Alessandra Pratesi
Visto al Teatro Argentina di Roma

Il puzzle Antigone

Federico Tiezzi e Sandro Lombardi (con Lucrezia Guidone) mettono in scena "Antigone" di Sofocle. Quasi un sunto di tutte le Antigone possibili, per iconografia, storia sociale e riferimenti culturali

«Signori di Tebe, guardatemi negli occhi», implora Antigone prima di andare incontro al suo destino di morte. Ecco condensata, in un’unica battuta, l’urgenza comunicativa e rappresentativa di una tragedia antica. La risposta è nella nuova produzione del Teatro Argentina, Antigone, in prima nazionale dal 27 febbraio. Il direttore Antonio Calbi, il regista Federico Tiezzi, la compagnia Lombardi-Tiezzi, il traduttore Simone Beta restituiscono insieme l’essenza di una tragedia densa e «totemica», investendola di nuove «trame di significato» (secondo le parole del direttore).

Il combinato disposto delle scelte registiche e drammaturgiche genera una doppia partitura: se da una parte il testo rispetta sequenza, scansioni e integralità dell’originale, dall’altra viene dispiegato un imponente apparato visivo. Eco di Calderón (Teatro Argentina, compagnia Lombardi-Tiezzi, stagione 2016), l’idea scenografica di base prevede un’ambientazione straniante, neutra e atemporale (scene di Gregorio Zurla). Si sceglie un obitorio di mattoni, ma non è tutto. A introduzione di prologo ed esodo viene videoproiettata una cascata di frammenti archeologici in fiamme; nel terzo episodio Creonte ed Emone si dispongono geometricamente nello spazio, nel solco della tradizione pittorica centroitaliana di primo Quattrocento; al termine del kommòs di Antigone, appare sullo sfondo un gruppo scultoreo vicino al gusto di Canova per i monumenti funebri.

La regia non mira all’impatto emotivo. La recitazione di Creonte (Sandro Lombardi) si mostra volutamente fredda, cerebrale e contenuta, mentre è lirica e drammatica fino all’artefatto quella di Antigone (Lucrezia Guidone): non trasporto, ma esattezza chirurgica da autopsia nella resa di una tipologia umana che non conosce compromessi. La caratterizzazione dei personaggi è dovuta a un lavoro parallelo sul linguaggio e sulle soluzioni visive e attoriali, costringendo il pubblico ad una continua ginnastica mentale di attribuzione-costruzione di senso. Come risulta pure evidente dalla scelta dei costumi (Giovanna Buzzi), in un alternarsi di borghesi dai toni ibseniani, di un satrapo persiano e paggi, fino al rosso purpureo del potere per Creonte e al nero del lutto prima, al vermiglione dei condannati a morte poi per Antigone.

A partire dai contrasti che stridono rispetto alla cristallizzazione tragica dell’insieme, si disvelano le intuizioni del regista. Degna di menzione è proprio la nuova linfa attribuita ai personaggi secondari, a cominciare dalla Guardia del primo episodio (Massimo Verdastro) che, farsesca e popolaresca, di Arlecchino assume non solo la veste a losanghe variopinte, ma anche parlata sghemba, movenze e pose. Nel Messaggero dell’esodo (Annibale Pavone), invece, l’intonazione comica è abbandonata a favore di quella epica del cunto dei pupi. Altrettanto studiata nella dissonanza dissacrante è la lettura in chiave gender e circense del personaggio di Tiresia, qui una Francesca Benedetti in paillette e piume, con cicisbeo al seguito. Quando ormai tutto il sangue della stirpe di Edipo è stato versato, fa il suo ingresso una squadra di operatori per la disinfestazione simil Ghostbusters per purificare la scena e garantire la catarsi.

L’Antigone di Tiezzi si rivela un exemplum. Dimostra, inappuntabile e inequivocabile, che il teatro non è solo parola o solo sguardo, non è solo tragico o solo comico: l’unicità e la complessità di un’opera teatrale non possono che nascere dal cortocircuito tra opposti, tra gli stimoli sensoriali offerti dalla scena e l’elaborazione intellettuale del pubblico. Signori di Tebe, guardatela negli occhi.

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