Pasquale Di Palmo
La voce del poeta: Luigi Bressan

Alfabeto dell’esistere

L’osservazione di un mondo in rapida e ingannevole trasformazione. I dubbi, il senso di smarrimento, la confusione che ne derivano approdano a una ricerca su parola e silenzio e a un successivo lirismo più meditato. Questo e altro nella più recente raccolta (in dialetto) dell’autore veneto

Autore che si esprime sia in lingua sia in dialetto, Luigi Bressan, operante a Codroipo, in provincia di Udine, ha pubblicato varie raccolte, tra cui Quando sarà stato l’addio e El paradiso brusà, edite dal Ponte del Sale rispettivamente nel 2007 e nel 2014. Apprezzata da critici d’eccezione come Loi e Brevini, la poesia di Bressan si caratterizza per una sorta di empatia con gli eventi naturali, il cui ciclo non di rado è alterato dai cataclismi legati alle vicissitudini storiche.

Può parlarci della sua ultima raccolta?
El paradiso brusà (2014) raccoglie pressoché tutta la mia produzione in dialetto, dal 1986 al 2000. Non contiene testi che non abbiano già circolato. I titoli: El canto del tilio; El zharvelo e le mosche; Che ‘fa la vita fadiga; Data; Vose par S. Un percorso ideale, all’interno di questo repertorio, mi sembra possa ancora reggere la sfida. Il mondo lirico d’esordio, dolceamaro, come si presenta ed è stato riconosciuto, ha gli occhi ben aperti su un mondo in rapida trasformazione sotto una mentita normalità. I dubbi a partire dall’alfabeto dell’esistere, il senso di smarrimento, la confusione, che si affacciano nella seconda plaquette, pur con l’eccezione di un pezzo lirico tra i più riusciti, proseguono nel terzo libro e approdano a una ricerca sul silenzio, sull’impossibilità della parola, sul metalinguaggio, i suoni naturali, l’“immagine” dei suoni, le sinestesie. In Data ritorna un lirismo più meditato, che riesce in qualche modo a contenere le tematiche dell’ingiustizia, della disgregazione dei valori, che invece sostanziano il groviglio tematico-formale dell’ultimo poemetto, pur non privo di un lume di speranza. Nel 2007 è uscito Quando sarà stato l’addio? in italiano. È un non facile passaggio a un diverso codice, che mette insieme esiti di ascolto e di ricerca in altre e diverse direzioni, in parte dissimulando in parte riprendendo con altro tono alcune tensioni delle precedenti scritture.

Quale dialetto adopera?
Ho scritto la maggior parte dei miei testi in una variante bassoveneta, la mia lingua nativa della padovana, con termine con i territori di Venezia e Rovigo e tuttavia influenzata anche dal vicentino. Devo aggiungere che prima della lingua della poesia, che mi si è rivelata piuttosto tardi, ho parlato questo dialetto sempre fino ai 13 anni, età in cui mi sono trasferito con la famiglia in Friuli. Qui ho continuato a parlarlo in famiglia. Mia madre, friulana, aveva studiato stabilmente in Toscana, in provincia di Siena, e parlava un italiano squillante, dal lessico ricco, che influenzò il mio orecchio; ma aveva appreso subito anche il veneto. Non mi ha mai parlato nel friulano, che pure conosceva, che io ho praticato per conto mio come terza lingua e uso volentieri nel quotidiano della piazza, ma non ho mai scritto.

Cosa pensa della diffusione della poesia in rete?
La rete è diventata indispensabile. Ci si trovano opere intere, scaricabili; testi antologici, interventi critici; lezioni a vari livelli, a disposizione per l’ascolto. Di recente ho letto sul Foglio che lo schermo avrebbe ridotto ai minimi termini la lettura su carta. Credo ancora che la poesia debba essere letta, riletta e meditata sulle pagine di un libro da poter tenere a portata di mano, e che soltanto per esigenze particolari possa essere colta su uno schermo. Della poesia che passa nella rete, come acqua che scivola sulla roccia, molta è scadente, ma bisogna capire – come nota opportunamente Loredana Bogliun ne “La voce del poeta” a lei dedicata (http://www.succedeoggi.it/2018/02/la-poesia-a-dignano/) – l’esigenza di scrivere da parte di molte persone e l’opportunità che hanno di concretizzarla.

