Francesco Improta
A proposito di “Sacramerica”

Scrivere o vivere?

Angelo Cannavacciuolo, raccontando l'esperienza di un narratore che cerca di riconquistare la vita, affronta il tema dei temi della narrativa di sempre: chi vive non scrive o che scrive chi non vive?

Personalità poliedrica e versatile, Angelo Cannavacciuolo ha esor­dito come attore nel lontano 1981 nello splendido film di Salvatore Piscicelli, Le occasioni di Rosa, in cui debuttò anche Marina Suma che fu sua compagna nella vita per quasi un decennio. L’anno dopo, passò al genere brillante interpretando per i fratelli Vanzina Sapore di mare, il primo cinecocomero italiano, e successi­vamente il sequel Sapore di mare 2. Dopo altre esperienze attoriali, nel 1993 si spostò dietro la cinepresa per girare Malesh; lavorò anche a reportage e documentari televisivi e nel 1999 approdò alla narrativa con I guardiani delle nuvole, traportato sul grande schermo da Luciano Odorisio nel 2004.

Queste sono, però, informazioni che si possono reperire facilmente in rete, perciò sorvoliamo e soffer­miamoci su quella che potrebbe sembrare una semplice curiosità, ma che ha una sua precisa valenza. Da un romanzo all’altro è trascorso sempre un lasso di tempo di tre anni. Il secondo romanzo Il soffio delle fate è uscito nel 2002, e da esso è stata tratta un’opera lirica con la musica del maestro Filippo Zigante e libretto scritto dallo stesso Cannavacciuolo, il terzo Acque basse nel 2005, il quarto Le cose accadono nel 2008. Da allora sono trascorsi 10 anni, prima che venisse pubblicato Sacramerica, il romanzo appena mandato in libreria dalla casa editrice Ad Est dell’equatore (375 pagine, 18 euro). Sarebbe inte­res­sante capire il perché di questo insolito ritardo o prolungata pausa. Ebbene, la causa è da rintracciare nel conflitto scrittura/vita che è uno dei motivi principali di questo romanzo.

Nanni Giuffrida, il protagonista di Sacramerica, è uno scrittore in crisi d’identità. Pur avendo raggiunto una certa notorietà in campo letterario, si rende conto di aver rinunciato, in nome dell’Arte, ad un amore, a una famiglia, a dei figli, in poche parole a una vita normale. Decide, allora, di sopprimere lo scrittore che gli aveva prosciugato tutte le energie psicofisiche e di far emergere l’uomo che fino ad allora era stato completamente sacrificato. Contribuiscono a questa sua radicale decisione la morte del padre, rievocato amorevolmente «avvolto nel suo cappotto di cammello seduto su una panchina della villa comunale con lo sguardo fisso nel vuoto» della cui solitudine si sente in gran parte responsabile, e un’avversione sempre più inguaribile nei confronti del mondo letterario, della fiera dei premi letterari e delle vacue polemiche fra critici e scrittori, rosi dall’invidia e dalla gelosia. A ciò si aggiunga, in un mondo in cui tutti cercano di apparire, il suo desiderio di nascondersi, di rendersi invisibile.

Si trasferisce in California, sulle tracce di una donna, Barbara Burns, che aveva conosciuto di sfuggita a Roma, dopo la presentazione del suo ultimo libro, e che lo aveva particolarmente colpito. Anche Barbara, la protagonista femminile (otre che Musa e dedicataria), è una donna in fuga da se stessa e dalla vita che non è stata generosa con lei, fin dalla prima infanzia. Violenze, lutti, privazioni, fallimenti sen­ti­mentali hanno scandito le tappe della sua esistenza senza però che Bar­bara abbia perso la voglia di vivere o quel suo sorriso folgorante, capace d’illuminare la notte più buia. Nasce tra lei e Nanni un’intensa, travolgente storia d’amore. La vicenda si svolge tra la California e il Messico, dove Giuffrida incontra il professor Malcelati, a capo di una delegazione di scrittori italiani, per sottoporgli il romanzo autobiografico di Barbara, Skin of snake, che negli USA aveva già vinto un prestigioso premio, ma che all’estero ancora nessuno conosce.

