Marco Ferrari
Al Centro culturale italiano di Marsiglia

Italiani di Francia

Non solo Yves Montand o Lino Ventura: l'immigrazione italiana in Francia è stata anche lavoro e fatica. Lo racconta una bella mostra intitolata, appunto, “Ciao Italia!”

Per decenni la Francia ha rappresentato una destinazione privilegiata per l’emigrazione italiana, tanto che molte leggi “patriottiche” bloccavano l’accesso oltralpe. Considerati un po’ i vicini poveri, gli italiani hanno finito per fare la Francia. Questa racconta la mostra Ciao Italia! in corso sino 30 marzo all’Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia, un edificio emblematico dell’italianità della città mediterranea. La “Casa d’Italia” a Marsiglia fu costruita negli anni ’30 ed è sede del Consolato Generale d’Italia e dell’Istituto Italiano di Cultura. Il luogo è stato scelto dal Musée national de l’histoire de l’immigration di Parigi per presentare per la prima volta su scala nazionale la storia dell’immigrazione italiana in Francia. I curatori Stéphane Mourlane, Dominique Païni, Isabelle Renard hanno redatto sedici pannelli in cui viene illustrato l’itinerario geografico, socio-economico e culturale degli immigrati italiani in Francia dal Risorgimento agli anni della Dolce Vita.

All’inizio del XX secolo la Francia era la terza destinazione dei migranti italiani; due milioni di italiani attraversarono le Alpi tra il 1873 e il 1914; tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale gli immigrati italiani rappresentavano un terzo degli stranieri presenti sul suolo francese. Solo quest’anno, in occasione del suo decimo anniversario, il Museo Nazionale della storia dell’Immigrazione ha scelto di dedicare agli italiani una mostra ambiziosa. L’esposizione racconta un secolo (1860-1960) d’immigrazione italiana in Francia con tre collezioni: la prima storica, con fotografie e documenti d’archivio; una seconda etnografica con oggetti della vita quotidiana divenuti simbolo dell’italianità; la terza con una collezione d’arte prevalentemente contemporanea. Ne scaturisce una grande influenza dell’immigrazione italiana in tanti settori della società francese, dall’industria al cinema, dall’artigianato al commercio, dalla moda al giornalismo, così come si può dire dell’opposto e cioè dell’influenza francese in Italia, basta pensare a Napoleone, al quale si deve l’intuizione di uno unitario nella penisola. Certamente, nell’Ottocento l‘emigrazione italiana ha incontrato grandi contrasti di adattamento come evidenziano il furore delle violenze contro gli italiani a Marsiglia nel 1811 e la strage di Aigues Mortes nel 1893. Poi via via si è assistito a una volontà reciproca di rispetto. A quel punto le comunità italiane hanno smesso di coltivare “le differenze“, hanno accettato l’idioma francese ed hanno optato per un reciproco rispetto delle culture.

Al di là delle problematiche di integrazione e di accoglienza dell’Ottocento, l’emigrazione italiana è diventata essenziale nella formulazione della modernità in Francia. Così si è arrivati a simboleggiare la stessa Francia con la faccia di italiani come Yves Montand (Ivo Livi), originario di Monsummano Terme o Lino Ventura, nato a Parma. Proprio Lino Ventura, ricordato nella mostra di Marsiglia con foto e spezzoni di film, amava dire che il suo Paese si estendeva da Parigi a Roma, al di là delle frontiere, incarnando perfettamente la cultura franco-italiana. Proprio Ventura era tifoso di Michel Platini, che, come lui, era ed è un testimone di questa doppia appartenenza. L’8 luglio1982 l’attore assistette a Siviglia alla semifinale del mondiale di calcio Francia-Germania: lo videro uscire in lacrime dallo stadio per l’ingiusta sconfitta. Tanta amarezza non gli impedì tre giorni dopo di festeggiare la vittoria dell’Italia nella stessa competizione. Ecco un chiaro esempio dell’identità di un immigrato in tutta la sua complessità.