Quali sono i suoi autori di riferimento?
Se qualcuno si prendesse la briga di cercare i debiti nei miei testi, troverebbe che devo molto a tanti. Il mio esordio fuori dal Veneto in dialetto veneto, isola nel friulano, trova però nella consuetudine con i parlanti e con la cerchia giacominiana e della rivista “Diverse Lingue” il suo naturale scambio e sostegno. Ed è proprio attraverso questo rapporto che posso accedere alle esperienze poetiche di altre regioni, e principalmente proprio del Veneto di Bino Rebellato, di Sandro Zanotto e di Eugenio (Enio) Tomiolo, per restare nell’ambito delle relazioni e delle amicizie più vicine. Ma nell’osservatorio della rivista ci sono Franco Loi, Giovanni Tesio (che, lo voglio ricordare con ammirazione, ha recentemente dato alla luce Vita dacant e da canté, pregnante canzoniere di 369 sonetti in piemontese), i Romagnoli, corrispondenti da ogni regione. Naturalmente c’è la scuola, la tradizione nazionale, le esplorazioni nella poesia europea, ci sono i contemporanei. Ho letto parecchio Rimbaud, Campana, Montale, Sbarbaro, Saba, Kavafis… citando a casaccio, un dominio abbastanza comune. Mi piaceva studiare a memoria alcuni grandi (Dante, Petrarca, Foscolo, Leopardi, Pascoli) di cui ritengo ancora lunghi brani. Presumo che qualche impronta di inevitabili furti sia rintracciabile.
La memoria della poesia è una continua scoperta, una vita che rinasce e si rinnova attraverso un’azione creatrice. Ma gli autori di riferimento sono anche altri, i più vicini e presenti, con i quali si condividono passioni, si scambiano opinioni, si discutono progetti, si corre l’alea del libro e della sua laboriosa uscita. In questo caso gli autori sono anche editori, organizzatori, critici, promotori e moderatori d’incontri aventi come tema la poesia. Senza la conoscenza di Marco Munaro, del Ponte del Sale, della cerchia di amici da cui mi sento confortato, dei redattori cui mi aggrego; senza l’intelligenza e le molteplici e instancabili capacità operative di Marco, del suo continuo dono della poesia e alla poesia, tutti i miei testi sarebbero rimasti in una serie di piccole pubblicazioni esaurite e in un cassetto. E voglio ricordare con commozione la mia lunga e per alcuni anni quasi quotidiana consuetudine con Pierluigi Cappello, il privilegio di avere ascoltato dalla sua viva voce i versi nascenti della sua grande poesia.

Cosa sta preparando attualmente?
Un testo sugli uccelli: poesie, un paio di dialoghi. Potrà richiamare alla mente Amedeo Giacomini, e mi farà particolare piacere ritrovarmi con il mio grande amico, anche se le analogie col sublime Andar per uccelli, se ci sono, si alimentano in un clima mutato. Potrei dire che qui gli uccelli sono le mie maschere che rivendicano una loro autonomia, pur con l’affezione agli alati presente in tutta l’opera, messa in evidenza nella postfazione della raccolta in dialetto. È impossibile dire qui quanto importante sia stato Amedeo Giacomini per la mia avventura poetica, ma insieme per tutta la poesia in Friuli, in Italia e oltre, per la qualità della sua opera di poeta, scrittore, critico e ispiratore di cultura, che si va precisando meglio a mano a mano che vengono pubblicati i suoi inediti. Amedeo, in particolare, ha profondamente innovato la poesia in friulano, seguito in quest’opera da Pierluigi Cappello, che a sua volta ha lasciato alla poesia italiana, e mondiale, un’eredità cospicua, già ampiamente nota e studiata, ma che lo sarà di certo e di più col passare del tempo.

Può commentare la poesia inedita?
Si tratta dell’inconsistenza del presente in un tempo sospeso al verso del chiù, nel silenzio dell’attesa.

 

***

 

Il pomeriggio dell’assiolo

Le foto color seppia mostrano la piazza oltre la parete

gli spazi d’aria scomparsi    insegne discrete    biciclette a mano

gente qua e là    alcuni con lo sguardo all’obiettivo

mitemente    come per essere salvati

 

Dal pomeriggio è notte intorno a rare lampade

tutta una strada di case che invecchiano chiuse

 

Dalla calma bianca d’un platano secco

a goccia a goccia il verso dell’assiolo

ritornato alla sua ombra    invade l’attesa

 

In alto solitaria

una donna appare    sfila la camicia del parto

si bagna alla luna    accarezza le coppe del latte

a una a una infila le perle del chiù

per un nido di piume    e scompare

 

Luigi Bressan
(Si ringrazia per la collaborazione Maurizio Casagrande)

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