Danilo Maestosi
Al Palazzo delle Esposizioni di Roma

Tacchi sul divano

Una grande retrospettiva riporta l'attenzione su Cesare Tacchi, esponente di punta del "pop italiano" che non volle farsi chiudere nelle pieghe del mercato ma finì per perdere identità

A sorpresa, il Palaexpo si ridesta dal letargo in cui è sprofondato da anni e porta in scena una mostra da serie A che almeno lo risarcisce provvisoriamente dell’identità perduta. Dissipata, nonostante gli sforzi di chi ci lavora, da una gestione commissariale protratta oltre misura, in attesa di un nuovo consiglio d’amministrazione annunciato ma non ancora nominato e insediato, di un budget certo su cui contare, di una strategia espositiva da mettere a fuoco, di un pubblico da ricostruire. Si tratta di un’antologica, in cartellone fino al 6 maggio, che rende omaggio a Cesare Tacchi (1940-2014), uno dei protagonisti più in ombra di quella straordinaria stagione negli anni del boom in cui Roma era, sul versante dell’arte contemporanea, un laboratorio di novità di rilievo mondiale. Pagine di storia dell’arte e della città che il Palaexpo  aveva giustamente cominciato a rivisitare in modo sistematico, per poi, sopraggiunta la crisi e l’avvento in Campidoglio della giunta grillina, abbandonare il campo ad iniziative più improvvisate. Non c’è da illudersi, non c’è alcuna intenzione, per ora, di dare un seguito a questo filone d’indagine. E sembra difficile che questa mostra, caduta a suo modo dal cielo e sulla carta di relativo richiamo popolare  risollevi incassi e presenze caduti a picco, e imponga dunque una rotta per il futuro.

Ma è comunque una mostra da non perdere. Perché è costruita con grande passione e rigore, dalle due curatrici Aniela Lancioni e Ilaria Bernardi. Perché offre nuove angolazioni per rileggere una stagione dell’arte che trova a Roma il suo epicentro, precedendo e accompagnando quella tempesta di trasformazione , il ’68, di cui si celebra, tra eccessi di nostalgia e di distacco, il cinquantesimo anniversario. E perché riaccende i riflettori su un personaggio fuori schema e senza gli aloni fin troppo abbaglianti di leggenda che contornano altri suoi compagni d’avventura divorati dall’ebrezza dell’autodistruzione, come Schifano, Tano Festa, Francesco Lo Savio, Franco Angeli. Un eroe senza vocazione o maledizioni a carico, un autore di indubbio ma alterno talento, come è stato Cesare Tacchi, che ha raggiunto il suo massimo quasi a inizio carriera e poi non ha saputo più superarsi se non a sprazzi, adattandosi alla normalità di uno stipendio fisso e poi di una pensione da professore al liceo artistico di via Ripetta. Al cono d’ombra in cui si è consumato ingiustamente l’ultimo lungo scorcio della sua vita. Come può succedere a chi sente di avere ancora cose da dire, ma forse non trova più le parole giuste per dirle, né la platea che lo ascolti.

Una biografia divisa a metà, quella ridisegnata dalle cento opere raccolte ed esposte in questa mostra. Nelle tre sale a destra che coprono il primo ventennio fino agli Anni Settanta le pagine più stimolanti. L’inizio più difficile da documentare per la dispersione dei materiali e la scomparsa di quei luoghi di riferimento racconta del suo esordio, una mostra datata 1958 in una sezione comunista di Cinecittà, il quartiere dove vive e dove gravitano gli artisti, Mambor, Schifano, Angeli, Lo Savio con cui stringe il sodalizio che lo lancia in carriera, poi altre collettive a cui Tacchi si presenta con piccoli assemblaggi astratti di oggetti e di carte, manifesti di una generazione che respira  il nuovo che avanza e fa proprio il rifiuto della pittura da cavalletto e delle variazioni sempre più scontate e ripetitive dell’informale, per seguire le chimere dell’arte povera in gestazione e del pop.

