Massimo Morasca
Diario di bordo /8

Marziani su “Stern”

Scivoliamo sotto Scilla di bolina, sfioriamo un tratto di mare proprio davanti alla grotta del terribile mostro (all’origine una meravigliosa ninfa trasformata per gelosia da Circe) dove la corrente crea una specie di largo vortice con piccole increspature. Tenendoci vicino la costa osservo quel vortice così misterioso, sono attratto e stordito dalla bellezza e dalla forza del paesaggio: da una parte il paese antico di Scilla con sopra le montagne della dorsale appenninica che degradano violentemente verso il mare, dall’altra la costa nordorientale sicula con la bianca spiaggia di Capo Peloro e le isole Eolie sullo sfondo. È emozionante navigare a vela qui, con un leggero Nordovest che ci fa toccare i 5 nodi Stern non alza schiuma, scivola leggera come una foglia sull’acqua senza sforzo alcuno. Nel silenzio contemplo il nostro ingresso nel Tirreno.

Il meteo ha dato finalmente diversi giorni di alta pressione con regime di brezza, e considerando il buon passo di Stern con aria leggera confido di fare tappa a Tropea, circa 30 miglia a nord di Scilla, per un’epica tratta, S. Maria di Leuca-Tropea appunto. Iniziamo il lungo bordeggio tenendoci a circa sei miglia dalla costa calabra sormontata dalla propaggine meridionale del Monte Pollino, luogo incantato e selvaggio dove si incontrano gli alberi tra i più longevi al mondo, il Pinus Loricata con la sua corteccia a squame di serpente è proprio una peculiarità di questa riserva naturale. Le ore scorrono veloci tra turni al timone e intermezzi mangerecci, sempre accompagnati da una buona brezza. Siamo gli unici ad andare a vela, le poche barche che incontriamo procedono tutte a motore, ed è triste vedere questi begli scafi a secco di tela.

Il bordeggio continua e miglio dopo miglio ci avviciniamo alla bella Tropea. È il mio turno di riposo, mi butto in cuccetta, sento l’acqua che mi scorre vicino all’orecchio, sono separato dal mare e dagli abissi dai soli 0,7 cm di spessore dell’esile fiancata, eppure mi sento al sicuro qui, lontano dai fantasmi della terra. Chiudo gli occhi e pensando all’atterraggio a Tropea rivedo l’ingresso del porto in burrasca un giorno di aprile.

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Stavamo affrontando una tra le regate più impegnative del Tirreno, quasi 600 miglia partendo da Riva di Traiano (Civitavecchia) giù per il Tirreno centrale e meridionale fino ad arrivare a Lipari e ritorno, in un mese burrascoso con temperature dell’acqua e dell’aria ancora rigide. Ero lo skipper di un 43 piedi, una bella barca moderna e ben attrezzata. Il lavoro di preparazione era cominciato mesi prima con la messa a punto per affrontare condizioni dure che puntualmente si presentano in questa regata. L’allestimento di tutte le dotazioni di sicurezza, la partecipazione a un corso qualificato di sopravvivenza in mare, la preparazione dell’equipaggio con uscite tutti i fine settimana durante l’inverno, la pianificazione della regata e di eventuali problematiche che si potevano presentare, cercando di non tralasciare nulla. Il nostro era un equipaggio di velisti non professionisti e soltanto nelle ore libere dal lavoro potevamo dedicarci a questo lungo e difficile percorso di avvicinamento alla regata.

Come spesso accade in queste occasioni, l’equipaggio era in parte formato da amici con i quali avevo condiviso diverse ore per mare, anche in situazioni difficili, persone che godevano perciò della mia piena fiducia, e in parte da amici dell’armatore con i quali avevo navigato ben poco. Nella preparazione a una regata simile, ogni particolare è importante non solo nei materiali ma anche nell’esperienza e nella capacità degli esseri umani che si accingono ad affrontarla. L’errore molto comune è quello di sopravvalutare il proprio livello di preparazione e questo comporta un inevitabile aumento dei fattori di rischio che saranno tanto più alti quanto più una mente, confusa, sarà distaccata dalla realtà vera che incontrerà prima o poi per mare. Ebbi un presentimento e preparai una lista completa e aggiornata di porti accessibili lungo tutto il percorso della regata, in modo da avere un porto sicuro dove approdare in caso di necessità. Allestii inoltre un pronto soccorso medico maggiorato.

Partimmo in una bella giornata di sole con vento leggero da sud ovest e mare calmo, iniziammo quindi una bolina mure a dritta verso il primo passaggio al traverso dell’isola di Ventotene. Presto il vento ruotò a ovest permettendoci di issare lo spi. Il clima a bordo era fin troppo rilassato, si chiacchierava del più e del meno come se fossimo in una tranquilla crociera. E questo mi infastidiva.

