Leopoldo Carlesimo
La prima parte di una storia inedita

La ragazza col pagne

«Quando le inseguitrici irrompono sull'ultimo tratto di discesa, la ragazza è ferma. Ha alle spalle la distesa del Lac, col sole ormai bassissimo sull’orizzonte. Davanti a sé, le avversarie che si stringono a semicerchio»

Dall’alto della collina il sentiero scende verso il Lac stretto tra due scure muraglie d’alberi. Una ragazza corre lungo la discesa. È scalza. Ha capelli corti, ricci, un neo disegnato al centro della fronte, alla maniera indù. Non indossa che un pagne di cotone leggero, color ocra, macchiato e sfilacciato agli orli. E’ talmente alta, così magra, che le lunghe gambe stentano a sostenere la discesa, si distendono in falcate sempre più ampie, in una corsa scomposta. Stringe in pugno qualcosa, si direbbe un drappo di tessuto rosso, i cui lembi sventolano tutte le volte che allarga le braccia, tentando di dare equilibrio al corpo proiettato verso il fondo del pendio. Doppia sbandando il tronco del grande baobab che delimita il sentiero e imbocca l’ultimo tratto di discesa, lo specchio lucente e tranquillo del Lac ormai in vista.

Alla svolta delle ultime case, compare il gruppo delle inseguitrici. Sono sei, tutte giovanissime. In testa c’è una ragazza piccola di statura, ben fatta, dal seno scoperto e dalla corsa vigorosa. Indossano anch’esse pagne variopinti – giallo, arancio, verde, viola – annodati ai fianchi o al seno, e sono scalze. Corrono senza scambiarsi neanche un’occhiata, lo sguardo fisso sulla fuggitiva, i visi contratti in un’espressione tesa e concentrata. Quando passano accanto al grappolo di capanne che occupa l’ultimo tratto di spianata, una vecchia s’affaccia al recinto d’argilla e grida loro qualcosa. Resta in piedi sulla soglia e osserva il gruppo sfilare rapido, sgranandosi sulla curva. Si getta un pagne logoro sulle spalle, chiude con un foglio di latta la porta della capanna e s’avvia zoppicando nella direzione opposta.

È quasi l’imbrunire e il sole declina sulla superficie del Lac. Ai piedi della collina un boschetto di manghi ricopre il terreno che si fa via via più pianeggiante, fino alla riva. Tutt’attorno il silenzio è lacerato dalla gazzarra assordante degli uccelli che incrociano voli sopra le cime degli alberi. È la fine della stagione secca e i voli bassi, radenti, fanno presagire che stanotte pioverà.

Quando le inseguitrici irrompono sull’ultimo tratto di discesa, la ragazza è ferma. Ha alle spalle la distesa del Lac, col sole ormai bassissimo sull’orizzonte. Davanti a sé, le avversarie che si stringono a semicerchio. Arretra finché l’acqua le arriva alle caviglie, non può andare oltre, le avversarie sono ormai vicinissime, sa di non avere scampo. Quindi attacca per prima. Si scaglia sulla piccola, quella più vicina, e la atterra. Ma calcola male i tempi. La ghiaia fine della spiaggetta non le dà slancio, le altre la raggiungono, l’afferrano per un lembo del pagne. Lei lo slaccia, sciogliendosi dalla presa, e corre via completamente nuda, lasciando quell’unico indumento nelle mani delle avversarie. Riesce a guadagnare qualche metro. Ma la più piccola è anche la più scattante, sulla corsa breve è più veloce di lei, la raggiunge, le si attacca al collo, la trascina a terra. E anche le altre, ora, le sono addosso.

Un pestaggio.

Violento.

Cade a terra e si raccoglie a riccio, posizione fetale. Goffa, per la sua statura, quegli arti da fenicottero che non riescono a chiudersi attorno al volto, non lo proteggono dai colpi.

Calci. Pugni. Dura del tempo.

