Massimo Morasca
Diario di bordo /6

A tu per tu con Cariddi

È il mio turno al timone, dopo una giornata dura i miei due compagni di viaggio riposano, una in cuccetta sottocoperta e l’altro in pozzetto. La notte è splendida, una luna chiarissima quasi piena si riflette sul mare immobile. Siamo vicini alla costa calabra e sento i rumori delle macchine, le discoteche, il continuo andirivieni di una notte estiva sulla terraferma. Qui invece tutto è fermo, la barca, le vele, il cielo senza una nuvola, il riflesso della luna sull’acqua, in una sospensione misteriosa, anche il tempo sembra fermarsi e io al timone sprofondo in ricordi e pensieri.

Poche miglia avanti alla prua di Stern si apre lo Stretto di Messina, il primo tratto di mare che ho attraversato, avevo sei mesi, quando la mia famiglia si è trasferita da Palermo a Roma. E già, siamo partiti anche noi, e soltanto chi lascia la Sicilia può comprendere il significato dello Stretto. La nostalgia, il ricordo, il dolore della partenza con una terra dietro di te che a volte ti trattiene con forza, a volte invece ti espelle con altrettanta violenza e il senso di conforto, di felicità estrema, come rientrare nel ventre che ti ha generato, quando dopo lungo viaggio ne intravedi la costa. La madre ti accoglie e potrai finalmente suggere dal suo seno il latte che invano hai cercato altrove. A volte però il latte dolcissimo è anche amaro e molto, e di nuovo sei costretto a partire con il tuo carico di dolore che ti costringerà prima o poi a tornare di nuovo.

Comincio a perdermi e vedo nel mare e nei riflessi della luna il viso di mio padre, i miei nonni, mio zio Giovanni, l’eroe di guerra, la mia cara zia Ada… Scorrono i visi e le rughe di tante persone che ho amato. Nell’oscurità sento delle voci, mi giro, sapendo bene che non troverò nessuno.

Ritorno in me, alla rotta, ai calcoli di tempo per passare lo Stretto alla luce dell’alba. Stamattina abbiamo pestato duro, eravamo nel golfo di Squillace e pensavamo che il temibile guerriero si fosse placato lasciandoci passare in pace. Invece, poco prima di Roccella Ionica, un’improvvisa fiammata da sud-est carica di sale ci ha costretto a bolinare duramente con 30 nodi di vento e mare corto e ripido. È stata la prima vera dura bolina da quando siamo partiti da Venezia, una mano di terzaroli alla randa e fiocco olimpico, un gran bell’andare con la rigidità dello scafo in kevlar, vetro S ed epossidica che ti trasmette ogni vibrazione, ogni onda, ogni variazione di velocità. Dopo venti miglia il vento è calato, permettendoci una tranquilla discesa.

Siamo in anticipo, vorrei entrare al primo chiarore del giorno, il log segna zero e sono contento di rallentare così.

Il silenzio si interrompe, sento come il rumore di rapide, il mare si increspa ma non c’è vento. Al timone ho una sensazione strana, è come se la barca fosse condotta da un’altra intelligenza… Capisco, Cariddi ci è venuta a prendere e ci sta risucchiando dentro lo Stretto.

Dopo poco arriva anche il vento e procediamo di bolina a corti bordi lungo la costa calabra.

Poco dopo l’alba faremo un lungo bordo sempre di bolina verso Messina, ci farà guadagnare molti gradi al vento grazie alla corrente montante. Lambendo la costa sicula Scilla si palesa, inizia la corrente scendente che ci costringe a bordeggiare sottocosta dove il flusso è meno intenso.

Cariddi ci ha aiutato a entrare e adesso ci consegna nel grembo mostruoso di Scilla.

(Illustrazione: “Sirena” di Paola Tiribocchi)

 

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