Francesco Improta
A proposito di “Sesso e apocalisse a Istanbul”

Istanbul, sesso e crisi

Il nuovo romanzo di Giuseppe Conte è un apologo sul Novecento fallito dove gli unici "valori" rimasti in piedi sono quelli più estremi: dal piacere al radicalismo religioso. Fino alla sconfitta di sé

Il nuovo romanzo di Giuseppe Conte esercita, a mio avviso, una potente fascinazione sui lettori, esperti o sprovveduti che siano, per cui a lettura ultimata non si può non rimanere incantati e storditi al contempo. Procediamo, però, partendo dal titolo Sesso e apocalisse a Istanbul (Giunti editore, 2018), che già contiene in nuce tutti gli elementi fondamentali della vicenda.

Istanbul, città cerniera tra Europa e Asia, crogiuolo di religioni, di etnie e di culture diverse, è lo scenario che fa da sfondo a questa storia di amore e morte. È qui che Giona e Vero, i due protagonisti, si recano con voli diversi, usando un minimo di cautela, per vivere liberamente la loro passione senza infingimenti e ipocrisie; ed è qui che incontrano Jacopo Lavagna, il giovane che da non molto ha scoperto la faccia più oscura dell’Islam e vi si è ag­grappato per dimenticare la sua infanzia, piena di dolori e umiliazioni. Desideroso di vendetta e in cerca di una perduta purezza è disposto anche al martirio, ha scelto, quindi, di chiamarsi Yunus e di arruolarsi nell’esercito dell’Isis, come tanti altri giovani che si riuniscono alla spicciolata a Istanbul per raggiungere la vicina Siria. A un certo punto si legge: «La Siria è in fiamme, il Califfato alza le sue bandiere nere ogni giorno su una città in più… da qui passa tutto. Le armi per i ribelli contro Assad, le armi per i soldati che gli sono rimasti fedeli, quelle per i curdi e quelle per i combattenti del Califfato. […] Qui si incrociano uomini di diversi servizi segreti. […] C’è un gran via vai, a Istanbul». E in un altro passo «… è un paese sconvolto da manifestazioni di protesta, atti di terrorismo, violenze religiose dove nessuna prudenza è troppa».

In questo modo la cronaca degli ultimi anni irrompe con forza nel romanzo, intrecciandosi alle vicende personali dei protagonisti e creando un senso di sgomento e di paura anche perché due scrittori, uno turco l’altro marocchino, che Giona aveva incontrato appena sbarcato a Istanbul prima dell’arrivo di Vero, vengono trovati morti e, dietro un cespuglio, in un parco pubblico viene rinvenuto il cadavere di Akif, un tipo losco, un procacciatore di sesso a pagamento, che aveva contattato i tre amici quella stessa sera per offrire loro due ore di piacevole svago. La storia si tinge di giallo e un ispettore di polizia comincia le sue indagini. La ragazza che Akif il “magnaccia” manda in albergo a Giona è originaria di San Pietroburgo, ed è una delle tante ragazze dell’Est la cui diaspora è iniziata dopo il crollo dell’Unione Sovietica e non è ancora terminata. Tutto ciò induce Giona a una serie di con­siderazioni sui danni procurati dagli ismi del Novecento, fascismo, capitalismo e comunismo, anche se nei confronti di quest’ultimo si mostra un po’ più indulgente non solo perché i Russi sotto il regime sovietico pur essendo poveri avevano quella dignità che oggi hanno smarrito senza che siano migliorate le condizioni economiche della maggior parte di loro ma anche perché il comunismo aveva affascinato alcuni grandi poeti d’amore del secolo scorso: Hikmet; Neruda; Aragon; Eluard e Brecht con i quali Giona da buon intenditore è in sintonia, almeno sul versante poetico.

L’altro elemento del titolo è il sesso che, declinato in tutte le sue forme e manifestazioni, occupa un posto di rilievo nel romanzo. È il sesso che scandisce le giornate di Giona e di Vero; un sesso senza limiti e inibizioni che riempie il loro tempo e nutre le loro fantasie e che non esclude né l’autoerotismo, né il voyeurismo gli unici ismi in cui crede ormai Giona che pure da bambino era stato cattolico senza chiedersi perché e percome. Un sesso compulsivo, trasgressivo e ossessivo, che nato all’interno della libreria di cui Giona era proprietario a Genova, tra gli scaffali da cui occhieggiavano silenti e complici le eroine di tante storie d’amore da Emma Bovary ad Anna Karenina a Connie Chatterley, hanno continuato a praticare furtivamente in quanto Vero, discendente di una ricca famiglia di armatori genovesi, è la moglie di un politico influente. Il soggiorno a Istanbul, quindi, può aprire, lontano da sguardi indiscreti, enormi praterie alle galoppate delle loro fantasie erotiche. E il ragazzo che incontrano per caso può rap­presentare e diventare lo Sconosciuto su cui da tempo Vero fantasticava e che la spingeva sempre al fondo di cunicoli contorti dell’eros, fantasia quest’ultima che nata come un gioco è diventata un’ossessione monomaniaca a cui lo stesso Giona ha dovuto piegarsi per quella sua propensione all’ubbidienza e alla sottomissione confermate dal suo stesso nome (cfr. il profeta Giona) e dall’omonimo libro di Houellebecq, citato nel romanzo come ultimo libro venduto da Giona prima di chiudere definitivamente la propria libreria, ormai sommersa dai debiti.

