Paolo Bonari
A proposito di nuovi fascismi

Tirannia social

La storia si ripete in farsa, diceva Marx. Ma, stavolta, il caos ideologico di un secolo fa rischia di ripetersi aggravato e corretto. Con la complicità dei social e la loro illusione di vite luccicanti

I parallelismi storici sono un gioco pericoloso che può anche occultare e sviare, piuttosto che favorire la comprensione degli oggetti d’analisi: meglio maneggiarli con cura, enumerare le differenze e non soltanto le affinità, per non essere risucchiati nella vertigine dell’omologia, per non illudersi di avere scoperto chissà cosa e di prevedere addirittura come si muoverà il futuro che incombe su di noi. Sarebbe insensato, però, trascurare i numerosi segni che apparentano gli esordi degli ultimi due secoli: nel tempo che stiamo attraversando, prendono forma e circolano molte ansie che condividiamo coi nostri simili di cent’anni fa.

A Sarajevo, da un paio di colpi di pistola contro l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’impero austro-ungarico, si sprigionò il primo conflitto mondiale, ma la miccia di quel fuoco era molto lunga, e risalendola potremmo scorgere, al di sotto della copertina rassicurante della Belle Époque, i timori fin-de-siècle dell’individuo smarrito di fronte alle prime società di massa e le preoccupanti avvisaglie dei risorgenti nazionalismi. Al termine di una lunga traiettoria di sangue che finirà per abbracciare un’intera metà del Novecento, nel secondo dopoguerra, si giunge a una consapevolezza: i cittadini non devono essere abbandonati a se stessi perché, altrimenti, i più deboli di loro cadrebbero presto in balia delle seducenti sirene delle ideologie totalitarie, ed è così che nascono (o rinascono) le istituzioni sociali che consentiranno un cinquantennio relativamente pacifico e prospero. Oggi, in una situazione di crollo irreversibile dei sindacati e dei partiti di matrice novecentesca, oltre che di ogni altra associazione comunitaria, l’uomo medio delle nostre democrazie si ritrova davanti al proprio social, a tentare di ricostruire a proprio uso e consumo una mappa degli eventi che possa essere da guida per l’azione.

Parcellizzazione dell’esperienza, proliferazione e sminuzzamento degli stimoli informativi, assillante confronto della propria magra quotidianità con la straordinaria evidenza e “luccicanza” delle vite altrui, che s’impongono d’imperio: la mutazione antropologica prodotta dai social, però, necessita non soltanto di studi capillari che facciano emergere gli effetti più nocivi del loro abuso, ma anche di un’estensione politologica che leghi la nascita di Facebook e Twitter alla crisi della fiducia democratica e all’emergere dei populismi di vario segno. Sarà un caso che le voci più critiche, anzi le grida più squilibrate, abbiano preso forma e forza nei vari contesti politici nel momento stesso in cui si assisteva all’emergere dei social? Al tramonto di un’altra Belle Époque, quella della Terza Via blairiana e clintoniana, da destra, da sinistra e dal centro, i movimenti post-ideologici – per modo di dire – hanno cominciato ad auspicare il superamento del principio stesso della rappresentanza e l’applicazione di una qualche forma di democrazia diretta, da recuperare da una perduta età dell’oro o da perseguire fino al raggiungimento del sol dell’avvenire.

Dopodiché, nel pieno dell’escalation anti-elitaria che sta squassando l’Occidente, quella di Trump è sembrata la vittoria più considerevole del cittadino che abbia i social come unica fonte d’informazione, che si fidi soltanto della propria cerchia di sodali, che segua i propri seguaci: è così, in una rincorsa a spararla più grossa, che impazzano e si diffondono le tesi estreme. Al tempo dei social, per esempio, non soltanto non sarebbe possibile la sopravvivenza di una Democrazia Cristiana, ma neppure quella di un Partito Comunista Italiano, la memoria del quale è in mano a una ben strana razza di nostalgici, a storici improvvisati che ne mitizzano l’esistenza politica in funzione anti-contemporanea ma che, se tele-trasportati ad allora, di quel partito avrebbero deprecato la moderazione, finendo per accodarsi a uno qualsiasi dei gruppuscoli anti-PCI quali il PdUP o Democrazia Proletaria: ambienti molto chic, che facevano colpo tanto sulla borghesia impegnata e post-sessantottina quanto su Marta Marzotto.

Nel 2017, comunque, nell’occasione del suo centenario, non si è verificata un’altra Rivoluzione d’Ottobre – purtroppo, visto l’andazzo in Russia… –, ma se ciò che seguirà finirà per somigliare a ciò che si verificò un secolo fa, cioè l’affermazione dei fascismi europei, includendo in tale categoria storiografica anche il nazional-socialismo tedesco, starà agli attori sociali deciderlo. Nel 18 brumaio di Luigi Bonaparte, il buon Marx scriveva, omaggiando e correggendo il proprio maestro filosofico: «Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi avvenimenti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire, due volte. Ma dimentica di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa». Ora, però, per far sì che ciò sia vero e che, se ripetizione sarà, essa possa assumere caratteri soltanto farseschi e non anche sanguinosi, sarà bene che ciascuno di noi escogiti degli accorgimenti per limitare il contagio, si dedichi alla pratica di esercizi spirituali che possano servire alla sopravvivenza della propria unicità, al fine di non soccombere ai terrori gemellari che, di fronte ai grandi numeri, non possono non tormentare ogni piccolo essere umano: quello di essere troppo diversi dagli altri, quello di essere troppo simili agli altri. I totalitarismi, infatti, sono stati dapprima ideologie rassicuranti che restituivano al caos epistemico della vita-in-massa un ordine, poi mega-macchine statuali che hanno allestito tante vite confortevoli per chi non fosse in grado di fronteggiare la complessità e l’inferno terrestre per i più forti, i meno fortunati.

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