Il racconto cronologico si ferma al 1960 perché, con la crisi economica degli anni ’70 in Francia e con il boom industriale in Italia, il flusso migratorio si arresta. Al di là dei grandi personaggi, soprattutto dello spettacolo, la storia dell’emigrazione italiana in Francia riguarda il lavoro. Per rappresentare questo capitolo nella mostra è stata inserita un’opera di Jannis Kounellis, artista greco-italiano, della serie “Ferro e Carbone” prestata dalla Galleria Continua di San Gimignano. Nell’industria e nelle miniere gli italiani ci hanno passato la vita. A Marsiglia come a Lione il lavoro è stato il motivo principale della migrazione. Nella mostra si fa riferimento al bacino minerario di Briey dove, intorno al 1880, si rese necessario il ricorso alla manodopera straniera. Gli italiani arrivarono in massa e fino al 1970 costituirono la maggioranza del personale delle miniere e delle industrie siderurgiche in Francia ma anche in Belgio, Lussemburgo e Germania. Li chiamavano “gli italiani del ferro” o in maniera dispregiativa “Macaronis”, come raccontano i documenti del Museo della Lorena di Nancy. Di certo dalla seconda metà dell’Ottocento a metà del Novecento, gli italiani furono gli stranieri più numerosi ad occupare i posti di lavoro creati grazie alla crescita economica dell’Esagono.

Secondo una recente pubblicazione del Centre Interdisciplinaire de Recherche sur la Culture des Echanges (CIRCE) dell’Università Sorbona-Parigi 3, oggi la comunità francese con ascendenze italiane è stimata intorno ai 4 milioni di individui, circa il 7% della popolazione totale, escluso gli abitanti autoctoni della Corsica e del Nizzardo. I cittadini italiani residenti in Francia risultavano oggi circa 370.000. Già nel Basso Medioevo, gli italiani erano conosciuti in Francia anzitutto come banchieri, provenienti dal Piemonte. A partire dal 1100 questi banchieri detti “lombardi”, come si usava nel medioevo per indicare gli abitanti del nord Italia, si diffusero in Francia. Da allora molti italiani hanno fatto la Francia: dal 1642 fino alla sua morte nel 1661, il cardinale italiano Giulio Mazzarino fu il primo ministro della Francia; dal 1669 fino alla sua morte nel 1712 l’astronomo italiano Giovanni Domenico Cassini fu direttore dell’Osservatorio di Parigi; nel 1761-93 Carlo Goldoni fu responsabile della Theatre Italien a Parigi; i compositori Niccolò Piccinni e Antonio Sacchini furono attivi in Francia durante quegli anni; nel 1787 il matematico torinese Giuseppe Luigi Lagrange si trasferì da Berlino a Parigi e fu nominato senatore dell’impero francese. Nell’Ottocento si afferma una generazione di figli degli immigranti, capace di produrre personalità come Émile Zola, Luigi Visconti, Degas, Paul Émile Botta, Léon Gambetta e altri. Con l’avvento del fascismo in Italia, all’emigrazione di tipo economico si aggiunse anche quella di tipo politico. Nel corso degli Anni Venti molti furono i politici italiani di vari orientamenti avversi al regime di Mussolini che furono costretti a rifugiarsi in Francia, come Eugenio Chiesa, Filippo Turati, Gaetano Salvemini, i fratelli Rosselli, Giuseppe Saragat, Pietro Nenni, Sandro Pertini e molti altri. Nel corso dei decenni il fenomeno dell’immigrazione italiana in Francia tese quindi a esaurirsi e contemporaneamente mutò fisionomia. Se agli inizi del Novecento era un’immigrazione costituita perlopiù da contadini, minatori e operai, a partire dagli anni del boom economico, cominciarono ad affluire lavoratori più qualificati.

Se guardiamo alla cultura francese vediamo che grandi personaggi, assieme a Yves Montand e Lino Ventura, sono nati in Italia o hanno origini italiane: Serge Reggiani era nato a Reggio Emila; Édith Piaf aveva la mamma livornese; Léo Ferré, un’infanzia a Bordighera, morto in Toscana, aveva pure la madre italiana; Jean-Paul Belmondo, tuttora vivente, ha i nonni italiani; Michel Piccoli era figlio di un musicista italiano; Nino Ferrer ero lo pseudonimo di Agostino Arturo Maria Ferrari, nato a Genova nel 1934; Dalida si chiamava il realtà Iolanda Cristina Gigliotti; Jean-Claude Izzo era figlio di Gennaro Izzo, un immigrato italiano originario di Castel San Giorgio; il Nobel Jean Patrick Modiano ha il padre toscano. Tanto talento italiano che ha finito per determinare l’immagine della Francia.

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