Pier Mario Fasanotti
A proposito de "La corsara"

Modello Ginzburg

Una vita che sconfina nel mito, dalla rigida famiglia Levi alla più eclettica famiglia di Casa Einaudi: Sandra Petrignani, attraverso Natalia Ginzburg, costruisce il ritratto di un mondo e una generazione

Una giusta domanda, quando si vuole riassumere e, soprattutto, capire una grande scrittrice come Natalia Ginzburg, ce la propone Sandra Petrignani, narratrice, saggista e giornalista, tra le più raffinate di questi ultimi anni. Questa la domanda: «Da dove comincia una vita?». La risposta – non solo a questo pur essenziale quesito – ce la fornisce la biografa romana con il ritratto (parola che fa da sottotitolo) della collega torinese: La corsara, Neri Pozza editore, 464 pag., 18 euro).

Nat, ma anche Natascia, così la chiamava Cesare Pavese, nacque il 14 luglio 1916 a Palermo, ultima dopo tre fratelli e una sorella. Il suo nome fu ispirato dall’omonima protagonista di Guerra e Pace. La madre, Lidia Tanzi ha 38 anni ed è nata a Milano, il padre, Giuseppe Levi, è uno scienziato triestino, ebreo. Questi dati vanno oltre l’esattezza biografica di Lessico famigliare, il suo romanzo più noto. Natalia, rintanata spesso nella sua camera, ode e capta voci, grida, richiami dei genitori e dei fratelli, e descrive in un’opera originale (un critico parlò di anti-romanzo) le dinamiche del primo gruppo della società, senza dimenticare, anzi elevandoli a segni essenziali, le parole storpiate come “catramonaccia”, ovvero «una forma di depressione in cui si mescolavano malinconia e solitudine». Il riferimento è alla madre. Indimenticabili altri termini come “sempiezzi” (sciocchezze, pettegolezzi) o “babe” (eleganti signore che prendono il the).

Natalia, al pari di Elsa Morante, racconta a se stessa le storie, nel narrare il quadro famigliare che tante volte diventa così ridicolmente fonico. È, come scrive Petrignani, «il gioco segreto di raccontare storie da sembrare reali e il sogno di diventare un giorno scrittrici grandi, anzi grandissime, solo che la Morante aveva due fratelli da schiavizzare quasi lei fosse stata una regina e loro i sudditi, e replicò per tutta la vita questo modello di relazione, autoritario, dispotico, sul marito (Alberto Moravia, ndr) e sulla cerchia dei suoi amici sceltissimi… mentre la Ginzburg crebbe solitaria in attesa di un principe (che poi trovò in Leone Ginzburg, ndr) che la scoprisse e la rivelasse al mondo». L’isolamento sociale di Nat s’inizia con il non andare a scuola. È il padre che decide che i figli, almeno per il ciclo elementare, debbano essere istruiti a casa, magari con l’ausilio di insegnanti privati. Il dottor Levi, annota Petrignani, «teme contagi di virus pericolosi per i bambini». La Ginzburg però si annoia facilmente: le è ostica soprattutto la matematica. Non vede l’ora di uscire e di giocare con i suoi legnetti conficcati sulla terra, «in costante apprensione… tende l’orecchio a cogliere i rumori della casa temendo l’insorgere di una collera improvvisa». La stessa scrittrice ammette: «Parole rabbiose volano da una stanza all’altra, parole incomprensibili per noi, non cerchiamo di capirle né di scoprire le ragioni oscure che le hanno dettate, confusamente pensiamo che dovrà trattarsi di ragioni orribili: tutto l’assurdo mistero degli adulti pesa su di noi». La parola “noi“ compare spesso, anche ne Le piccole virtù. Il “noi”, osserva Petrignani, «diventa la forma letteraria così particolare, inventata da lei, fra saggio, racconto, autobiografia, memoria… chissà che non sia un esito adulto del suo parlare con il “noi” da piccola». I critici letterari più acuti osservano che le narrazioni, famigliari e non, della Ginzburg, non sono mai esaustive, anzi. S’intravvede un nucleo riservato, addirittura segreto. A parte questo, è giusto ricordare che Natalia coltivava in sé il terrore d’essere causa di un litigio. Lo dice lei stessa nel racconto Baffi bianchi: «Il terrore aveva per me i tratti di mio padre; la sua fronte aggrottata, le sue lentiggini, le sue lunghe guance rugose e scavate…». In quel racconto Nat ci infila «uno sfogo, un grido, una vendetta, un risarcimento tardivo per la sua infanzia tradita».

Attorno al mondo del Lessico si raccoglie la banda torinese degli antifascisti, degli intellettuali di spicco. Nat coglie al volo parole e atteggiamenti. Un’abitudine che si rafforzerà accanto al marito Leone, di nascita russa, poliglotta, oppositore del fascismo (dirà no all’obbligo di giuramento fascista e non avrà, così, una cattedra universitaria). Tornando all’adolescenza di Nat, non bisogna dimenticare che era scontrosa e ribelle. Con molta fatica arriva alla maturità classica. Come privatista e, forse, come raccomandata. Ormai diciassettenne, la Ginzburg si taglia i capelli “alla maschia“, indossa abiti semplici, cammina pensierosa, non si preoccupa dell’opinione degli altri. È così pallida che qualche amica la soprannomina «Luna pallida si leva a notte».

