Massimo Morasca
Diario di bordo /9

Inferno e Paradiso

….So, so, you think you can tell/ heaven from hell?

Pink Floyd

(Allora, pensi veramente di saper distinguere/ l’inferno dal paradiso?)

«Tore anche oggi andiamo a “infalangare”?»

«Ma comu, sii mommo? Talìa non c’è ancora l’onda “giusta”….»

La luce abbagliante della spiaggia di Cefalù ci accoglieva, il maestrale spingeva le onde che dopo aver attraversato il Tirreno venivano a frangersi sulla costa. Un vento fresco che in quei giorni d’estate soffiava deciso, austero, potente, profumato e sincero nella sua forza, sollevava onde maestose in un vortice di colori senza compromessi. Erano onde grandi e ripide, e noi, piccolo manipolo di picciottelli, non potevamo resistere al desiderio di cavalcarle. “Infalangare” voleva dire proprio questo, surfare con una tavola auto costruita che nel mio caso era stata ricavata dall’armadio vecchio di mio nonno.

«Ma che intendi per onda giusta Tore?»

«È chidda ca non ti lassa mai, ca ti pigghia u ciatu, ca ti carrìa in paradisu…»

Tore era un picciotto figlio di una famiglia di pescatori, biondo con gli occhi azzurri, fisico asciutto e nervoso, discendente diretto dei normanni che per circa un secolo hanno dominato in questo tratto della Sicilia. Ancora a distanza di mille anni ci sono tracce degli uomini del nord in questo tratto di costa, tracce indelebili insieme a tutte le meraviglie architettoniche dell’arte arabo-normanna. Ogni estate ci ritrovavamo insieme, e non c’era modo di separarci sino al giorno in cui dovevo tristemente ripartire per il continente. Provavo una grande ammirazione per lui, Tore sapeva tuffarsi di testa dal molo nello stretto spazio tra un peschereccio e l’altro o cavalcare un’onda con tale maestria da lasciare tutti senza fiato.

Caro Tore, l’onda «ca ti carria in paradiso» la cercai tutte le estati, ma tra le tante onde che ho incontrato nella mia vita non sono sicuro di averla ancora trovata. Tu invece sì, in un giorno d’inverno.

Siamo partiti dopo un giorno di riposo e svago nella bella Tropea con prua finalmente verso casa, iniziamo quindi l’ultima tappa di questo lungo viaggio di Stern attorno all’Italia. Le previsioni meteo per due giorni saranno ottime con alta pressione, venti a regime di brezza e mare calmo. Poi qualcosa cambierà ma è troppo presto per occuparmene. Adesso mi concentro come al solito sulla navigazione, la rotta, i turni, le pause mangerecce. Tutto scorre liscio, sembra di stare in paradiso, navighiamo nel silenzio su un mare calmo e mansueto, la costa che ci sfila sulla dritta è meravigliosa, prima la lunga spiaggia calabra tra Amantea e Scalea, poi il Cilento con Capo Palinuro, dopo aver lambito l’isola di Licosa entriamo nel monotono Golfo di Salerno

 

Sì, era proprio un giorno d’inverno a Natale, ero sceso in Sicilia con i miei per trascorrere le feste con i cari zii. Come sempre giocavo ogni giorno con Tore, ma era inverno e anche se avessimo voluto non avevamo il permesso per fare il bagno. Quindi correvamo felici per il paese antico inventandoci i giochi, ma l’attrazione per il mare rimaneva fortissima.

Un giorno mia sorella mi sveglia presto al mattino, «affacciati guarda che spettacolo…». Apro le persiane della mia stanza, mi investe il vento freddo, il mare è in burrasca, le onde frangono fino a largo, i colori si rincorrono insieme con le nuvole, si passa dal blu intenso e bianco a tutti i toni di grigio. Una burrasca d’inverno qui a Cefalù ha tinte fosche, drammatiche, gli spruzzi dei frangenti che flagellano la scogliera salgono alti, il molo antico dei pescatori che chiude la piccola insenatura del borgo medievale viene spesso sommerso dalle onde.

