Nicola Fano
Visto al Teatro Astra di Torino

La pulce di Manzoni

Michele Sinisi porta a teatro "I promessi sposi" e, in mezzo a mille invenzioni registiche, mette in scena sia la storia di Renzo e Lucia sia il loro mito. Dal liceo al kitch. Uno spettacolo da non perdere

I promessi sposi non è solo un grande romanzo, una memorabile storia d’amore e potere, è un’infinità di altre cose; ormai quasi soprattutto un’infinità di altre cose. L’identità italiana, la memoria scolastica, i luoghi comuni, i santi e i prepotenti, la burocrazia e la codardia. E altro e altro ancora! Michele Sinisi, portando in scena questo caleidoscopio d’italianità, non ha trascurato alcun aspetto – seppure marginale – ma poi ha puntato sulla centralità della storia. Sulla trama. Ché prima di tutto I promessi sposi è un sontuoso intreccio di vicende pubbliche e private: una sublime avventura. Lo spettacolo che ne è venuto fuori (ora al Teatro Astra di Torino, ma da tempo in tournée) ha scene più risolte e altre solo accennate, ma tiene inchiodato alla poltrona lo spettatore per due ore abbondanti. E non solo grazie a Manzoni.

Michele Sinisi (uno dei nostri migliori registi, sicuramente) ha deciso da un po’ di tempi di misurarsi con l’immaginario collettivo portando in scena testi carichi di suggestioni “altre”. Come dire: lavora sulle trame ma anche sulle memorie che su quelle trame si sono depositate. Lo stesso lavoro che qui, con grande ricchezza creativa, ha fatto sui Promessi sposi, per esempio, lo scorso anno lo aveva fatto su un classico affatto diverso (Miseria e nobiltà di Eduardo Scarpetta) ma analogamente carico di sovrastrutture, di ricordi, di convenzioni che andavano ben oltre la faccia appesa di Totò-Felice Sciocciammocca. Come allora, qui nei Promessi sposi Michele Sinisi mette Manzoni sullo stesso piano del suo mito, senza tralasciare nulla.

La magnifica avventura di Renzo e Lucia è sezionata in scene e ogni scena viene trattata come uno spettacolo a sé: ogni scena merita un’invenzione drammaturgica e registica. E non potrebbe essere altrimenti, dal momento che la sfida è restringere nello spazio di due ore un’epica letteraria e popolare sterminata. Facciamo qualche esempio. La scena più rutilante (e azzeccata, da questo punto di vista) è quella di Renzo che va a cercare l’arte forense di Azzeccagarbugli. Ebbene: l’avvocaticchio (in scena è un formidabile Gianni D’Addario) imbastisce un interminabile discorso imbrogliato in dialetto pugliese, un misto di termini gergali e forensi che lasciano estraneo Renzo. È una pennellata teatrale perfetta che, con una trovata tutta interna alla nostra storia del teatro (il “discorso imbrogliato”, per chi non lo sapesse, è un trucco comico secolare, celebre già ai tempi della Commedia dell’Arte), rende alla perfezione il senso della denuncia manzoniana. E poi la peste: Sinisi la mette in scena tramite un’interrogazione scolastica vera e propria, nel corso della quale una povera studentessa liceale viene chiamata a snocciolare tutto, ma proprio tutto, dell’infezione, della sua storia, di Manzoni, delle conseguenze mediche, ecc… Ma poi il regista-dramaturg non si nega il piacere di leggere tout court la splendida pagina manzoniana nella quale una madre affida ai monatti il cadavere di sua figlia prima di consegnarsi definitivamente alla morte. Il tutto mente una pulce gigante (volutamente kitch) dondola al centro della scena.

Perché così è questo spettacolo: un’altalena costante tra alto e basso. Come la memoria che abbiamo di Manzoni, del resto, che mescola il fermacapelli a coroncina di Lucia/Paola Pitagora nella tv in bianco e nero alla proterva codardia di Don Abbondio, un verme per tutte le stagioni. Per esempio, ha una sua raffinata efficacia il racconto del passato burrascoso di Fra’ Cristoforo che qui viene cantato alla maniera di Fiorenzo Carpi e Giorgio Strehler (Ma mì…); come pure funziona la scelta – questa sì ardita – di far interpretare Don Rodrigo a una donna (Stefania Medri) la cui morte è fissata qui come in un bellissimo quadro seicentesco.

Ci sono, certo, cose che funzionano meno (la scena della rivolta del pane, per esempio) ma nel complesso si tratta di uno spettacolo bello e coraggioso la cui forza non sta solo nell’azzardo, evidentemente, ma anche in quello che ormai è lo stile di questo regista il quale mescola materiali che appartengono al teatro e all’immaginario collettivo per trovare soluzioni “povere”, ossia essenziali, che sempre sanno emozionare. In questo senso, Michele Sinisi è un artista “senza padri”, ossia che non segue nessuno stile alla moda (il vizio di quasi tutti i registi italiani, oggi) ma cerca una strada personale, arruffona e geniale come capita al migliore teatro, da un paio di millenni. E, infine, un regista che usa con misura un gruppo di attori affiatati (oltre ai due citati, sono da ricordare almeno la Lucia di Diletta Acquaviva e il Renzo di Donato Paternoster, poi Gianluca Delle Fontane e Ciro Masella), ancora una volta riservando per sé un cameo: l’Innominato. Se vi capita, non perdetevelo.

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