Il grosso balzo in avanti all’inizio degli Anni Sessanta è però nel solco della pittura spinta all’estrema sintesi. Incastri di larghe campiture in cui Tacchi condensa la sua passione per le auto, di cui si limita a restituire i contorni dell’abitacolo o delle ruote, o fissa la rapidità di sguardi lanciati dal finestrino di una vettura in movimento, all’interno di un vecchio tram come la circolare rossa. La figura ridotta a tracciato, modulo geometrico. Icone rubate al repertorio del museo o prese dalla strada con cui il pop all’italiana gareggia con quello d’Oltreoceano, che ora va per la maggiore e prende a modello l’involucro della merce, il marchio pubblicitario dei prodotti di consumo popolare. Il leit motiv della sagoma, di un modo di occupare lo spazio che insegue lo sguardo frontale e la complicità di uno spettatore in platea come in una scenografia teatrale diventa uno spunto ricorrente per il gruppo di pittori che ormai la critica ha battezzato come “Scuola di piazza del Popolo”. Cesare Tacchi lo reinterpreta a modo suo, con tre colpi di genio. Il primo è di rileggere quella sagoma come l’artificio di un’ombra, non l’uomo ma l’impronta di un uomo che comunque anche in un mondo che ne sta demolendo i valori lascia traccia di sé, occupando un’intercapedine tra la razionalità e l’inconscio. Insomma qualcosa come evocare un fantasma. Il secondo è quello di compensare l’effetto di appiattimento, aggiungendo una dimensione in più alla tela. Imbottendola cioè come si fa con un divano. Un’impresa da tappezziere che l’autore aveva già sperimentato in una serie di quadri dedicati a sofà e poltrone scolpiti in rilievo, la superficie pittorica sostituita da collage di stoffa. Il terzo ritocco è quello di aggiungere alla sagoma anche segni che la connotino, diano espressioni e tratti a quel vuoto scuro o a quella membrana ritagliata e incollata.

L’impatto di queste composizioni, di cui la mostra esibisce un intrigante campionario di ritratti e autoritratti, è davvero notevole. Conquista critica e mercato. Anche se c’è già chi storce il naso, rimprovera a Tacchi di aver annacquato la forza del messaggio con un eccesso d’ironia: una sorta di sberleffo ai pigri rituali dei salotti romani. E un sovrappiù di buoni sentimenti: Quadro di una coppia felice, Amore, i Fidanzati, eloquenti i titoli al miele di alcune tele. È la fase della sua produzione che gli ha consegnato la fama e una patente di riconoscibilità, ma anche un soprannome, “il tappezziere”, che suona come un insulto. E un benessere che non durerà a lungo. Fosse nato in America, l’originalità di quelle invenzioni sarebbe stata sicuramente premiata e sigillata per sempre con uno scettro miliardario da primattore. Ma Tacchi non è uno che sa far calcoli, che si lascia chiudere nella prigione delle quotazioni. E da minimalista anarchico cerca fortuna in altre avventure, dove per timore di ripetersi finirà per ripetersi senza scampo. Avventure come le performance, quella contiguità con il teatro e i suoi modi di appropriarsi dello spazio e dei riti del corpo allora indicata come via maestra da un talent scout e un animatore doc come il gallerista Plinio De Martis, che accoglie Tacchi nella sua scuderia, imponendo a lui ed ad altri talenti che ha lanciato, il copione delle proprie  scommesse culturali. Le foto e i video di quelle esibizioni esposte qui al Palaexpo sono nel mosaico di questa rivisitazione, le tessere forse più toccanti ma anche più datate, più lontane dal nostro tempo.

Spiccano in questa documentazione visiva le immagini e i cimeli di una sorta di spettacolo dal vivo che Tacchi ripete due volte, in direzioni invertite. Nella prima galleria di foto d’epoca, il pittore, in piedi in una nicchia chiusa da un vetro, si cancella a colpi di pennello dietro un grumo di bianco. Nella seconda, in una riproposizione di due anni dopo, eccolo invece riapparire cancellando la nube che lo nasconde con uno straccio bagnato. Un gioco da illusionista che oggi appare quasi una inconsapevole profezia del suo destino d’artista avviato verso un precoce declino. Sorte di cui Tacchi sembra rendersi conto solo quando ormai è troppo tardi, firmando negli anni Novanta, un trittico di autoritratti a matita: Com’ero, come sono, come sarò. Nell’ultimo foglio, il suo futuro, il groviglio di segni a matita rossa con cui compone il proprio, è diventato una matassa opaca quasi illeggibile.

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