Raoul Precht
Periscopio (globale)

L’etica di Tecchi

Romanziere di grande spessore morale, germanista illustre, amico e sostenitore di Carlo Emilio Gadda: perché il mondo letterario italiano ha dimenticato Bonaventura Tecchi (a cinquant'anni dalla morte)?

In un paese dalla memoria corta come il nostro ci sono numerosissime figure di studiosi e scrittori, talora anche molto noti e influenti in vita, di cui a pochi decenni dalla scomparsa non si parla più, quasi che il loro contributo in campo letterario o accademico sia stato del tutto inconsistente o possa essere tranquillamente ignorato. È quanto sembra stia accadendo, tra gli altri, anche a Bonaventura Tecchi, uno dei padri della germanistica italiana. Per fare solo qualche altro nome, parliamo della generazione dei Mittner, Pocar, Amoretti e Vincenti. A cinquant’anni dalla morte, avvenuta a Roma il 30 marzo del 1968, sono pochissimi i riferimenti tanto al Tecchi germanista quanto al Tecchi scrittore, e in particolare romanziere.

Eppure, se non altro per la sua complessità la figura di Tecchi merita davvero di essere ricordata. Quando nel 1959 pubblica il suo romanzo principale, Gli egoisti, con il quale vince fra l’altro i premi Bancarella e Bagutta d’argento, ha già alle spalle una nutrita serie di pubblicazioni, fra cui altri romanzi, raccolte di racconti e prose varie e importanti traduzioni e saggi (Wackenroder, Scrittori tedeschi del Novecento, Carossa, Sette liriche di Goethe, L’arte di Thomas Mann, Romantici tedeschi). Negli anni successivi seguiranno altri contributi critici su E.T.A. Hoffmann, Mörike, Pirandello, ancora l’amato Goethe, mentre di recente sono usciti due epistolari, rispettivamente con Manara Valgimigli e Marino Moretti, che consentono di far luce su alcuni aspetti della cultura italiana dagli anni Trenta alla fine degli anni Sessanta.

“Metodico compositore di libri”, come ebbe a definirlo Giacomo Debenedetti, nei testi più brevi Tecchi disponeva di una scrittura molto vicina alla prosa d’arte; quanto ai romanzi, e fatte salve certe forzature o sviluppi meccanici dell’azione che dispiacquero ad alcuni critici dell’epoca, come ad esempio Paolo Milano e Giorgio Pullini, prevalgono sicuramente l’ispirazione cristiana e le preoccupazioni etiche, con una forte presenza della malvagità e dell’aspetto demoniaco (tanto da prefigurare per certi versi l’opera di scrittori cattolici successivi come Mario Pomilio), come pure s’impongono le figure femminili, quasi a voler sottolineare il retaggio velatamente autobiografico e romantico al quale Tecchi – che si diceva ossessionato dal tema della sensualità – sempre attinse nel delineare le proprie storie. L’attenzione alla caratterizzazione psicologica dei personaggi e l’insistenza sulle conseguenze spietate della solitudine umana rendono molti dei suoi romanzi ancora attuali.

Docente di letteratura tedesca prima a Padova, poi alla Sapienza, dopo un passaggio di lettorato all’estero (Brno e Bratislava), per anni direttore del Gabinetto Vieusseux e dell’Istituto di Studi germanici, Tecchi era nato a Bagnoregio, e non a caso fu anche, e sempre, scrittore sensibilissimo ai paesaggi, rievocando in numerose occasioni i calanchi (qui detti anche “scrimi”), il tufo e le crete, le gole e le forre di quella zona del viterbese, dove i fenomeni tellurici si sono susseguiti nei millenni dando luogo a profondissime fratture di cui oggi riscontriamo e visitiamo le imponenti e suggestive cicatrici.

L’intensità della scrittura di Tecchi è debitrice anche dell’impatto dei due conflitti bellici del Novecento; va segnalato in particolare un suo libro del 1945, dal titolo L’isola appassionata, in cui confluisce l’esperienza esistenziale fatta come addetto alla censura delle lettere dei militari in Sicilia. Nato come reazione alla diffidenza per una popolazione che non capiva e al fastidio per un incarico che dovette sembrargli anche moralmente discutibile, il libro trascende tutti questi impedimenti e rappresenta un buon esempio del procedimento compositivo e degli interessi umani di Tecchi, che vi coniuga la sua passione per la germanistica e soprattutto per Goethe (del quale evoca il viaggio in Sicilia e in particolare il passaggio per Palermo) con la meticolosa attenzione per il comportamento delle persone e la complessità insita in ogni essere umano.

