utilizzabili serve una adeguata e radicale terapia di manutenzione. Separare dal loro corpo malato ciò che ancora funziona e ciò che le rende inerti, a volte infettive e cancerose. Un contro-dizionario ancora tutto da scrivere, purtroppo. Con l’inchiostro delle domande e dei dubbi. E un’assunzione più netta di responsabilità.

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Accanto al titolo, un’opera di Gastone Novelli