Quella tra visibilità e invisibilità, però, non è l’unica contrapposizione presente nel romanzo; non a caso la figura retorica dominante è l’antitesi. Al di là, infatti, delle contrapposizioni ideologiche o filosofiche tra assolutismo e rela­tivismo; repubblicani e democratici; tradizione e modernità; ci sono quelle più specificamente esistenziali o etiche tra attivismo e rasse­gnazione; tra peccato e redenzione e infine quella più ampia e comprensiva tra Stati Uniti e Messico, la faccia triste dell’America come recita la canzone di Paolo Conte, non a caso citata nel romanzo, Messico e nuvole. Né va dimenticata l’antitesi tra Il caso e la necessità per citare il titolo del più famoso libro di Jacques Monod.

Fra le altre tematiche che si riscontrano nel romanzo bisogna accennare alla pedofilia, abbastanza diffusa nella società americana, in certi ambienti ricchi e influenti, e il problema degli immigrati che costituisce la cattiva coscienza della opulenta società californiana. Si accenna alle ronde armate che pattugliano i confini (con evidente allusione al muro della vergogna che Trump vuole costruire al confine con il Messico) e per contrasto ai bulimici appetiti sessuali delle matrone ingioiellate della Coachella Valley che coltivano il mito dell’eterna giovinezza e che dissipano interi patrimoni in centri di benessere e di chirurgia plastica.

Il romanzo, però, è soprattutto una grande storia d’amore che parla di sogni e di incubi, di ribellioni e di rassegnazione, di aspettative e di delusioni, di luci e di ombre. Una passione destinata a durare nel tempo al di là e al di sopra del caso e della necessità.

Romanzo decisamente autobiografico con note esplicite (la copertina di Le cose accadono e i nomi di alcuni personaggi) e precisi richiami ai romanzi precedenti: i vincoli familiari molto forti e il desiderio di paternità, che qui trova appagamento, sia pure per interposta persona. Intorno ai tre personaggi principali si muovono tante altre figure con i loro problemi, speranze e delusioni. Attori, scrittori, facoltose milionarie, avanti negli anni, che coltivano il mito dell’eterna giovinezza. Sullo sfondo l’ombra del mitico subcomandante Marcos, uno dei capi dello zapatismo; mentre alle ville sfarzose, dotate di ogni confort, ma fredde e asettiche di Palm Springs e dintorni si alternano le architetture coloniali e spagnoleggianti, dai colori accesi e dai sapori forti, di San Cristobal de Las Casas.

Alla base di Sacramerica c’è, come abbiamo già accennato, l’annosa questione sull’incom­patibilità vita/scrittura. Si dice, infatti, che chi vive non scrive o che scrive chi non vive. Non è un caso che Montale affermava di aver vissuto solo al 5% e Biamonti addirittura al 3%. A livello più specificamente narrato­logico si apprezzano la mescolanza e la rivisitazione dei generi: dal sentimentale al drammatico, dal politico al sociale con qualche sfumatura noir. L’inizio della seconda parte è, addirittura, un road romance, che non ha come sfondo gli scenari apocalittici di Cormac McCarthy, né gli orizzonti di libertà di Kerouac o di Hopper, ma la California dei ricchi borghesi e dei nuovi produttori di vino. Anche il doppio punto di vista del narratore etero­diegetico e del professore uni­versitario omodiegetico è decisamente efficace e convincente; così come gli inserti poetici o musicali. Penso in particolare al tango di Piazzolla che i due protagonisti ballano in piazza tra gli sguardi ammirati di Malcelati e di tutti gli astanti: una danza sensuale e malinconica non ci dimentichiamo che il tango è stato definito un pensiero triste che balla e questa scena ci richiama alla mente l’esordio narrativo di Angelo I guardiani delle nuvole a conferma, ancora una volta, di alcune tematiche che attraversano tutti i suoi romanzi.

Una storia avvolgente e coinvolgente, dal finale imprevedibile, di grande impatto e suggestione che inchioda il lettore sulla poltrona, a ciò si aggiun­gano i dialoghi serrati ed incisivi, la descrizione sofferta e detta­gliata della discesa agli Inferi di Barbara, la protagonista femminile, e l’abilità con cui Angelo Cannavacciuolo riesce a riprendere i molteplici fili della narrazione senza che nulla venga trascurato o disperso. Lo stile è abbastanza ricercato ed icastico soprattutto nelle descrizioni, alcune delle quali, vivide e colorite, riescono a trasmettere odori e sapori ai lettori e ai personaggi, come quell’odore di zenzero e vaniglia che il professor Malcelati (io narrante) crede di sentire in una Roma battuta dalla pioggia e spazzata dal vento a distanza di qualche anno dal suo rientro in Italia.

Non è un romanzo quello che ha scritto Angelo Cannavacciuolo, ma il romanzo; una specie di summa ideologica, filosofica, politica e letteraria della sua produzione.

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