Arturo Belluardo
Un frammento autobiografico

Via Pasubio 96/a

«Io, casa di mia nonna, la sogno spesso: la trovo sbarrata, come se ce l’avessero murata dentro e allora salgo su e giù per le rampe disperato senza nessuno che mi apra»

Via Pasubio 96/a. Lì abitava mia nonna, nelle case popolari della Borgata tra il Santuario della Madonna delle Lacrime e Piazza Santa Lucia. In un’intersezione di santità, tra la Madonnina che piangeva per le devastazioni della guerra e il pilastro dove veniva torturata la santa patrona perché abiurasse, che poi le scipparono gli occhi e glieli misero in un piatto. Anche mia nonna, a conti fatti, dovrebbe essere santa: che di lacrime non ne aveva più da piangere, il viso scolpito negli uadi del Sahara, e si era convertita al Cristianesimo pure lei. Già la vedo, che gongola mentre San Pietro accoglie la sorella ebrea redenta sulla nuvola di Damasco, quella piena di marrani, con Paolo/Saul che dice “Stringetevi un po’ e lasciate posto a nostra sorella Smeralda”.

Io, casa di mia nonna, la sogno spesso: la trovo sbarrata, come se ce l’avessero murata dentro e allora salgo su e giù per le rampe disperato senza nessuno che mi apra. Oppure mi appare in un’incisione del ‘600 con una torre al centro, un’arcata nera di umidità e di capelvenere e una piazzetta di lastroni calcarei piena di bambini mendicanti. Mi chiedono soldi per parcheggiare una 500 che ho noleggiato, ma la macchina si rimpicciolisce, diventa una macchinina di legno tirata da uno spago e io le trovo un posto comodo, a ridosso dell’arcata. Da un angolo della piazzetta spunta Mary Bentivegna, non la vedo dai tempi del Liceo, quando la chiamavamo Meri Bellafregna con i suoi labbroni tumidi e la zeppola. È tutta tirata, sembra più giovane di come la ricordo, e mi abbraccia. Mi dice: “Grazie, Davide, grazie” e piange.

Davide Buscemi è il protagonista del mio romanzo Minchia di mare ed è ambientato proprio in quella Borgata dove abitava mia nonna. Minchia di Mare è la storia di un ragazzino che viene abusato da un padre terribile e violento. Ma Davide sono e non sono io, cerco di spiegarlo a Bellafregna, ma lei mi stringe sempre più forte, forse vuole fare sesso. Ma io nelle piazze non sono proprio capace, non è cosa. E se poi mia nonna mi vede? Certo, una risata se la sarebbe fatta.

Nonna Smeralda mi faceva vedere una foto di lei e mio nonno abbracciati, sulla spiaggia di Tripoli: lui guardava dritto in camera, mentre lei gli appoggiava sulla spalla il capo rovesciato all’indietro a occhi chiusi, l’abito chiaro a fiori era sgualcito e macchiato. “Avevamo fatto all’amore” mi diceva. Sì, mia nonna una risata se la sarebbe proprio fatta, lei che non si era mai creata problemi di età, razza o religione pur di stare con mio nonno Nunzio. Smeralda era una dura, una combattente: sono sicuro che se non avesse conosciuto Nunzio, sarebbe finita, carabina in pugno, a combattere per l’indipendenza di Israele. E invece.

Invece, eccola là che scappa dalla sua famiglia d’origine, i Gean di Tripoli, perché hanno cercato di uccidere il suo uomo, l’uomo di cui è incinta. Eccola là che si imbarca su un piroscafo diretto in Sicilia, con due bambine attaccate alla veste, il 10 giugno del 1940, ed è l’unica a non piangere quando gli altoparlanti gracchiano la voce chioccia del Duce che dichiara guerra a Gran Bretagna e Francia. Eccola là che scambia sigarette e caffè per uova e farina, che gira per le campagne degli Iblei a cercare polli e pane da vendere alla borsa nera. Eccola là, a fare la fila nei bagni comuni del campo profughi di Siracusa, ad accogliere il suo uomo che sbarca, ridotto uno scheletro, sette anni dopo. Eccola là, che mi accoglie, il suo primo nipote maschio, il suo orgoglio, la sua passione.

Che orgoglio? Io sono ancora a dimenarmi in quella piazza bianca di calcare, a cercare di sfuggire a Meri. C’è sempre una Meri da cui scappare, che ti guarda con gli occhi che si riempiono di lacrime e sciolgono il rimmel mentre tu ti divincoli in contorsioni verbali, in giustificativi di spesa, in conti non pagati. Hai costruito Davide Buscemi per liberarti di lui, per poter dire ecco guarda quello sono io, abbi pietà di me. Per dire: ecco quello non sono più io, non mi guardare più. Perché la sua disperazione è diventata la mia forza, perché noi che siamo veramente senza speranza, noi per cui il tunnel è da sempre sbarrato, noi che siamo soffocati ogni giorno dal momento in cui siamo stati sparati fuori dalla fica di nostra madre, noi sappiamo come fare.

Noi invecchiamo. E quando invecchiamo la pelle ci si ispessisce, le rughe diventano trincee, le parole munizioni. Noi sappiamo come fare, noi non siamo più figli di una stessa madre, noi siamo soli. Soli fino al midollo, soli fino al buco del culo, cachiamo via gli altri, e andiamo in alto a splendere. Soli come soli. Solo come un sole. Proietto i miei raggi e costruisco storie, storie che mi escono come lame luminose dalle dita, che fanno brillare il pulviscolo nell’aria attorno a me. E di fronte a me c’è sempre Smeralda che ride, con i suoi occhiali spessi come fondi di bottiglia.

Quella vita, quella sofferenza noi sappiamo come manovrarla, l’abbiamo già vista tutta, subita tutta. Noi sappiamo come narrarla. Ci hanno atterrati, umiliati, hanno sputato addosso a noi e alla nostra polvere, noi che eravamo ebrei e non lo siamo più, noi che eravamo bambini e non lo siamo mai stati. Il dono più grande che ci è stato fatto è quello della sofferenza. Il conto l’abbiamo già pagato.

Ora portateci il dolce.

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Accanto al titolo: Alberto Savinio, La vedova, 1931.

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