Quando finisce, è esanime. Le altre la trascinano verso la riva, la sollevano per mani e piedi, la fanno oscillare e la lanciano in aria. Il suo corpo descrive una breve parabola e piomba sulla superficie del Lac.

Affonda. Riaffiora. Galleggia a pancia in giù.

* * *

Allineate su panche di legno, le ragazze hanno tutte la medesima espressione assonnata e indolente sui visi segnati dalla stanchezza e dalle mani degli agenti. Le sei che siedono sulla prima panca tengono gli occhi bassi e di tanto in tanto si scambiano qualche parola, senza guardarsi, con voci rauche e frettolose. La settima è seduta sulla panca di fronte. Ha gli occhi cerchiati, ferite e tumefazioni sul viso, sulle spalle, sul collo. Indossa un vecchio pagne che qualcuno deve averle gettato addosso e pare troppo stanca per curarsi di coprire il suo corpo, sul quale i gendarmi lasciano scivolare stanchi sguardi di desiderio.

I gendarmi sono quattro, disposti ai quattro angoli dello stanzone grande e spoglio. Siedono a cavalcioni di alti sgabelli di legno. Fumano mozziconi di sigaretta e masticano cola, con visi determinati e pigri. Quando una porta viene aperta e compare un quinto gendarme e un nome risuona nella stanza, uno dei quattro si stacca dalla parete e lancia al gruppo occhiate interrogative. Al cenno quasi impercettibile di Umu, il gendarme si avvicina, la solleva brusco per un braccio e la trascina via.

La stanza accanto è più piccola e più luminosa, ha un lungo bancone dietro il quale siedono dei gendarmi. Un altro attende in piedi al di là dell’ingresso. Umu sente pronunciare il suo nome.

“Umu N.. Hai rubato un pagne?”

Umu non risponde. Il gendarme la spinge davanti al bancone.

“Hai rubato un pagne. Conosci le ragazze che ti hanno picchiato?”

Umu scrolla le spalle, non guarda i gendarmi e continua a non rispondere; tiene gli occhi bassi, ma nel modo in cui sta in piedi in mezzo a loro, molle e trascurata, c’è qualcosa d’insolente.

“È una del Kalaba, io la conosco,” dice un agente. “Non è la prima volta che si battono.”

“Cos’hanno contro di te? Lo sai che se quella vecchia non ci chiamava morivi annegata?”

“Perché hai rubato il pagne?” Chiede ancora il primo agente senza ottenere risposta.

Umu resta in piedi, muta, li guarda con indifferenza, quasi con aria di sfida, e allora il gendarme che era in piedi accanto alla porta si accosta a lei, le si pianta davanti, la fissa con durezza e le slaccia con calma il pagne dal seno. Umu lascia fare, non oppone resistenza. Rimane eretta, completamente nuda, davanti a tutti quegli uomini che la guardano con calma.

“Rispondi. Sei stata arrestata altre volte?”

Il gendarme perde la pazienza, la schiaffeggia e tutto il corpo di Umu tracolla, come se fosse fatto di stracci. Lei non cade, ma deve fare uno sforzo per tenersi in piedi. Risponde prima che la domanda possa ripetersi, più in fretta e più brevemente che può. No, non è mai stata arrestata. Sì, conosce le altre ragazze, anche loro la conoscono, sì, si sono già battute in passato e certo, sì, ha preso un pagne, ma non si tratta di furto, sono questioni tra loro, cosa ne sa la polizia. E quando il gendarme più anziano, quello che sembra comandare là dentro, le chiede di raccontare la storia con ordine e dal principio, lei ha un sospiro, perché si sente davvero sfinita e vorrebbe solo che la faccenda si concludesse in fretta. Così racconta, con gli occhi stanchi e la voce che procede sola, senza curarsi se quel che dice è la verità, lo è solo in parte, oppure è tutta una bugia. La storia – la storia che Umu racconta – è cominciata appena poche ore prima, a lei importa solo che sia una storia breve…

