Pier Mario Fasanotti
Il premio del gruppo Mauri Spagnol

Il rodeo degli esordienti

Qual è la chimera dello scrittore alle prime armi? Bucare la resistenza degli editor a leggere gli sconosciuti. L'unico mezzo valido sono i premi. Per esempio, ce n'è uno nel quale i concorrenti fanno anche i giudici...

Lo sanno tutti, o quasi: se non si è già famosi o, peggio, se si è esordienti, veder pubblicato il proprio libro è impresa estremamente difficile. Talvolta si vengono a sapere notizie che hanno una sorta di sapore romantico e queste dovrebbero erodere un po’ la diffusa sfiducia verso la macchina editoriale italiana. Tempo fa ho letto su un giornale che una giovane donna americana ha proposto online il suo romanzo. Dopo migliaia e migliaia di “visitazioni”, un editore ha deciso di trasformare l’opera in un libro cartaceo, che è poi il punto terminale dei nostri sogni. Ebbene, in poche settimane quel romanzo ha scalato la vetta dei libri più venduti. È una favola buona, un evento felice in un paese che si dice ancora «terra delle grandi opportunità».

Ma questa storia, se non ha il sapore della favola, certamente ha tutti i connotati dell’eccezione. Non facciamoci illusioni, quindi. Non bisogna mai dimenticare, dinanzi a implacabili ottimisti che la fanno troppo facile con gli incoraggiamenti, i dolorosi no che hanno intristito la vita di grandi romanzieri. Qualche esempio. Nel 1893 Federico De Roberto pubblica, dal piccolo editore Galli di Milano, il suo capolavoro, I viceré. Un flop commerciale. Anni dopo sarà stroncato da Benedetto Croce, peraltro colpevole di alcuni e forti abbagli. Alla fine degli anni Settanta (del’900, ovviamente) la Einaudi lo ripropone al pubblico italiano. Un grande successo. Una delle menti più fini della letteratura, Leonardo Sciascia, scriverà che I viceré è il miglior romanzo dopo I promessi sposi. Pensiamo anche alla noia imputata a Marcel Proust, “colpevole” di impiegare una ventina di pagine alla difficoltà di prender sonno dell’io narrante. Samuel Beckett, premio Nobel nel 1969, ebbe ai suoi esordi oltre 40 no dagli editori. Si potrebbe continuare, e di molto, in questa lista che per molti risulta consolatoria.

Il cammino di chi dedica centinaia di ore serali (sacrificando il tempo libero dopo il lavoro e la famiglia) alla scrittura di un romanzo è faticoso. Come fare un discorso a un balcone sotto il quale non c’è nessuno. La tentazione di ricorrere a pseudo-editori è forte. Questi o ti propongono un numero limitato di copie cartacee, ma a pagamento, oppure ti aprono la strada, si fa per dire, alla distribuzione online. E poi? Dopo qualche ora di entusiasmo, ci si accorge che si è navigatori nel mare magnum del nulla. Qualcuno obietta: vedrai che editori di pregio se ne accorgono e ti faranno firmare un contratto. È una chimera. Gli editor delle case editrici praticamente ignorano questo tipo di offerta. I più dicono di non aver tempo. Mica siamo in America, perbacco, altro che scouting! C’è poi sempre un amico più informato di te che ti racconta di un caso vero. Quello di uno scrittore, oggi molto noto, che propose il suo primo romanzo a cinque editori mandando il suo manoscritto. Uno di questi disse prontamente di sì. Evviva? Senza dubbio per lui, solo per lui. C’è da sperare, allora? Mica tanto, visto che – informa l’amico che sa – l’autore infilò nelle buste una lettera di raccomandazione redatta all’uopo da un famoso e influente politico.

Ma è sempre stato così, scuotono il capo gli scettici. Che fare, quindi? Ci si informa e si scopre che in Italia ci sono i premi, per favorire chi non ha santi in paradiso.

A voler rendere meno aspro e deludente il cammino verso la pubblicazione, in Italia ci sono tre premi importanti e seri. Il “Calvino”, destinato ai giovani, il “Premio Neri Pozza” (che è anche il più ricco: al primo classificato vanno 25mila euro, oltre la pubblicazione, ovviamente) e quel torneo che fa capo al gruppo editoriale Mauri Spagnol, ossia un insieme di sigle che va da Guanda a Salani, da Garzanti a Longanesi, fino a comprendere la Tea, ossia i tascabili. Ogni genere è ammesso, anche i gialli, i noir, i racconti o romanzi per ragazzi, le storie d’amore (quelle non mancano mai), eccetera. Funziona dal 2005. L’adesione continua a crescere. Entro il 26 marzo di quest’anno, gli aspiranti autori (dai 16 anni in su) devono inviare via mail l’incipit della propria opera, all’incirca di 5000 battute (più o meno due cartelle e mezza). Occorre naturalmente andare, tramite Google, al sito “Io scrittore” per verificare la normativa interna e la sequela delle tappe. Obbligatorio compilare il modulo di adesione.

Dopo alcuni giorni il partecipante si trova nella “sua” pagina dieci incipit di altrettanti concorrenti, dei quali conosce sono lo pseudonimo. Guai a sapere il nome vero: c’è rischio vendetta o dispetto. Da scrittore precario si trasforma insomma in lettore e critico, ossia deve vagliare attentamente quel che vede nello schermo obbedendo alla griglia che potremmo definire valutativa. In altre parole il gruppo Mauri Spagnol (noto anche come Gems, il terzo dopo Mondadori-Rizzoli e Giunti) suggerisce il modo con cui esternare la critica. Qualche esempio: le prime dieci righe sono fiacche perché non catturano subito l’attenzione del lettore; è troppo evidente la cosiddetta mano femminile, magari perché lo stile è sdolcinato.

E poi? Lo abbiamo chiesto all’organizzatrice di questo rodeo, Lucia Tomelleri. Ci ha spiegato che la prima valutazione avviene in occasione del salone del libro di Torino. Gli incipit selezionati dai lettori/critici sono all’incirca 300. La fase seguente è la lettura del romanzo intero. Ammettiamolo: una faticaccia per i cavalli in corsa. «Siamo arrivati – precisa Lucia Tomelleri – a 23mila iscritti, a partire dal 2005, anno di nascita del premio. Il nostro intento è rendere lettore colui chi scrive». E ha perfettamente ragione: nel nostro Paese sono tantissimi quelli che si mettono a scrivere l’opera della propria vita dopo aver fortemente trascurato la lettura; una forma di presunzione inammissibile. Se uno visita il sito di “Io scrittore” può sapere chi ha vinto nelle passate edizioni. I generi sono vari. Un’autrice, ora nella scuderia Salani, ha avuto traduzioni per il mercato estero. Si è piazzata bene una giovane donna che ha creato la figura di un detective.

All’organizzatrice abbiamo contestato una sua convinzione, ossia che in Italia si pubblica facilmente grazie (o solo) a una raccomandazione importante. «No – ha ribadito – questa è una favola». Ma, signora, lei è proprio sicura? Risposta: «Certo che sì, anche se ammetto che in alcuni casi ci sono state distrazioni da parte di certi editori». Vabbè, chiamiamola distrazione il no sbattuto in faccia, dalla Mondadori e dalla Einaudi, a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore di un capolavoro del ‘900 quale Il gattopardo. Ci pensò a pubblicarlo Giorgio Bassani, che lavorava come editor alla Feltrinelli. Quando uscì il romanzo, l’autore era morto. È triste, ma è così.

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