Il matrimonio con Leone, sette anni più grande di lei, darà coerenza al suo comportamento emotivo e artistico. Tra i due non mancherà mai una corrispondenza d’amorosi, e culturali, sensi. Nat non nasconderà mai «il bisogno di avere uno sguardo maschile sulle sue decisioni artistiche, una specie di protezione paterna…». Nel ’63, intervistata da Oriana Fallaci, dirà: «Una donna deve scrivere come una donna, però con le qualità di un uomo», intendendo «freddezza e distacco dai sentimenti». Ama molto le pagine della Morante, di Virginia Woolf e di Ivy Compton-Burnett, diffida della «grazia da passerottino» di Katherine Mansfield. Su ciò che lei stessa scrive afferma d’essere stata aiutata dalla lettura de Gli indifferenti di Moravia: «Mi sembrava il primo essere che si fosse alzato e mosso camminando nella precisa direzione del vero» (confessione fatta in un articolo scritto per La Stampa, 1971). L’altro suo maestro è stato Carlo Levi, amico di famiglia e parente alla lontana. Sandra Petrignani ci spiega che «sono dunque due figure maschili che le indicano dove cercare dentro di sé un modo autentico di esprimersi». Lei non era fatta «per inventare ma per raccontare cose che aveva capito di altri o di sé o cose che erano realmente accadute». Questa normativa letteraria è ben visibile in due opere, Mai devi domandarmi e Ritratto di scrittore. Nat parla di se stessa al maschile. Eppure la donna che odia gli sdolcinamenti, sarà bersaglio del Gruppo 63, che vogliono far dimenticare artisti come Carlo Cassola e molti altri, definiti “tante Liala“. Alcuni di questi neoavanguardisti sulla Ginzburg correggeranno il tiro.

Con qualche iniziale riluttanza, Nat si avvicinerà al teatro e scriverà testi importanti, pubblicati da Garzanti. Il suo Ti ho sposato per allegria avrà un enorme successo, anche all’estero. La sua cordiale ma feroce oppositrice è Elsa Morante. Il teatro è una fruttuosa parentesi che durerà anni. Prima e dopo escono romanzi destinati a rimanere nella storia. Lessico famigliare (premio Strega) è del 1963, Caro Michele (Mondadori) è del 1973, La famiglia Manzoni (premio Bagutta) è del 1984, e non solo questi ovviamente.

Sandra Petrignani a circa metà della biografia spiega un nodo difficile che Nat ha dovuto affrontare, ossia il rifiuto che oppose al Primo Levi di Se questo è un uomo (l’autore entrerà, ma più tardi, nella scuderia Einaudi). Ad accusare la Ginzburg, in modo alquanto sornione ed ambiguo, è stato, nel 1987, un giornalista del Corriere della Sera, che pose questa domanda: perché Anna Frank sì e Primo Levi no? Una faccenda complessa e delicata. Il manoscritto di Levi fu davvero portato alla Einaudi da Natalia e fu affidato al giudizio di Cesare Pavese, il quale emise questa sentenza: «Non è il momento di pubblicare un libro come questo. Ne sono usciti troppi sull’argomento». La bocciatura risale al 1947. Sul «chi prese quello storico abbaglio» la Ginzburg anni dopo volle insistere e lo fece scrivendo una lettera furente, con carta intestata Camera dei Deputati (Natalia divenne parlamentare nel gruppo indipendente della Sinistra), al giornalista salito sbrigativamente in cattedra. Non le andava, tra le altre cose, di essere accusata di antisemitismo, lei che battagliò per la pubblicazione del Diario di Anna Frank (che ricevette da un’amica, nella traduzione in francese).

Sul libro di Levi disse: «Siamo stati dei colpevoli imbecilli, ma non degli antisemiti». La scrittrice disse in un’intervista a Panorama, anche questo: «… è assolutamente da escludere che in quel rifiuto ci fosse una sorta di censura dei contenuti, da parte mia o di Pavese». Nell’anno del rifiuto Natalia era molto giovane, non aveva ancora la necessaria autorità di imporre l’uscita di un libro. «Pensava di essere l’ultima ruota del carro alla Einaudi» precisa Sandra Petrignani. Tuttavia nel 1948 era riuscita nell’impresa di attirare l’attenzione di Giulio Einaudi sull’infermiera bolognese Renata Viganò, autrice del libro resistenziale intitolato L’Agnese va a morire, che fu poi tradotto in tutto il mondo. Uno dei partecipanti dei famosi mercoledì pomeriggio della Einaudi, quando si prendevano le ultime decisioni, ha dichiarato: «Natalia aveva il difetto di innamorarsi visceralmente di un libro a volte, senza spiegare perché, eppure riusciva quasi sempre a interpretare i bisogni del pubblico». E Giulio Einaudi: «Natalia Ginzburg è una lettrice formidabile». E allora, scagionato (per amicizia) Pavese perché inondato da testi sulla Shoa, scagionata la Ginzburg perché troppo giovane e ridotta a ruolo di messaggero incaricato di comunicare il rifiuto editoriale, qual è la spiegazione del caso Levi? Forse non c’è, diremmo noi, almeno così chiara come la vorremmo.

Rimangono in piedi alcune ipotesi: una relativa alla distrazione, non infrequente nelle case editrici, una su piccole lotte intestine, una che potrebbe puntare il dito sullo stesso Giulio Einaudi, padre-padrone, sadico verso i suoi collaboratori, egocentrico e non sempre così sincero e aperto all’opinione degli altri. La partita, chiamiamola così, sembra suggerire Petrignani, è ancora aperta.