Decisi di stare al timone per più turni fino all’isola di Ventotene, perché se stavo al timone il clima a bordo cambiava e l’equipaggio era più concentrato. Passammo quindi al primo check intorno alle 13 del giorno seguente in ottima posizione, l’andatura ora era un lasco con vento sui 10 nodi e mare calmo. Il clima era decisamente primaverile, non faceva freddo. Splendidi delfini iniziarono a danzare davanti la nostra prua, il morale era alto e mi concessi un breve e meritato riposo dopo aver controllato le previsioni meteo. Le successive 24 ore passarono con condizioni costanti, dapprima un calo del vento la notte, poi al mattino una rotazione lieve a sud ovest e un rinforzo a 12 nodi in crescita che ci costrinse a un traverso con lo spi a riva. Questa evoluzione rispettava pienamente le previsioni che stimavano un calo del vento per la notte successiva, calo a cui sarebbe seguito un rinforzo da ovest nel giorno seguente di entità ancora imprecisata.

Tutto quindi sembrava sotto controllo, continuavamo a mantenere una buona posizione, al traverso sotto spi sfioravamo i dieci nodi di velocità e stimai che avremmo potuto girare Lipari nel tardo pomeriggio, prima del calo del vento. Ero già piuttosto stanco, tenere alta la concentrazione a bordo comportava un surplus di energie e turni più lunghi al timone. Il vento era rinforzato ancora un po’ e a quella andatura con lo spi iniziavamo a fare una certa fatica, ma la situazione complessiva era buona.

Lasciai il timone e andai a riposare, dopo 48 ore di regata con pochissimo riposo avevo assoluto bisogno di dormire. Mi infilai nel sacco a pelo, ma dopo pochi minuti avvertii la prima straorzata, l’equipaggio si comportò bene mollando scotta spi, la barca si raddrizzò velocemente, ma ne seguirono altre. Mi addormentai profondamente per qualche decina di minuti, mi svegliai con uno schiocco, sentii che la barca si era fermata, balzai in coperta: lo spi era in acqua, l’unica drizza spi aveva ceduto di schianto. Issammo subito genoa, procedendo in andatura più comoda ma meno veloci. Avremmo dovuto issare lo spi con la seconda drizza fiocco, ma lo spi piuttosto grande e poco adatto a quella andatura sarebbe stato più basso e avrebbe sfiorato l’acqua con un profilo ancora più profondo facendoci sbandare di più. Il rallentamento, oltre a farci perdere diverse posizioni, non ci permise di arrivare a Lipari prima della notte e del calo di vento previsto. Perdemmo quindi la fase chiave della regata.

In compenso, a quell’andatura più tranquilla potei finalmente dormire e recuperare un po’ di forze. Al risveglio il vento era già in calo e con lui anche la velocità. Decidemmo allora, viste le condizioni più tranquille, di armare un bozzello in testa d’albero in modo da poter passare una drizza di rispetto e issare di nuovo lo spi. Ci riuscimmo ma servì a poco perché il vento calò completamente. Rimanemmo impantanati sotto l’isola di Salina per ore, in una bonaccia estenuante, con la consapevolezza che i nostri diretti avversari erano già sulla rotta di ritorno. Riuscimmo a passare lo stretto passaggio tra Lipari e Vulcano soltanto alle 3 del giorno seguente. Unica consolazione fu un delfino che mentre ero al timone, in bonaccia, rischiando il colpo di sonno, mi tenne sveglio soffiandomi vicino. Ma forse era un avvertimento.

Il vento leggerissimo permise di lasciarci Lipari alle spalle soltanto alle 8 del mattino, la rottura della drizza spi era costata 14 ore! Le previsioni meteo indicavano un rinforzo di vento da ovest ma niente di serio, quindi portata la barca fuori da Lipari andai a dormire. Il mare era calmo, il vento lieve, la barca ben regolata. Mi buttai in cuccetta e mi addormentai di colpo, ma dopo una ventina di minuti mi svegliai con un gran trambusto, eravamo sbandati oltre i 30 gradi, il vento sibilava e l’equipaggio di turno provava ad ammainare randa. A quel punto salgo in coperta, il vento è già a 30 nodi e sembra rinforzare, il mare in deciso aumento. Ammainiamo randa e genoa, issiamo trinchettina e affrontiamo una dura bolina con il mare già agitato.

La transizione da un sistema meteo all’altro, quando è fulminea, è un momento critico proprio perché si passa rapidamente da una situazione tranquilla a un inferno. Sono i momenti più difficili di una regata d’altura dove è molto facile che si possa verificare un incidente. E noi non eravamo l’eccezione che conferma la regola. L’armatore era sceso sotto coperta per indossare la cerata, seduto sopravvento in una sbandata provocata da un onda più ripida era precipitato sottovento, facendo un volo di 4 metri e fratturandosi in modo scomposto l’avambraccio sinistro. Lo soccorro, l’avambraccio è spezzato, fa un angolo di 45 gradi e ho paura che abbia una frattura esposta. Gli immobilizzo il braccio con fasce e stecche di legno, inietto un antidolorifico, cerco di sistemarlo coricato sui paglioli in modo da farlo stare più fermo possibile. Operare sottocoperta in quelle condizioni è dura, sembra di stare in una lavatrice, così il mal di mare non tarda a farsi sentire.