«Picciotti si aviti ficatu venite cu mia au bastione». Urla Tore a tutta la banda. Il bastione è un antico muraglione che si erge sul Capo Marchiafava, fondato sulle mura megalitiche dell’antica fortezza di Galfudi. È un luogo molto frequentato dai turisti per il panorama che si gode dall’alto, mentre in basso il luogo è piuttosto inquietante con una scogliera alta e tormentata, grigia, fatta di rocce taglienti, anfratti, piccoli canaloni, gole. Qui il mare non solo frange ma si infila in ogni anfratto, creando vortici, soffioni, spruzzi alti in un fragore assordante.

 

Sfioriamo la costiera amalfitana, quindi Capri la sera al tramonto, sole e luna si alternano con una sincronicità perfetta, avvistiamo dei delfini che ci vengono incontro, ci seguiranno per diverse miglia. Superata Capri in questa armonia perfetta, ci sentiamo a casa, mancano solo le ultime novanta miglia delle milleduecento complessive. Ma sento che il meteo sta cambiando, l’orizzonte è particolarmente nitido e la sera c’è meno umidità. Mi metto ad ascoltare il bollettino meteo ma non viene dato nessun avviso di burrasca, sono inquieto, come tutti i marinai prima dell’arrivo al porto di destinazione, temo possa accadere qualcosa. Ho paura di un’improvvisa e violenta maestralata, in estate succede e miete vittime.

Arriva la notte, forse l’ultima di navigazione, il mare è calmissimo, liscio, la luna fedele compagna di diversi giorni si specchia sull’acqua, il vento è completamente caduto. Siamo fermi in un silenzio assoluto, mi sento osservato, penso alle mie solite allucinazioni, ma questa volta avverto una sensazione di calore. Mi giro, un delfino nel silenzio ci sta seguendo, vedo la sua pinna immergersi e poi risalire in superficie, che sia l’angelo custode di Stern?

Il motore ha dato di nuovo problemi e preferisco accenderlo solo in caso di estrema necessità. Alla nostra destra il golfo di Napoli, si vedono bene le luci della città e più avanti sulla prua il faro di Punta Imperatore della verde Ischia, molte le navi che ci passano a distanza.

Non ho più voglia di ascoltare il meteo, di preoccuparmi, di pensare alla navigazione, mi affido all’istinto, all’osservazione di ciò che mi circonda, cercando di ascoltare ogni segnale di cambiamento.

 

«Amuninni picciotti!». Tore ci sprona a seguirlo, scendiamo per le viuzze del paese, il vento si incanala e soffia forte, mano a mano che ci avviciniamo al bastione sentiamo il fragore del mare crescere, è un suono che fa pensare al respiro di un drago, un soffio profondo, viscerale.

Siamo ai piedi dell’alto muraglione, rapidamente bagnati dagli spruzzi, le onde frangono con violenza e la schiuma riempe ogni anfratto, ogni gola tra gli scogli aguzzi. Il gioco consiste proprio in questo, dobbiamo spingerci più in avanti possibile aspettando il momento giusto tra una onda e l’altra e poi scappare in tempo per non essere risucchiati. Abbiamo tutti paura, il fragore è assordante, siamo bagnati, alcuni di noi già tremano dal freddo, non sentiamo più le nostre voci. Tore si spoglia per muoversi meglio e a piedi nudi inizia a giocare con l’inferno. Mi spoglio anch’io e lo seguo, gli altri ci guardano impietriti, schiacciati sulle mura del bastione.

 

Inizia a muoversi qualcosa adesso, un’onda lunga ci fa rollare dolcemente, la coperta è asciutta e non c’è brezza di terra. Sono dei segnali chiari che il Mistràl potrebbe entrare. Poco dopo arriva anche il vento fresco, profumato, in crescita. Sveglio i miei compagni, ci prepariamo al peggio, ammainiamo randa e la serriamo bene, il boma lo assicuriamo in coperta in modo che non sia pericoloso nelle rollate. Issiamo la tormentina, la vela da tempesta, dall’allegro colore arancione che, visto in mare, tanto allegro non è. Indossiamo il giubbotto di salvataggio con cintura di sicurezza, ci copriamo bene perché di notte con il Mistràl e per di più bagnati si sente molto freddo. Inizia a rinfrescare, dapprima 15 nodi, poi 20, quindi 25 ma so che salirà di più, il mare è in rapido aumento.