* * *

Il Kalaba è un maquis nel centro di Conakry, nei pressi dell’hotel Camayenne, a pochi passi dal mare. Un’ampia paillote aperta sull’oceano, alta sulla spiagga sporca e ventosa, lungo la frastagliata linea della litoranea nord, che in città chiamano pomposamente ‘Corniche’. Al di là della strada, verso l’interno, cumuli di rifiuti segnano il confine dello slum. Tra le baracche, anche a quest’ora tarda della notte, c’è gente che si raduna attorno a fuochi accesi dentro bidoni, o sotto rozze griglie, dove qualcuno arrostisce qualcosa, donne grasse e sciatte cuociono cibo in pentoloni anneriti, giovani vanno in giro senza scopo, vecchi addossati ai cantoni mendicano, bambini vagano seminudi. Uno dei tanti miserrimi e sovraffollati ammassi di baracche, che in questa sterminata bidonville invadono anche il centro della città.

Ma dall’altra parte della strada, verso il litorale, l’atmosfera è più rarefatta e accogliente. Sotto la paillote del Kalaba c’è un lungo bancone in pietra, con un fondale a specchiera, davanti al quale è posto uno scaffale di bottiglie. Molte ragazze in giro, abitini succinti, tacchi alti, trucco marcato. Pochi uomini, perlopiù bianchi. Un ingressetto a gola accanto alla toilette dà sul retro, dove l’altra falda della paillote, quella più lontana dal mare, copre un’arena semicircolare con la pedana di legno scuro appena rialzata.

Quattro enormi altoparlanti torreggiano ai lati della pista. Le luci rade e basse scalfiscono appena l’oscurità, in cui nuotano una miriade di ragazze giovanissime. Stazionano sugli sgabelli davanti al bancone, si muovono tra i rozzi tavoli di legno sparsi in disordine sulla battuta di cemento, ballano tra loro sulla pista, mostrandosi agli uomini. Quelle che riescono ad agganciarne uno, lo toccano, gli si strofinano contro, cercano subito un contatto fisico che desti il suo desiderio, e lo trattenga.

Dietro il bancone Sako, il barman – grasso, sulla cinquantina, i fianchi larghi e pesanti fasciati da un grembiule di panno bianco – si appoggia insonnolito allo scaffale e sorveglia indifferente la folla di giovani che si disputano i pochi clienti.

In un separé in fondo al maquis, un trio: due ragazze e un uomo bianco. Hanno l’aria d’essere prossimi a concludere. Le ragazze indossano gonne corte, bolerini di pailletes, le gambe lunghe e affusolate terminano in scarpe dai tacchi altissimi. Tutt’e due hanno in faccia segni di stanchezza misti a resti di trucco sfatto, occhi segnati dal mascara e dal rimmel. Umu è la più alta, porta i capelli tagliati corti come un maschio, ha gli occhi di taglio vagamente orientale e un viso dall’ovale regolare che fonde un misto di tratti teneri e duri, da ragazzina e da teppista. L’altra è più piccola, ben fatta, le meches portate lunghe sulle spalle incorniciano un viso dai lineamenti decisi, lo sguardo duro e calcolatore.

L’uomo è ubriaco. Sopra i cinquanta, basso e grassoccio, la camicia a fiori portata larga copre a malapena una robusta pancetta, calzoni stazzonati, principio di calvizie, sguardo perso. Sono agli sgoccioli. Le ragazze hanno allungato le gambe, da una parte e dall’altra, avvinte attorno a quelle di lui, le mani dell’uomo risalgono incerte lungo le cosce, sotto le gonne. Confabulano, prendono accordi.

Alors OKAllons. Ma vi conoscete, voi due?”

Le ragazze fanno un gesto vago. Si conoscono, sì, di vista, che importanza ha? Non hanno problemi a lavorare insieme.

Il Camayenne è poco lontano. Nessuno fa storie, all’ingresso, non c’è bisogno di documenti. Salgono in camera. La stanza è ampia e confortevole. Aria condizionata, doccia, tivù. Per le ragazze è una passeggiata. Quel vecchio mezzo ubriaco, pulito e timido, già assonnato, in una confortevole stanza d’hotel… Come bere un bicchier d’acqua. Non regge nemmeno un’ora. Una singola, un tentativo di doppia – fallito – un lavoretto leggero da dividersi in due.

