Paolo Bonari
Di aria elettorale

L’arte del sondaggio

A che cosa servono, davvero, i sondaggi, se non a condizionare gli elettori? Sarà per questo che da anni, ormai, viviamo in una sorta di campagna elettorale permanente? Segnata da sondaggi settimanali, ovviamente

Numeri, percentuali, intenzioni di voto, grafici, curve, parabole e commenti iperbolici: cui prosunt? Cioè, a vantaggio di chi abbiamo dovuto subire, nel corso di questi anni di campagna elettorale permanente, questa sfilza infinita di sondaggi? Ogni settimana delle nostre vite, durante l’ultima legislatura, è stata inaugurata dal sondaggio politico di La7 del lunedì, determinante nel dare il segno, il tono, il colore ai giorni che restavano, fino all’appuntamento successivo: poche contestazioni dei dati, pochi mugugni e massimo rispetto, come si conveniva davanti alla Scienza, in presenza del massimo risultato conseguito dallo sviluppo della metodologia e delle tecniche di ricerca sociale.

Che quei numeretti potessero essere qualcos’altro, vale a dire uno strumento politico, è venuto in mente a pochi o pochi hanno avuto il coraggio di avanzare un’ipotesi tanto eretica: già, perché – guarda un po’ il caso – la fonte di provenienza dei sondaggi che andavano per la maggiore era proprio l’emittente televisiva che faceva capo al polo mediatico populistico che domina l’informazione italiana; inoltre, le forze politiche che da quei sondaggi erano regolarmente penalizzate – guarda un po’ il caso – erano le stesse che quel polo mediatico aveva contrassegnato come nemiche.

In casi del genere, quando un elemento di disturbo – e non di analisi – contribuisce a falsare il gioco, a determinare il quadro entro cui si svolgeranno le rispettive mosse, a fare opera stessa di agenda-setting, che fare? Ignorare, abbassare il capo, tirare a dritto: “non ragioniam di lor, ma guarda e (…)” vinci. Sì, vinci, esattamente come riuscì a Matteo Renzi nel frangente che, oggi, sembra miracolistico, quello delle europee del 2014: altri tempi, altra storia, lontanissimi dai giorni di questa campagna elettorale, durante la quale il Segretario del Partito Democratico ha prima evocato il ricordo del 40% di allora e del referendum costituzionale del dicembre 2016, nel tentativo di galvanizzare i propri elettori, per poi ripiegare sul più magro obiettivo di un 30% da raggiungere con le altre (piccole) forze della coalizione, terminando infine con la speranza di riuscire a risultare il primo gruppo parlamentare. Quando si crede troppo a questa Scienza maiuscola, un po’ stregonesca e un po’ faziosa, va a finire che la rendiamo vera.

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