L’altra esperienza davvero formativa risale alla prima guerra mondiale. Volontario a diciannove anni e inviato al fronte malgrado una forte miopia, Tecchi finisce ben presto prigioniero dei tedeschi, prima a Rastatt, nel Baden-Württemberg, poi nel campo di Cellelager, non lontano da Hannover. Sarà il periodo della prigionia, paradossalmente, quello in cui svilupperà – grazie a un libretto di Wackenroder che gli capita casualmente tra le mani, le Herzensergießungen eines kunstliebenden Klosterbruders (Effusioni di un monaco amante dell’arte) – quell’amore per la Germania e la letteratura tedesca che non l’avrebbe più abbandonato. A Cellelager sarà alloggiato in una baracca, la 15 C, destinata a diventare famosa e su cui, molti decenni dopo, Tecchi pubblicherà un libro-testimonianza attentamente distillato negli anni, secondo la convinzione che non ci si debba fidare dell’impressione immediata e che anzi la veridicità del ricordo debba essere vagliata a più riprese.

Dicevo che la baracca in questione acquisisce una certa notorietà nelle lettere italiane perché, oltre a Tecchi, ospitò altri due prigionieri illustri, Ugo Betti e Carlo Emilio Gadda. Il giovanissimo Tecchi resta ovviamente molto impressionato dai due, che ne condividono gli interessi e ai quali si lega malgrado certe differenze temperamentali. Per lui Gadda è “semplice ed insieme misterioso; cordiale, alla mano, partecipe alle vicende di tutti e insieme appartato; ingenuo fino alla credulità, eppure complicatissimo”. Nelle sue memorie l’alpino Gadda, di tre anni più anziano, definisce per converso Tecchi con una certa ironia “un signore del Lazio, al confine umbro: Bonaventura da Bagnorea”, giocando fra le righe con l’omonimia di Tecchi con San Bonaventura, l’altro illustre figlio di Bagnoregio, e ne magnifica con un pizzico di paternalismo, dall’alto della sua posizione e del grado di tenente, le doti di saldezza e maturità, così rare in un soldato tanto giovane.

In seguito, per l’ingegner Gadda, all’inizio abbastanza avulso dai meccanismi dell’ambiente culturale e accademico, Tecchi diventerà una sorta di tramite, di cinghia di trasmissione, per esempio con il gruppo di Solaria; non solo, ma l’ex commilitone sarà anche fra i finanziatori del primo libro di Gadda, La Madonna dei filosofi. Di questa strumentalità entrambi erano certamente a conoscenza e ne pativano; Gadda, che pur se ne giovava quale beneficiario netto, la visse con qualche scrupolo e un pizzico di cattiva coscienza se è vero, come fu riportato, che reagiva con grandi ambasce ogni qualvolta era “costretto” a recensire un libro di Tecchi; d’altra parte, va detto che queste critiche gli servivano per poter comparire, grazie alla maggiore notorietà del recensito, su quotidiani e riviste importanti. In realtà era infastidito dal fatto di non poter scrivere, essendo tributario per altri favori, quel che pensava davvero di Tecchi scrittore, che considerava convenzionale e superato. E certo va riconosciuto che in Tecchi lo psicologismo, l’insistenza sugli aspetti morali e quella che a Gadda appare come seriosità, per non parlare delle scelte lessicali ed espressive, avevano ben poco da spartire con la poetica dell’autore del Pasticciaccio brutto o della Cognizione del dolore.

Questa tra i due è insomma la storia di una simpatia e cordialità umana che non arriva mai a cementarsi in una vera amicizia, se si vuole di un’amicizia abortita; ma le descrizioni che Tecchi in Baracca 15 C e Gadda nelle Note autobiografiche lasciano l’uno dell’altro – veri ritratti degli artisti da giovani – restano entrambe godibilissime e dovrebbero indurre senz’altro a un approfondimento di entrambe le figure e dei loro intricati rapporti.