* * *

È quando tornano al Kalaba, al momento di spartirsi i soldi, che scoppia la lite. Sako lo intuisce subito, conosce quel tipo di discussioni che s’accendono di quando in quando tra le sue ragazze.

“Risolvete le vostre questioni là fuori,” fa deciso. Indica la spiaggia.

La spiagga di Conakry, sotto la Corniche Nord, è un cumulo d’immondizie battuto dalla risacca, i rifiuti della bidonville affacciata sul mare si scaricano tutti lì, forse nella speranza che l’oceano faccia pulizia. Regno di gabbiani, di topi, di cani randagi. Le due ragazze discutono, probabilmente urlano, ma le loro voci sono coperte dalle onde del mare e dalla disco music incalzante del Kalaba. Si intravedono solo delle sagome scure, sulla battigia, che si battono silenziose.

Quando ricompare, mezz’ora dopo, Umu è sola. Ha il vestito sgualcito, sabbia incollata alle gambe e alle braccia, perde sangue dal naso. Ma sorride, soddisfatta, s’infila nella toilette a rimettersi in ordine e poco dopo ne esce pulita e truccata a nuovo, appena qualche traccia della colluttazione nel vestito spiegazzato, uno strappetto giusto sopra al seno. Si siede al tavolo con le amiche, due ragazze più o meno della sua età e una terza di qualche anno più giovane.

Alors?

OK.

Le mec, c’était comment?”

Facile.

Et Rosine?

J’ai lui donné une bonne leçon, cette stupide.”

Passano il resto della nottata a ballare tra loro. Giorno feriale, pochi bianchi in giro. Serata fiacca, non vale la pena di darsi da fare. È già tanto che almeno una abbia rimediato… Si divertono da sole, ordinano da bere, da mangiare, ballano. È questo che conta.

Qualche ora più tardi, quando già albeggia e s’intravede un primo chiarore galleggiare sopra la spiaggia sporca delle Corniche, lontanissimo sull’oceano, oltre il molo del porto e le sagome nere dei derrick che cominciano a delinearsi nella foschia, Umu e le sue amiche sono l’ultimo residuo della nottata sotto la paillote del Kalaba. Sono rimaste solo loro. Ci stanno più che possono, in quel maquis, non c’è posto in tutta Conakry dove stiano meglio. Davanti, i resti di un’abbondante colazione.

“Sako, portami dell’altro yogurt!” Grida Umu, sollevando la vaschetta in aria.

Il grassone dietro al banco abbassa pigramente la testa, apre il portellone del frigo e s’avvia brontolando verso il tavolo.

“Non sarebbe ora che voi ragazze ve ne andaste a casa?”

“Ancora un po’ di colazione, Sako. Ora andiamo.”

“Ma guardate Denise! Non ce la fa più! Forza, portatela a casa.”

Denise, la più giovane, avrà forse tredici, quattordici anni, un visetto di bambina a stento mascherato dal trucco che a quest’ora, sfatto, svela tutta la delicatezza dei suoi lineamenti infantili. Le si chiudono gli occhi, la testa s’appoggia sulle braccia conserte.

“Ehi, Denise! Coraggio!” Dice Umu, scuotendola.

Denise fa una smorfia, scosta la mano, infastidita.

“Oh, lasciami in pace… Je m’en fous! Faccio quello che voglio!”

Le altre scoppiano in una risata.

“Povera Denise,” fa Umu, raccogliendo le ultime cucchiaiate di yogurt. Si alza in piedi, mostra la vaschetta completamente vuota. “Su, adesso andiamo… Sako!” Grida, stiracchiandosi. “Non si potrebbe avere dell’altro yogurt?”

“Oh, merde!” fa Sako. “Andatevene a dormire!”

(1. Continua)