Anche l’omosessualità nel romanzo ha un suo spazio e un suo cultore appassionato: Giuseppe Maria Rizzi, compagno di scuola di Giona e suo carissimo amico, da sempre gay dichiarato e convinto. Elegante e raffinato nei modi e nell’abbigliamento, si era laureato in lingua e letteratura francese e dopo un breve periodo di insegnamento – aveva scritto un saggio su Verlaine e Rimbaud in cui, però, si era interessato più della loro omosessualità che della loro poesia –, trasferitosi a Roma presso il Ministero degli Esteri aveva fatto del cazzo la sua religione andando in cerca, ogni notte, in tutti gli ambienti anche i più squallidi e malfamati, del Megadick che ai suoi occhi di sacerdote del sesso appariva come il Santo Graal. Ora Giuseppe Rizzi è l’irreprensibile direttore dell’Istituto di cultura italiana a Istanbul.

Questa orgia di sesso non deve e non può meravigliarci se pensiamo al contesto in cui viviamo, alla crisi di enormi proporzioni che ha inghiottito speranze e illusioni, ideologie e valori, patrimoni e famiglie. Non è un caso che sia la famiglia borghese, cui appartiene Giona, sia quella proletaria di Jacopo-Yunus – il padre era un camallo del porto di Genova – si sono miseramente sfasciate e anche quella di Vero, a cui non mancano ricchezza e potere, non naviga in acque tranquille – Vero è una moglie insoddisfatta e non solo sessualmente e il senatore suo marito è un uomo corrotto, coinvolto in uno scandalo di tangenti. Ed è in questi periodi, in cui il pessimismo della ragione finisce col soffocare anche l’ottimismo della volontà, con buona pace di Gramsci, in cui delusione e scoramento occupano la nostra mente, in cui il presente è instabile e precario e il futuro incerto e nebuloso, che il sesso diventa, come si legge nel libro, una scialuppa di salvataggio. L’uomo, ieri come oggi, in situazioni così critiche per sentirsi vivo si abbarbica alla propria istintualità, alla visceralità e quindi al sesso che è tra gli istinti primari dell’uomo. Non è un caso che il mito di Casanova sia nato in un momento di profonda decadenza della Repubblica veneta e che il giovane Foscolo, iniziato ai piaceri di Eros da Isabella Teotochi Albrizzi, abbia praticato sesso e letteratura con lo stesso zelo, prima di raggiungere l’amaro disincanto e il sorriso ironico di Didimo Chierico. Lo stesso discorso vale per la Repubblica di Weimar, quando una crisi economica di spaventose proporzioni aveva completamente svalutato il denaro – si andava a fare la spesa al mercato con carriole piene di banconote – e l’orizzonte politico si presentava sempre più minaccioso, per reazione, amori senza domani si consumavano sempre più di frequente su giacigli improvvisati.

L’ultimo elemento del titolo è l’apocalisse nella duplice accezione di catastrofe che credo non abbia bisogno di ulteriori chiarimenti, dato il clima di violenza, di terrore e di morte, in cui è calato il romanzo e di rivelazione. A tal proposito mi sembra opportuno accennare alle due epigrafi in esergo; la seconda, tratta da D. H. Lawrence, recita testualmente così: «Il nostro tempo è essenzialmente tragico, quindi ci rifiutiamo di prenderlo tragicamente». Non a caso nel romanzo si legge: «Più i tempi sono tragici, più viene voglia di ridere». E poco dopo: «La tragedia fa paura, non è più per noi. Ha da fare con la morte, col mistero, col sacro». […] «Tragedia per l’uomo d’oggi è la sconfitta della propria squadra del cuore, un piatto di pasta scotta…». L’altra epigrafe, tratta da Rimbaud suona Io è un altro e l’autore sente il bisogno di chiarire che non si tratta di una semplice citazione ma di una chiave d’interpretazione fondamentale per comprendere il senso del romanzo in quanto chi l’ha scritto è un altro rispetto a chi lo ha firmato. Nell’avvertenza al lettore, ricorrendo a un escamotage che ha precedenti illustri (Cervantes, Scott, Manzoni etc.), Giuseppe Conte sostiene di essersi limitato a tradurre e a pubblicare queste pagine e annuncia che probabilmente tutti noi siamo altri senza saperlo, perché non si è mai presentata l’occasione di estrinsecare il nostro io segreto. In questo romanzo quasi tutti i personaggi hanno questa opportunità di far emergere dal profondo questo altro io, basti pensare a Rizzi che dopo tante incursioni notturne alla ricerca suprema del piacere carnale si accorge di essersi innamorato di un giovane sacerdote e professa una fedeltà che gli era sempre stata estranea oppure al protagonista Giona che da codardo qual era nel precipitare degli eventi ritrova un coraggio che non sapeva di possedere e la sua storia s’intreccia a doppio filo con quella di Jacopo-Yunus, che a ben guardare è figura speculare in quanto ne condivide il nome (Yunus=Giona) e lo stesso desiderio di purezza e di sacrificio fino al martirio.

A tutto ciò si aggiungano l’amore dell’autore per la letteratura e per la musica Jazz, di cui, all’interno del romanzo, si rilevano tracce ben visibili (Chet Baker; Charlie Parker e soprattutto Stan Gets), e una scrittura, come sempre, chiara, limpida e incisiva che si avvale di un linguaggio esplicito e diretto, sia nel rappresentare la ricerca del piacere e della libertà sia nel descrivere le cause più profonde e gli esiti più cruenti del fanatismo islamico. Un romanzo, insomma, piacevole e intrigante, dal ritmo serrato e incalzante che si può leggere tutto di un fiato, anche se non mancano spazi e interstizi, in cui il lettore ha la possibilità di fermarsi a riflettere e di apprezzare ancora di più la narrazione.

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