Paolo Bonari
Di aria elettorale

Numerologia politica

L'urlo di certi media contro la politica si ripete ciclicamente: 25 anni fa (in tempi di Tangentopoli) come oggi. Che cosa spinge Urbano Cairo, con i suoi giornali e la sua tv, a ripercorrere il populismo forcaiolo di un tempo?

In Italia, ogni quarto di secolo, si tende a voler rifare l’Italia: vogliamo prendere le due date novecentesche forse più decisive per il futuro del nostro Paese, per la sua stessa sopravvivenza? Nel 1918, la battaglia di Vittorio Veneto, cui seguì la sigla dell’armistizio di Villa Giusti, segnò la sconfitta dell’esercito austro-ungarico e la fine dello stesso primo conflitto mondiale; passano venticinque anni e, nel 1943, il Gran Consiglio del fascismo si riuniva per sancire la restituzione dei poteri di conduzione politica e militare al re, deponendo Mussolini, ma è difficile sopravvalutare il significato dell’8 settembre, della mossa di Badoglio che avrebbe spezzato in due la penisola; sul 1968, del quale ricorre il cinquantenario, si è scritto abbastanza e si continuerà a farlo, essendo quello lo snodo nel percorso di affermazione di una nuova élite culturale che avrebbe ridisegnato il quadro dei poteri sovrastrutturali; e il 1993? Niente di rilevante?

In realtà, il 1993 si è soliti accoppiarlo all’anno precedente e considerare entrambi come il biennio di Tangentopoli, delle inchieste che sconvolsero la Repubblica per come avevamo imparato a conoscerla, quella dei partiti che avevano concorso alla firma della Costituzione e che da tale rivoluzione giudiziaria uscirono sbriciolati; e siamo al 2018. Difficile che chi si trovi a vivere un passaggio epocale se ne renda conto, ma difficile anche credere alla mistica numerologica cui ci siamo affidati… Che cosa sta succedendo e che cosa succederà? Siamo di fronte a delle elezioni politiche intensamente drammatizzate, ma quali non lo sono state? A partire da quelle del 1994, che hanno dato avvio alla cosiddetta Seconda Repubblica, ogni consultazione è stata presentata come la definitiva, lo scontro apocalittico e finale che vedeva opporsi le forze del male e quelle del bene.

Se uno dovesse tracciare un parallelo con l’ultima volta che è stato avanzato un cambio di paradigma, quantomeno a livello di attori in campo, l’istinto più immediato sarebbe quello di associare il polo mediatico populista che si contrappone alla compagine di governo alle grancasse che, venticinque anni fa, amplificarono e determinarono l’indignazione che travolse la classe politica di allora: La7 e il Corriere della Sera – oggi – come i giornali e i talk show che, sull’onda delle indagini di Mani Pulite, all’epoca sembrarono appoggiare un disegno tecnocratico e giustizialista nel quale si potesse fare a mano del professionismo politico. Meglio di chiunque altro e da sinistra, il leccese Giovanni Pellegrino, figura di gentiluomo garantista che troppo spesso si è preferito archiviare, seppe svelare il significato di quegli eventi: oggi, credere che l’opposizione furibonda a Matteo Renzi da parte dei dipendenti di Urbano Cairo possa essere motivata da una semplice antipatia suona inverosimile e naïf oltre ogni livello di guardia, né si riescono a decifrare gli obiettivi economici di tale strategia. Forse, converrà piuttosto credere alle manie di grandezza di chi, raggiunti certi traguardi professionali, senta di dover andare oltre: è a quel punto che si affacciano le mire sistemiche, cioè la possibilità di auto-eleggersi arbitro e croupier del gioco politico, colui che, consegnando le fiches, stabilisca le regole di funzionamento della competizione.

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