Massimo Morasca
Diario di bordo /5

Ocean dreams

Camminavo sulla spiaggia bianca, e mi piaceva sentire il monsone che mi sferzava il viso e l’incessante fragore dell’oceano che rompeva sulla battigia dove migliaia di granchi sembravano giocare con la risaccca. Era una visione primordiale – che anno era, quanto tempo era passato dalla Creazione? – tutto sembrava eterno e immutabile… Io ero solo, mi ero allontanato dai miei che stavano mangiando vicino alle jeep, nel piccolo accampamento sapientemente preparato. Stavamo facendo una gita di qualche giorno nei dintorni di Chisimaio, nella Somalia del sud. Avevamo viaggiato per due giorni dall’interno verso l’Oceano Indiano, un’interminabile salire e scendere di dune di sabbia rossa, in un caldo soffocante. La piccola carovana era formata da due vecchie Jeep e un Land Rover un po’ sgangherato, avevamo viaggiato senza fretta fermandoci ogni tanto e stando attenti agli insabbiamenti sempre in agguato a ogni curva. Il viaggio era stato piacevole e scomodo allo stesso tempo, faceva molto caldo ed eravamo costantemente ricoperti di sudore nei vestiti leggeri. Dopo ogni duna ci aspettava il mare, l’immenso Oceano. Avevamo atteso quella vista per ore e ore.

L’autista si chiamava Gureh ed era ormai diventato per me una persona di famiglia, gli volevo bene e lui ne voleva a me, spesso mi raccontava storie delle sue genti, miti e leggende che si confondevano con la realtà. Era impossibile quanto inutile capire nei suoi racconti dove fosse collocato esattamente il reale rispetto al mito, perché tutto si mischiava, si confondeva in quello che poi sarebbe stato il cuore del racconto. Anche lui aveva caldo ma era abituato a quel clima e si teneva ben coperto bevendo poco alla volta un po’ di tè speziato che ovviamente, curioso com’ero, gli chiesi di assaggiare. Il risultato fu che rimasi a occhi aperti per due notti consecutive in preda a uno stato di eccitazione vigile: era come se dovessi stare continuamente attento, notte e giorno, alla realtà che mi circondava.

Mentre guidava attraverso quel breve tratto di deserto, Gureh mi raccontò che suo padre era un beduino ed era riuscito a comprarsi un buon numero di capi di bestiame anche attraverso le doti delle sue quattro mogli. Era vissuto sempre all’interno facendo il pastore, senza mai aver potuto vedere l’Oceano, dal quale però era inspiegabilmente attratto tanto da sognarlo spesso e avvertirne il profumo portato dal monsone anche a distanza di molte miglia.

Erano passati così molti anni e il papà di Gureh si era fatto vecchio, nei suoi occhi brillava sempre l’anelito al mare per cui prima di morire chiese al figlio di portarlo su una spiaggia, qualunque essa fosse, in modo da chiudere gli occhi solo dopo aver visto l’immenso blu. E così fece il bravo Gureh, caricò su una Jeep il vecchio e iniziò il viaggio, lo stesso che stavamo facendo noi adesso. Molte furono le dune da superare e molte le difficoltà, e a un certo punto il padre, ormai molto provato, disse: «Ecco il mio cammino è finito, dietro quella duna».

Poco dopo, preceduto dal fresco vento e da un profumo di fiori di miglia e miglia lontani, apparve l’Oceano, di un blu intenso puntinato dalle creste bianche sollevate dal forte monsone, una vista che lasciava senza fiato dopo quel lungo cammino. Il padre di Gureh fece i suoi ultimi passi quindi si accasciò sulla rossa sabbia, con gli occhi felici si rivolse al figlio che lo teneva tra le braccia: «È proprio come l’ho sempre sognato, un infinito gregge di armenti bianchi che corre al galoppo nell’universo».

***

La spiaggia sulla quale adesso eravamo era deserta e sconfinata, non riuscivo a contenere il mio entusiasmo, e iniziai a camminare assorto, come in meditazione, in quel mondo perfetto che mi circondava. Ascoltavo e ascoltavo l’eterna risacca, e alla fine mi accorsi che ormai il piccolo accampamento non si vedeva più. Mi sdraiai sulla sabbia, allargai le braccia con il palmo delle mani rivolte al cielo, chiusi gli occhi e mi addormentai in un sonno profondo.

Mi comparve in sogno un carangide, un grande pesce superbo nuotatore dal manto argenteo, entrai in acqua, la corrente mi portò lontano senza sforzo, io lo seguivo e lui si voltava ogni tanto per aspettarmi. Attraversammo abissi oscuri dove comparivano ogni tanto luminose creature, e poi ritornammo in superficie giocando tra le onde. Mi spiegò il vento, le maree e le correnti, e poi le onde oceaniche maestose, i frangenti potenti capaci di affondare le navi e poi ancora i misteriosi gorghi e la calma superficie in bonaccia. Ci inabissammo di nuovo e lo persi.

Mi ritrovai solo nell’oscurità e nel silenzio, non si percepiva alcun movimento, rimasi immobile, arrivò una corrente impetuosa e fredda che divenne sempre più intensa, mi trascinava e io mi lasciai andare. Ben presto altre creature marine mi raggiunsero e procedemmo in questo modo per miglia e miglia.

Improvvisamente la corrente finì e tutti i miei compagni di viaggio si dispersero. Dagli abissi comparve una luce via via sempre più intensa, iniziai a scendere sempre più giù, il punto di non ritorno era lì a pochi metri ormai. Dei colpetti decisi sulla schiena mi riportarono verso la superficie, la creatura argentea mi aveva ritrovato e mi spingeva verso la salvezza.

Mi svegliai, piccoli granchietti rosa mi solleticavano i piedi, non era passato molto tempo perché il sole doveva ancora tramontare, mi incamminai per tornare indietro, verso i miei. Nella risacca vidi il manto brillante di un grande pesce, fu un breve istante, presto scomparve tra le ripide creste.

(Illustrazione: “Ocean Dreams” di Paola Tiribocchi)

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