Con l’equipaggio decidiamo di ritirarci dalla regata e di chiamare la Guardia Costiera per comunicare che abbiamo un ferito grave a bordo. Tutto viene fatto in pochi minuti. Considerate le condizioni poggiamo e ci mettiamo con il mare in poppa in modo da attenuare la violenza del beccheggio. A ogni scossa sentiamo urla di dolore, accendiamo motore per avere un po’ più di controllo sulle onde e smorzare anche il rollio. La lista dei porti ci torna utilissima, dirigiamo su Vibo Valentia dove c’è un ospedale, il tempo stimato di arrivo sono quattro ore. Ma la Guardia Costiera con la quale siamo continuamente in contatto ci dirotta su Tropea, un po’ più vicina e anche dotata di un Pronto Soccorso.

Nel frattempo siamo in piena burrasca, come se servisse il bollettino ora lo conferma, le onde sono di tre-quattro metri alcune con creste frangenti. A bordo adesso c’è silenzio e la tensione è alta, siamo tutti in sicurezza con i giubbotti di salvataggio personali e cinture, sotto trinchettina e con il motore a basso regime navighiamo bene surfando sulle onde maestose. Stromboli ci sfila sulla sinistra.

Sorveglio il ferito che nonostante il dolore, un po’ attenuato dai farmaci, resiste bene al punto di voler fumare la sua pipa, lo assecondo e questo gesto tira un po’ su il morale dell’equipaggio. Procederemo così per quattro lunghe ore. A due miglia e mezzo da Tropea ci viene incontro una motovedetta, ci contattano via radio con voce ferma e tranquilla, si avvicinano a distanza di sicurezza per rendersi conto visivamente della nostra situazione, quindi ci precedono verso il porto. L’atterraggio non sarà facile, l’imboccatura è stretta tra il molo di sopraflutto e gli scogli, le onde avvicinandosi alte frangono per un lungo tratto. Mi metto al timone e cerco il momento giusto, lo trovo e planiamo su un’onda amica che poi ci permette di accostare sulla dritta ed entrare finalmente in porto.

Sulla banchina ci aspetta l’ambulanza con una piccola folla di curiosi, il porto per il resto è deserto in un’atmosfera grigia da mari del nord. Riesco a non traversarmi e ad accostare la barca in banchina a marcia indietro nonostante il vento rabbioso. Scendo, mi viene incontro il comandante della motovedetta e mi fa i complimenti stringendomi la mano per come ho gestito l’emergenza. È un gesto sincero, accompagnato da uno sguardo che solo chi vive il mare può comprendere, un misto di forza e fermezza ma anche di cedevolezza, di umiltà, di consapevolezza dei propri limiti e dei rischi che a volte è necessario prendersi.

Nella concitazione del momento, grazie a quel gesto, riesco a fermare il tempo. Mi sento in totale armonia con tutto quello che sta avvenendo, mi giro, tutto il mio equipaggio è lì a guardarmi in un momento di sospensione, alla fine trovo le parole per ringraziare a mia volta il comandante ed estendo i suoi complimenti a tutti i miei compagni. Mai come in quest’occasione mi rendo conto che nell’andare per mare è il lavoro di squadra che conta davvero.

Salgo insieme all’amico sfortunato in ambulanza, entro in Pronto Soccorso con indosso la cerata e il cappello fradici. A giudicare dall’espressione dei medici devo avere un aspetto orribile. Spiego la dinamica dell’incidente e i farmaci somministrati, quindi mi seggo e mi addormento sfinito.

***

Siamo quasi al tramonto ormai vicini a Tropea, riconosco il porto, il mare questa volta è placido e infonde quiete. Gli ultimi raggi di sole ci accompagnano illuminando le mura tufacee, ci ormeggiamo vicino a una flottiglia di charteristi che ci guardano incuriositi dai loro “plasticoni” con due bagni e 300 litri e più di acqua dolce. Un equipaggio di concittadini in costume da bagno, sdraiati in pozzetto con bicchiere di vino bianco in mano e disco-music a palla si fa riconoscere esclamando: «Aò, so’ arrivati i marziani!».

Scendo sul molo, guardo i miei due compagni di viaggio stanchi e un po’ spaesati, bravi navigatori ancora nella loro cerata incrostata del sale dello Ionio. Guardo Stern, scarna con le sue forme affilate e la sua stretta tuga, l’albero esile e allungato, le sue linee essenziali scolpite nel vento. È proprio vero, siamo marziani su una navicella spaziale!

(Illustrazione: “Radiolaria” Paola Tiribocchi)

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