 

Tore aspetta che la risacca rifluisca tra le rocce e si fa avanti in uno stretto canalone, io lo seguo anche se sento che siamo ben oltre ogni limite di sicurezza, ci stiamo offrendo alle forze del mare, gli inferi si stanno spalancando, non abbiamo più alcun controllo. Arriva la prima onda, la vediamo gonfiarsi e diventare sempre più ripida finché la cresta precipita in un enorme frangente. Urlo a Tore di scappare, lui aspetta ancora un attimo quindi inizia a correre sulle rocce scivolose, inseguito dalla schiuma ribollente. Corriamo insieme con alle spalle il mostro d’acqua che riempe rapidamente il canalone. Abbiamo l’acqua già alle ginocchia che ancora ci spinge in avanti, ma tra poco inizierà il reflusso, il risucchio verso gli abissi.

Riusciamo ad arrampicarci di lato e toglierci dal flusso, vediamo la schiuma fluire indietro in mille vortici e mi rendo ancora più conto che sarebbe impossibile salvarsi se si rimanesse nella risacca.

 

Siamo arrivati a 30 nodi di vento reale, quindi percepiamo 36 nodi di vento apparente considerando la velocità di Stern. Siamo di bolina mure a sinistra, sto cercando un ridosso dietro Ischia ma mancano ancora 15 miglia. Siamo completamente bagnati e anche se siamo ad agosto fa freddo. I movimenti della barca sono violenti, scendiamo e saliamo dalle onde, spesso si alzano alti spruzzi che spazzano tutta la coperta. Nell’oscurità cerco di timonare al meglio, le creste bianche si vedono bene e risaltano sullo scuro del mare. Lo so, “Lei” sta arrivando e mi lascio andare, è inutile opporsi.

 

Tore mi fa cenno di riprovarci a giocare a rimpiattino con gli inferi. Ma non me la sento di superare di nuovo il confine dell’aldilà, il mare ci ha concesso di salvarci una volta, non lo farà una seconda. Urlo a Tore che per me il gioco finisce, è troppo pericoloso. Ci guardiamo negli occhi io sono deciso a tornare indietro, lui no, il mio sguardo è eloquente e anche il suo, inutile parlare mentre tremiamo dal freddo. Guardiamo entrambi le onde che si susseguono, quando dietro vediamo svettare un’onda alta e grande, una forma perfetta, illuminata da un raggio di sole che fora le nuvole. La cresta prende vita e inizia a frangere, ma non tutta perché è ancora lontana dagli scogli.

 

Ho gli occhi accecati dagli spruzzi, quando saliamo sulle onde vedo bene il faro di Ischia, nell’incavo vedo solo masse nere che ci vengono incontro con sopra bianchi frangenti, penso di avere un’altra allucinazione, riconosco nella notte illuminata dalla luna la forma perfetta, la cresta che sta per frangere ma ancora non del tutto, la stessa potenza, la stessa immagine di forza soprannaturale che trascende la nostra dimensione umana.

 

Tore mi guarda di nuovo poi scende nel canalone mentre io gli urlo di tornare indietro, la forma d’acqua perfetta si trasforma in un frangente mostruoso che ci investe, i flutti entrano con violenza nella gola, vedo Tore scomparire nella schiuma.

 

Vengo sbalzato dalla coperta, il frangente ci investe con una violenza tale che il mio corpo si trasforma in una piuma, ma la cintura regge. Stern per un interminabile istante è sommersa, poi risale. Nel frattempo abbiamo virato con la tormentina a collo, la barca si è messa alla cappa da sola. Siamo tutti a bordo, mi rimetto al timone, ma le mani mi tremano. Arranchiamo fino al primo ridosso, ci mettiamo all’ancora in una piccola baia, sentiamo il vento urlare e agitare le fronde degli alberi, ma il mare è calmo qui, i frangenti sono lontani dall’altra parte dell’isola.

Ci facciamo un caffè, ci cambiamo indossando qualcosa di asciutto, domani si torna a casa.

 

Tore non verrà più ritrovato, nonostante giorni e giorni di ricerca disperata il mare non restituirà il suo corpo.

Il drago adesso ha smesso di soffiare, sento i ciottoli freddi della via sotto i piedi scalzi, mi incammino verso il lungo viaggio.

(Illustrazione: “Avel” (part.) di Paola Tiribocchi)

 

 

 

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